“Decamerock”: la storia di Nick Drake

Un estratto dal nuovo libro di Massimo Cotto, “sulle tracce di vite maledette e affascinanti, centouno storie di fortune e sconfitte, tragedie e amori, rovinose cadute e incredibili resurrezioni, passioni sregolate e altri eccessi”
“Decamerock”: la storia di Nick Drake

Il ritratto di Nick Drake dal libro “Decamerock” di Massimo Cotto:

Dipende dal grado di angolazione. Dalla prospettiva. Dal punto di partenza. Potete scegliere il luogo o la fatalità.

Il luogo: Tanworth-in-Arden, a due ore di auto da Londra. Campagna inglese, dove l’autunno è la stagione vincente, nel senso che il verde e il grigio trovano il loro punto d’incontro nella malinconia novembrina. È lì che nasce artisticamente (anche se la terra natale è l’Oriente, per la precisione Rangoon, in Birmania) uno dei più grandi artisti di sempre, uno dei pochi per cui valga la pena di usare l’espressione “genio incompreso”.

La fatalità: il suo esordio s’intitola “Five Leaves Left”, cinque foglie rimaste, lasciate dal vento sull’albero prima di cadere. Lui se ne va esattamente cinque anni dopo. Come se a ogni anno corrispondesse una foglia.

Lui è Nick Drake, autore di musiche di disarmante bellezza, malinconiche e devastanti perché devastate. La sua tecnica chitarristica è scarna ma decisamente insolita, le atmosfere asciutte e sobrie non concedono mai ricami inutili, la voce è piena di sfumature e spleen, le composizioni sembrano sempre sul punto di spezzarsi. Tre soli album, belli come le gocce di rugiada. Vendite, zero. Nonostante l’impegno, l’aiuto e l’amicizia di Joe Boyd, produttore e discografico illuminato che, anche alla fine, anche quando le vendite si misurano in centinaia di copie, dice ai suoi tecnici: “Qualsiasi cosa voglia registrare Nick Drake, in qualsiasi momento arrivi in studio, voi accendete le macchine”.

Non aiuta, per fabbricare popolarità, il fatto che Drake sia refrattario all’attività live. I pochissimi concerti sono delusioni e follia. Non parla, non guarda mai il pubblico, rimane seduto su una sedia ad accordare la chitarra per minuti eterni, guardando a terra. Arriva la depressione, insieme alle droghe e al male di vivere. L’ultimo album, “Pink Moon”, è un colpo al cuore. Brevissimo, appena ventotto minuti, ma perfetto. Nessuno avrebbe voluto fosse più lungo, perché quel concentrato di dolore e bellezza deve avere quella durata.

Il disinteresse del pubblico perdura, lui esce da se stesso. Guida per ore nella campagna, fino a quando rimane senza benzina, poi chiama i suoi genitori perché vadano a prenderlo. Altre volte si presenta a casa degli amici, si siede in un angolo, non dice niente, poi, dopo ore, si alza e se ne va. Una figura tragica, come tragica è la sua fine.

E anche qui potete scegliere grado di angolazione. Prospettiva. E punto di arrivo.

Nick Drake muore a ventisei anni, nella sua casa vicino a Birmingham, per una dose eccessiva di Tryptizol, un antidepressivo. Nessun biglietto d’addio, nel suo stile. Un’uscita di scena in punta di piedi, in risposta a chi non si era mai accorto della sua presenza. Suicidio o dosaggio sbagliato? Poco importa. Finisce una parabola di luce di cui il mondo si è accorto in ritardo.

Ora riposa sotto un albero del cimitero di Saint Mary Magdalene, a Tanworth-in-Arden. Sulla sua tomba c’è un suo verso: “Now we rise, and we are everywhere”. Come lui, che è tramontato prima di sorgere, ma che adesso è ovunque.

 

Domani racconteremo la storia di Janis Joplin

Tratto, per gentile concessione dell’autore e dell’editore Marsilio, dal libro “Decamerock”, sul quale potrete leggere altre 100 storie di vite rock.

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