“Decamerock”: la storia di Richey Edwards

Un estratto dal nuovo libro di Massimo Cotto, “sulle tracce di vite maledette e affascinanti, centouno storie di fortune e sconfitte, tragedie e amori, rovinose cadute e incredibili resurrezioni, passioni sregolate e altri eccessi”
“Decamerock”: la storia di Richey Edwards

Il ritratto di Richey Edwards dal libro “Decamerock” di Massimo Cotto

 

Forse c’è qualcosa di peggio che vedere qualcuno morire, ed è vedere qualcuno sparire e non sapere se è ancora vivo.

Richey James Edwards è uscito dall’Embassy Hotel di Bayswater Road, a Londra, alle sette del mattino del 1° febbraio 1995, è salito in auto ed è svanito. Era l’autore dei testi e il chitarrista dei Manic Street Preachers, una band emersa dai quartieri popolari di Blackwood, nel Galles. Una band particolare nel suono e nell’approccio: sempre vicina ai minatori, alla povera gente, agli ultimi della fila, e però colta, appassionata della grande letteratura (da Mishima a Kerouac, da Rimbaud a Camus) e dei libri che agguantano il capitalismo per cercare di stritolarlo o convertirlo (da Marx a Nietzsche).

Richey, all’inizio, è semplicemente l’autista, il roadie. Non ha particolare talento come chitarrista, tanto che, una volta entrato a far parte dei Manic, non di rado si limiterà a fingere di suonare. Non è bravo, però ha carisma e palle. Ha studiato, è ricco di interessi, ha il fiuto giusto per stanare la preda. Diventa l’autore dei testi, ma, soprattutto, il portavoce della band, l’uomo che ne incarna i valori e che sa trasmetterli agli altri. A volte, anche eccedendo. Come quella volta, il 15 maggio 1991. Si sta facendo intervistare da Steve Lamacq del “New Musical Express”, grande amante del punk e dubbioso sul percorso dei Manic Street Preachers. Perplesso soprattutto sulla figura di Edwards, idolo delle ragazzine e dall’atteggiamento che la stampa a volte giudica presuntuoso. In realtà, è solo disadattamento, incapacità di gestire il successo di massa. Edwards sta affrontando, su scala minore, lo stesso calvario di Kurt Cobain: il mondo vede in lui un pifferaio, quando lui si sente solo un topolino che tenta di andare alla montagna.

Lamacq scuote la testa, Edwards non riesce a fare breccia, a convincerlo che sta facendo sul serio, che un conto è l’immagine pubblica e un conto è l’essenza di chi crede in certi valori. Allora prende una lametta e, senza mai smettere di parlare, si incide l’avambraccio sinistro fino a disegnare la scritta “4 REAL”. La redazione del giornale non sa come reagire. Arriva l’ambulanza. Gli vengono applicati diciotto punti di sutura. Edwards è felice di quello che ha fatto. Il “New Musical Express” pubblica intervista, resoconto e foto. E, in breve, il giornale è sommerso di lettere dei fan, alcune scritte con il sangue. Edwards sta diventando dio. Il problema è sempre lo stesso: se gli altri lo considerano una divinità, lui si sente posseduto dal demonio. E non si trova a suo agio. Rilascia dichiarazioni folli (“Mi darò fuoco durante una puntata di ‘Top of the Pops’”), ma altre volte è incredibilmente lucido e positivo, incontra i ragazzi delle scuole e dice loro che l’unica via per evadere da un destino segnato è studiare.

Nel 1994 viene ricoverato in due diverse cliniche psichiatriche, prima a Cardiff e poi a Londra. Ha bisogno di aiuto. Il 1° febbraio 1995 svanisce nel nulla. Forse morto, chissà. Suicida, dicevano tutti. Ma perché mai un suicida dovrebbe ritirare 200 sterline al giorno dal suo conto corrente per i quattordici giorni precedenti fino a raggiungere un totale di 2800 sterline? Più probabile che abbia pianificato tutto, per scomparire al mondo e sperare, un giorno, di apparire a se stesso.

L’unica notizia certa è che, quel giorno, doveva imbarcarsi per l’America in vista di un tour promozionale. Le possibilità, infinite. Emma Forrest, giornalista, scrittrice e regista, ha dichiarato che la notte prima di svanire, Edwards aveva regalato a un’amica il romanzo “Novel with Cocaine”, pregandola di leggere l’introduzione, dove si parla di una persona in stato di confusione mentale in procinto di sparire agli occhi del mondo. Nella stanza dell’Embassy Hotel, Edwards lascia una copia dell’opera teatrale “Equus” di Peter Shaffer, dove si racconta l’amore folle e patologico di un uomo per i cavalli. Edwards ha messo il libro in un pacco regalo, che ha poi decorato con citazioni letterarie e collage, e la scritta bella chiara: “I love you”. Destinatario, un mai identificato Jo o una mai identificata Jo.

Alle sette del mattino, il giorno della sua scomparsa, Edwards fa il check out in hotel e si dirige, pare, in macchina verso il suo appartamento a Cardiff, nel Galles. Incerte anche le testimonianze sugli avvistamenti. Dicono di averlo visto a Newport, all’ufficio passaporti, e poi alla stazione dei bus. Il 7 febbraio un tassista sostiene di averlo prelevato al King’s Hotel di Newport, scarrozzato in lungo e in largo per quelle valli, compresa Blackwood, il luogo dove Richey era cresciuto, e di averlo lasciato alla stazione di servizio di Severn View. Probabile, molto probabile, perché il 14 febbraio l’auto di Richey è stata multata per divieto di sosta proprio alla locale stazione di servizio.

Il 17 febbraio la polizia apre la macchina e nota che la batteria è scarica. Di lui nessuna traccia, ma certo sapere che in prossimità di quella stazione di servizio c’è il Severn Bridge, meta preferita di molti suicidi, non è un buon segnale. Solo un anno prima però, Richey aveva dichiarato in un’intervista di non aver mai preso in considerazione il suicidio, nemmeno come ipotesi. Sono debole, diceva, ma riesco a sopportare il dolore.

Da allora, più niente, se non quegli avvistamenti che non si negano nemmeno a Elvis, James Dean o Jim Morrison: una ragazzina inglese lo avrebbe visto a Goa, in India, in un mercatino hippie; una barista inglese è certa di averlo incontrato all’Underground Bar di Corralejo, a Fuerteventura; e altri testimoni giurano di averlo visto su una spiaggia di Lanzarote.

Il 23 novembre 2008 è stata rilasciata una dichiarazione di morte presunta per Richey James Edwards, l’uomo che è scomparso fisicamente, ma non negli affetti. I fan continuano ad adorarlo, i Manic Street Preachers a presentarlo alla fine dei concerti. Come fosse ancora lì con loro e non svanito da qualche parte, giù da un ponte o da qualsiasi altra parte o arte, chissà.

 

Domani racconteremo la storia di Ian Curtis

Le storie già pubblicate:

“Decamerock”: la storia di Janis Joplin

“Decamerock”: la storia di Nick Drake

Tratto, per gentile concessione dell’autore e dell’editore Marsilio, dal libro “Decamerock”, sul quale potrete leggere altre 100 storie di vite rock.

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