Concerti memorabili: Michael Jackson, Roma 4 luglio 1992

“Emozioni, verità e backstage dei più leggendari concerti rock”: Massimo Cotto li racconta nel suo libro “Rock Live”, di cui proponiamo un estratto
Concerti memorabili: Michael Jackson, Roma 4 luglio 1992

Mi chiama il caporedattore. Mi dice che due dei più importanti eventi musicali della stagione si terranno, purtroppo, lo stesso giorno, il 4 luglio 1992, in due città diverse: Michael Jackson a Roma e Bob Dylan a Genova. “Ovviamente”, aggiunge, “tu seguirai il più importante”. Io sorrido felice. “Felice di andare a vedere Michael Jackson?”. Sbianco. Pensavo che il concerto più importante fosse quello dell’Ebreo Errante. “Un giorno mi ringrazierai”, mi congeda ridendo il caporedattore.

È andata così. Perché quella fu l’unica volta in cui vidi Michael Jackson, la sola volta in cui entrai nel suo Paese dei Balocchi, dove non esiste tristezza.

Lo spettacolo inizia dal biglietto d’ingresso, realizzato in Germania e sovrastampato in Italia: di carta goffrata, sagomato e fustellato, disegni e punzonatura a rilievo. Per un feticista come me, l’ideale. La prima stanza è quella degli specchi, dove il duo rap d’apertura, gli efebici Kriss Cross vestono al contrario (maglie e pantaloni con il davanti al posto del dietro) e ci danno la loro immagine rovesciata del mondo. Kozalla, un’affascinante cantante dello Zimbabwe, ci conduce lungo i labirinti dell’illusione, nelle sale della sensualità e della dance senza pretese.

Alle 21, dopo l’immancabile e, per me, inspiegabile e insopportabile rito della ola, tutto è pronto per l’arrivo di Michelino, salutato da una pioggia di fuochi artificiali e dall’uragano di battimani del Flaminio. Inizio dunque col botto, in tutti i sensi, e gente in delirio, a partire da quella che ha dormito tutta la notte davanti ai cancelli per un buon posto. Jackson apre con “Jam”, una delle poche concessioni all’album “Dangerous”. Si muove a scatti, in maniera unica. A volte si protende all’improvviso, come un jack in the box, quei fantocci contenuti all’interno di una scatola che, una volta scoperchiata, scattano come una molla. Ogni canzone è, a ben vedere, una scatola diversa contenente una sorpresa che fa alzare gli ohh di stupore dello stadio.

In “Smooth Criminal” Jackson si traveste da gangster, mentre ombre gigantesche creano un effetto suggestivo. In “Beat It” scompare sotto un telo e riappare alla sommità del palco per poi galleggiare sulle teste del pubblico con l’ausilio di una gru. Durante “Will You Be There” dal cielo scende un angelo che abbraccia il pifferaio magico. “Thriller” (il cui lungo clip diretto da John Landis diede il via alla jacksonmania) anima l’attesissimo balletto di mostri e zombie. “Heal The World”, preceduta dalle note registrate di “We Are The World”, scritte dallo stesso Jackson, fa comparire al centro del palcoscenico un enorme mappamondo attorno a cui ballano decine di bambini.

I jumbotrons, ovvero i megaschermi laterali che consentono di irradiare immagini nitide anche di giorno, proiettano sulle note dei Carmina Burana il passato di Michael alla Motown e il controverso video di “Black Or White”. Applausi e osanna. Finale con l’ultimo numero ad effetto dell’apoteosi jacksoniana: la passeggiata spaziale dell’astronauta, dove Michael, dopo aver indossato, sulle note di “Man In The Mirror”, tuta e casco bianco, decolla, volteggia sulla testa della gente e atterra ai bordi del palco, ponendo la parola fine.

Il viaggio nel Paese dei Balocchi termina qui, e con esso il più imponente spettacolo multimediale del carrozzone pop, al pari di quello di Madonna. Con una fondamentale differenza: miss Ciccone allestisce uno show per far vivere a tutti le sue fantasie, Jackson per viverci lui stesso. Solo tra le mura del suo mondo, il Pifferaio riusciva a esistere. Questa era la sua sublime ricchezza.

Questo testo è tratto, per gentile concessione dell’autore e dell’editore, che ringraziamo, dal libro “Rock Live” di Massimo Cotto, edito da Mondadori (275 pagine, 18 euro), al quale rimandiamo per la lettura completa del capitolo relativo e per tutti gli altri concerti in esso raccontati.

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