Come sono cambiati i Grammy Awards negli ultimi dieci anni

Da espressione compiuta dell'establishment discografico a (faticosa) rincorsa delle tendenze dettate dai new media: gli Oscar della Musica, nell'ultimo decennio, sono cambiati più di quanto non lo abbiano fatto in sessant'anni di esistenza. Ma...

Come sono cambiati i Grammy Awards negli ultimi dieci anni

La "music's biggest night", lo scorso decennio, lo iniziò più o meno come aveva chiuso il precedente, terminato con i trionfi di Amy Winehouse (in contumacia causa rehab, nel 2008) e Robert Plant con Alison Krauss, che nel 2009 si portarono a casa cinque statuette grazie all'acclamatissimo (da critica e addetti ai lavori) "Raising Sand": nel 2010 a dettare legge fu Beyoncé, che si portò a casa sei premi, seguita da Taylor Swift (quattro) e Black Eyed Peas, Jay-Z e Kings of Leon, che furono costretti ad accontentarsi di tre.

I primi cambiamenti iniziarono a venire registrati l'anno successivo, nel 2011: più che i tre trofei - a testa - assegnati a big di indubbia fama come John Legend, Lady Gaga, Jay-Z e Jeff Beck, a fare scalpore fu la vittoria in una delle categorie più importanti - quella dell'Album of the Year - degli Arcade Fire, prima espressione della discografia indipendente ad aggiudicarsi una statuetta di peso. La svolta si consoliderà ulteriormente dodici mesi più tardi, quando - ai Grammy Awards 2012 - Adele, con "21" (pubblicato dalla indie XL Recordings), centrò sei vittorie su altrettante nomination: l'exploit, all'epoca, venne parzialmente eclissato dalla tragica scomparsa di Whitney Houston, trovata senza vita nella propria camera d'albergo poche ore prima dell'inizio della cerimonia. Agli osservatori più attenti, tuttavia, non sfuggì il fatto che una giovane donna slegata dalle major - e per giunta inglese - fosse riuscita a fare man bassa dei premi solitamente appannaggio delle glorie locali (e istituzionali) - comunque ben rappresentate da Foo Fighters e Kanye West, che si portarono a casa rispettivamente cinque e quattro statuette.

Le edizioni tra il 2013 e il 2015 furono per lo più interlocutorie: eccezion fatta per l'asso pigliatutto dei Daft Punk "Random Access Memories", che grazie anche al singolo apripista "Get Lucky" nel 2014 riuscì a fare incetta di premi - cinque in tutto, tra i quali i due più importanti, Album of the Year e Record of the Year, nel mezzo del decennio passato gli Oscar della Musica si fecero ricordare essenzialmente più per la forma che per la sostanza. Prendiamo, per esempio, l'edizione del 2015: Beck, l'alfiere dell'indie lo-fi che con l'album "Morning Phase" riuscì a fare breccia nel tempio della discografia mainstream, riuscì ad aggiudicarsi quattro statuette (tra le quali quella come Album of the Year), ma fece notizia solo grazie alla demenziale irruzione di Kanye West sul palco durante la sua premiazione.

Se ne occupò persino l'allora presidente degli Stati Uniti Barack Obama, definendo il rapper suo concittadino - che ammise di voler protestare per il mancato riconoscimento al disco di Beyoncé, concorrente di Beck nelle nomination e a suo giudizio vincitore morale - "un somaro, ma di talento". E il momento di gloria di Sam Smith, il giovane (di talento anche lui) che senza fare troppo rumore riuscì a portarsi a casa quattro premi, tra i quali Best New Artist, Record of the Year e Song of the Year (i due riconoscimenti più ambiti, entrambi per il singolo "Stay with Me") oltre che a quello come Best Pop Vocal Album (per "In the Lonely Hour"), fu in parte messo in ombra dall'ennesima piazzata di Yeezus.

Il 2016, a conti fatti, potrebbe essere considerato come il vero anno di svolta: benché i premi importanti fossero andati a Taylor Swift (Album of the Year) ed Ed Sheeran (Song of the Year per "Thinking Out Loud") a dare uno scossone a organizzatori e osservatori fu la prestazione di un giovane rapper di Compton, Kendrick Lamar, che in un colpo solo riuscì ad aggiudicarsi cinque premi, compreso quello come Best Rap Album per "To Pimp a Butterfly". Non furono tanto i tipi di Grammy vinti dal futuro premio Pulitzer - quelli "importanti" finirono comunque nelle mani di due artisti tutto sommato istituzionali - ma l'onda d'urto delle cinque statuette conquistate in categorie fino ad allora considerate secondarie che - tutto sommato - secondarie stavano diventando sempre meno.

Perché se nel 2017 l'ormai solita Adele - con "25" - chiuse subito i giochi portandosi a casa cinque premi tra i quali i tre più importanti in assoluto (Album of the Year per "25", Record of the Year e Song of the Year per "Hello"), lasciando a Chance the Rapper le briciole (il premio come Best New Artist e altre due statuette minori), nel 2018 un altro artista di estrazione soul e r'n'b, Bruno Mars, riuscì a conquistare tutti e sei i premi nelle categorie per le quali era stato nominato, facendo piazza pulita della concorrenza nelle tre categorie di punta. La chiave per capire la svolta, tuttavia, sta nell'identità dei concorrenti beffati, due in particolare: Kendrick Lamar e Childish Gambino. Se il primo, il grande pubblico, aveva imparato a conoscerlo già un anno prima, il secondo per la discografia istituzionale era un mezzo mistero: più noto per i suoi impegni in TV (come attore, per le serie televisive "Community" e "Atlanta"), Donald Glover aveva pubblicato un disco - "Awaken, My Love!" - con l'etichetta indipendente Glassnote Records, label per palati fini che aveva consegnato ai mercati i dischi di CHVRCHES, Temper Trap, Phoenix e Mumford & Sons. Insomma, qualcosa di estraneo al panorama rap istituzionale, eppure pronto a dare l'ennesima spallata - l'ultima, in ordine di tempo, e forse la più forte - a quelli che erano i Grammy che furono.

Nel 2019 Kendrick Lamar fa incetta di nomination (nove in tutto) ma a centrare i bersagli grossi è proprio Childish Gambino, che con la durissima "This Is America" si aggiudica due dei tre premi più importanti, Record of the Year e Song of the Year. E qui Glover ha il colpo di genio: nonostante l'assegnazione di quattro premi - e il soprasso sulla linea del traguardo della star del contry Kacey Musgraves, anche lei a quota quattro statuette ma con solo un trofeo "pesante" - il rapper attore diserta la cerimonia. Un caso del genere, nella storia dei Grammy, era successo solo undici anni prima, con Amy Winehouse, che - però - era assente giustificata, sia dai suoi problemi di salute e che da un visto negato in prima battuta dalle autorità statunitensi (a causa dei problemi dell'artista con le sostanze stupefacenti) e poi concesso (troppo) in extremis.

Per un europeo che voglia capire cosa siano davvero i Grammy Awards è consigliabile seguire (in diretta gratuita sul sito ufficiale Grammy.com) il pre-telecast, torrenziale e serratissima cerimonia di premiazione non trasmessa dal vivo dalla CBS durante la quale vengono assegnati i trofei nelle categorie tecniche e minori (delle quali, ormai, il rock e il metal fanno parte da un pezzo): lì c'è lo spirito di quella che fu la gloriosa "music's biggest night" e delle icone - si pensi, lo scorso anno, a Wayne Shorter, premiato nella categoria Best Jazz Instrumental Album per "Emanon", o a Dolly Parton, premiata come MusiCares Person of the Year. Ciò che spedisce i Grammy nelle headlines dei media internazionali, però, con quel mondo non ha più niente a che fare.

Basti pensare alle nomination per la prossima tornata di premiazione, che vede in prima fila - con otto candidature - Lizzo, la rapper di Detroit nata artisticamente tra Houston e Minneapolis, che grazie a "Truth Hurts" è passata dai club off (in Italia, solo lo scorso luglio, l'abbiamo vista al Magnolia di Milano) a un posto d'onore allo Staples Center, seguita con sei nomination dal nuovo fenomeno pop Billie Eilish (che, all'attivo, ha solo un album, "When We All Fall Asleep, Where Do We Go?", uscito il marzo scorso) e da Lil Nas X, rapper nato come Internet personality e conosciuto ai più giusto grazie alla hit virale "Old Town Road".

Al di là dei passi falsi dell'ex ceo della Recording Academy Neil Portnow - dimessosi dopo la scadenza del suo mandato lo scorso mese di luglio in seguito a uno scandalo riguardante fondi dirottati da scopi benefici al finanziamento della serata di gala dei Grammy Awards del 2018 e a improvvide dichiarazioni su ruolo delle donne nell'industria musicale - e della travagliata vicenda che sta vedendo protagonista in questi giorni l'attuale ceo Deborah Dugan, messa "in congedo amministrativo con effetto immediato" in seguito "a un'accusa formale di cattiva condotta da parte di un membro senior del team della Recording Academy", l'impressione che si ha, all'alba della sessantaduesima edizione degli Oscar della Musica, è quella di trovarsi al cospetto di una liturgia rimasta immutata nonostante lo stravolgimento sperimentato dalla chiesa che l'ha istituita. E' vero che i Grammy - come, per certi versi, il Festival di Sanremo - sono anche (e soprattutto) uno show televisivo perfetto per vendere spazi pubblicitari. Tuttavia l'aura che rendeva la maratona che tra un paio di giorni sarà ospitata tra il Microsoft Theater e lo Staples Center, nel cuore di Los Angeles, un evento capace di catalizzare, anche solo per una notte, l'attenzione di tutti gli appassionati di musica, è sparita da un pezzo. Divenuta uno di quegli eventi percepiti dal pubblico (soprattutto europeo) come "lontani", la music's biggest night potrebbe rischiare di non salvarsi seguendo - inevitabilmente in ritardo - i trend dettati dai social media e dallo streaming, né tentando un arrocco in capo a una gloriosa tradizione che resta tale ma che oggi, agli occhi di una buona fetta del pubblico, risulta indecifrabile. Se festa della discografia deve essere, che festa della discografia sia. A patto che la discografia, prima, ritrovi una propria identità.

(dp)

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