Lucio Battisti, il primo album canzone per canzone: “Non è Francesca”

“Lucio Battisti”, il primo album della discografia del cantautore di Poggio Bustone, uscì il 5 marzo del 1969. Lo ripercorriamo canzone per canzone.
Lucio Battisti, il primo album canzone per canzone: “Non è Francesca”

“Non è Francesca”, ripescata dopo la zero promozione fatta a dicembre 1967 al 45 giri dei Balordi (che sul lato B presentava “Guardando te” di Franco Cassano e Bruno Pellegrini) e uscita nuovamente in proprio il 31 gennaio 1969 come lato B di “Un’avventura”, diventerà popolarissima tanto da entrare nell’Olimpo dei classici della musica italiana. Questa nuova versione ibrida atmosfere mediterranee con misure blues (la strofa ha le sue canoniche dodici battute), tentazioni classiche e citazioni beatlesiane (l’accoppiata archi e chitarra, stessa soluzione di “Yesterday”), country rock psichedelico vagamente jazzato (la lunghissima coda strumentale, costruita sul ritmo dato dalla chitarra di Lucio, tenuta costante sul Lam7, che mentre omaggia affettuosa la base dell’assolo centrale di “Special Care” degli adorati Buffalo Springfield lo trasforma in qualcos’altro). La storia, la si sa: il protagonista, venuto a sapere che la sua Francesca esce con un altro, incapace di assorbire il colpo, nega l’evidenza. Come nel blues, il testo della strofa alterna dato reale e commento personale:

 

Ti stai sbagliando chi hai visto non è,

non è Francesca.

Lei è sempre a casa che aspetta me

non è Francesca.

Se c'era un uomo poi,

no, non può essere lei.

Il motivo?

Francesca non ha mai chiesto di più

perché

lei vive per me.

Quello che si chiama paralogismo: un ragionamento sbagliato apparentemente vero e rigoroso. Qual è il trait d’union, allora, tra “Un’avventura” e “Non è Francesca”? È evidente: la negazione della realtà, del dato concreto, a favore di un ideale astratto. Di fronte al dolore che può dare la concretezza dei rapporti d’amore, tanto più se liberi e vivi nella mutevolezza del sentire umano, allora meglio rifugiarsi nel sogno della Donna Angelo del Focolare. Salvo poi pentirsene, sotto l’urgenza delle passioni, e chiedere un rapporto più libero e aperto. Che però è anch’esso un ideale astratto, perché, quando la donna è emancipata, l’uomo si tormenta per l’insicurezza del rapporto. È un volere e disvolere, senza saper bene ciò che si vuole, ma sapendo bene ciò ch’è giusto. Disperandosi di non saperlo reggere. Interpretando il testo, il nuovo arrangiamento che Battisti ha dato alla canzone ne è lo specchio, con quel susseguirsi di stili che si fondono e si accostano negando se stessi e contraddicendosi gli uni con gli altri.

Renzo Stefanel

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Il testo è tratto, per gentile concessione dell’autore, dal libro “Ma c’è qualcosa che non scordo”. In vendita qui e qui, è stato il primo studio che ha preso in esame tutti i testi che Mogol ha scritto per le canzoni composte da Lucio Battisti. Rispetto a quella del 2007, questa nuova edizione è riveduta, corretta e ampliata. Riveduta e corretta in base alle nuove affermazioni dello stesso Mogol: sono state prese in esame quelle della Mogol Edition del 2010 dei tredici album composti insieme, più quelle del 1971-72 alla trasmissione di Radio Rai “Per voi giovani”, condotta da Paolo Giaccio. Ampliata perché, rispetto alla precedente, ci sono 32 brani in più: quelli affidati da Mogol e Battisti ad altri interpreti, dai Dik Dik alla Formula 3, da Mina a Patty Pravo, da Bruno Lauzi ad Adriano Pappalardo, più tutti gli altri. “Ma c’è qualcosa che non scordo” diventa così l’unico testo a racchiudere l’analisi di tutta la produzione di Mogol per Battisti.

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Dall'archivio di Rockol - Quel gran genio del mio amico: pillole di saggezza di Lucio Battisti
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