Gli Zen Circus raccontano l’anti-biografia "Andate tutti affanculo"

Un libro rock’n’roll racconta la storia di formazione di Appino, Ufo e Qqru, dalle origini al 2009. La nostra intervista

Gli Zen Circus raccontano l’anti-biografia "Andate tutti affanculo"

Litigano tra loro come matti, fanno concerti di fronte a poche decine di persone, si mettono assieme e si sciolgono di continuo, ficcano la provincia dentro le canzoni, fanno a botte con Luca Casarini. Sognano i Sonic Youth e sfamano Brian Ritchie dei Violent Femmes, sono scheletrici e puzzolenti, fanno lavori precari e schifosi, vengono fregati dai proprietari dei locali.

“Andate tutti affanculo” è il libro rock’n’roll del momento. È la storia di come sono diventati adulti gli Zen Circus: girando l’Italia in uno schifosissimo van senza i soldi per pagare i pedaggi autostradali, mossi dal desiderio bruciante di riscattare con la musica una vita a tratti disperata, per poi autosabotarsi e ricominciare da zero. Scritta con Marco Amerighi (“Le nostre ore contate”), è la storia di un gruppo d’emarginati che nella band trova una famiglia fuori dalla famiglia.

“Andate tutti affanculo” lo si legge come un romanzo. Può piacere anche a chi non conosce gli Zen Circus…
Andrea Appino: Era la nostra idea. Adoriamo le biografie musicali, ma non riuscivamo a immaginare la nostra.
Massimiliano “Ufo” Schiavelli: Volevamo evitare l’agiografia. Abbiamo provato a scrivere qualcosa noi, ma era difficile.
Appino: Poi abbiamo pensato che la biografia la usiamo da sempre nelle nostre canzoni. E quindi abbiamo provato a scrivere un libro che sembrasse una canzone…
Ufo: E la cosa migliore era farlo sotto forma di romanzo, per “oggettivare” la storia e portarla su un piano universale.
Karim Qqru: Chiamare qualcuno di esterno al gruppo che mettesse ordine era l’unico modo per stabilire un po’ di verità.
Appino: Il fine non era raccontare la storia degli Zen. Era renderla collettiva.

Quanto romanzate sono le storie raccontate?
Appino: I fatti sono tutti reali. In alcuni casi abbiamo alterato la linea temporale, riposizionando alcuni eventi.
Ufo: Ci sono momenti alla “Elephant”, il film, rimontati insomma.
Qqru: E ci siamo autocensurati. Non volevamo che fosse un libro sulle sostanze, sull’alcol. Sarebbe stato troppo facile e banale.

Leggendo il libro si capisce chiaramente che per voi suonare non era una semplice passione. Dava un senso all’esistenza.
Appino: Questa è la nostra storia, ma non ci permettiamo di giudicare chi prende la musica come un passatempo o come un mezzo per ottenere qualcosa. La musica non deve per forza cambiarti la vita. Quando siamo andati a Sanremo qualcuno della nostra generazione ci ha detto: portate la qualità. Sto cazzo la qualità. Portiamo noi stessi e un modo di far musica salvifico, letteralmente. Se non avessimo fatto musica saremmo morti.

La musica è salvezza?
Appino: La musica tanto ti salva quanto ti uccide. Se ci metti tutto te stesso, la musica ti trita. Il libro, però, si occupa del modo in cui ci ha salvati.

Forse questa devozione estrema alla musica è una cosa più rara, oggi?
Appino: Le cose semplicemente cambiano. Del resto, chi è venuto prima di noi ci guardava dall’alto verso il basso e ci diceva che facevamo musica per centri commerciali – ce l’hanno detto, letteralmente. Quando ascoltavo i Nirvana, quelli più grandi di me mi dicevano che erano merda, che il vero rock era morto. Non voglio finire così, un quarantenne che giudica i ragazzini.

Questa è anche la storia di un gruppo di emarginati che trovano una famiglia fuori dalla famiglia…
Appino: Grazie, quando qualcuno ci chiama emarginati ci sentiamo a nostro agio.
Qqru: Diciamo che ci siamo fatti forza a vicenda. Nel gruppo di amici in cui sono cresciuto, quando avevo 14 o 15 anni, ero l’unico che aveva i genitori non separati, entrambi vivi, senza problemi di alcolismo e tossicodipendenza, mai stati in galera. Ero l’unico ad avere una famiglia normale. Ognuno aveva una sua emarginazione e c’era una specie di mutuo soccorso emotivo. Ci si sentiva parte di qualcosa. Al tempo non lo capivo, sapevo solo che stavo bene, che mi sentivo protetto.
Ufo: Senza scomodare Tod Browning e “Gabba gabba hey”, ero diverso dai miei compagni di scuola. Nella musica e nella cricca che ci girava attorno mi sentivo meno solo, si parlava un linguaggio comune. I Ramones sono stati un modello di emarginazione positiva, una comunità di picchiatelli.
Qqru: Questa roba fa la differenza fra prendere in mano uno strumento o un mitra.

Da una parte c’è sensazione di essere perduti e la rabbia che ne deriva, dall’altra ci sono i vostri tentativi di autosabotaggio. Da dove viene l’autolesionismo?
Ufo: Ah, se lo avessimo saputo ci saremmo risparmiati tanti guai.
Appino: Non ci abbiamo ancora capito nulla. Se non altro, siamo diventati più bravi a non darci la zappa sui piedi. In quanto alla rabbia, paga fino a un certo punto. La rabbia produce un disco epocale come “Never mind the bollocks”, ma fa anche sì che quello sia l’unico disco della band. La rabbia non è eterna. Il problema è quando diventa…
Qqru: … ammaestrata.
Appino: Noi veniamo dalla rabbia, fa ancora parte di noi, ma mi piace l’idea di essere cresciuto. Un tempo, data la situazione economica di merda in cui versavo, ero convinto che chiunque avesse un’auto e una casa di proprietà fosse un coglione, che non potesse essere vero in quel che faceva. Ero deficiente e rabbioso, non sapevo che Nick Drake era sì un borghese, ma che aveva vomitato l’anima in quel che faceva. La rabbia ha rischiato di rovinarmi. Ai tanti amici e alle persone con cui poi ho creato tante cose in campo artistico al tempo avrei detto: che fighetti di merda. La verità è che non odiavo loro, odiavo me stesso. Poi impari a volerti bene. Ma è comunque fondamentale per me rimanere collegato a quel ragazzo, non dimenticarlo.

Il libro racconta anche la parte più miserabile della vita di musicista.
Appino: Partivamo per una data senza avere i soldi per pagare il casello del viaggio d’andata. Quindi prendevano la multa che poi pagavamo con i soldi del cachet al ritorno. Magari un ragazzo ci vede oggi in concerto davanti a 4 o 5 mila persone, coi tecnici, e dice: che figata. Aspetta, prima di arrivarci c’è stato tutto questo.

Una parola ricorrente nel libro è “provincia”.
Ufo: È il nostro mondo.
Qqru: Gli Zen non sarebbero gli Zen se non avessero avuto una provenienza provinciale.
Appino: Vai al pub del paesino e ti danno del finocchio. È tutta roba che ti serve.

Nel libro appaiono vari musicisti, dai Perturbazione a Vasco Brondi a Motta. Vi sentivate parte di qualcosa?
Appino: No no, eravamo visti male sia dal mondo alternative che da quello pop.
Qqru: Ci prendevano per il culo, letteralmente. Mi ricordo che quando uscì “Nello Scarpellini” venivamo canzonati.
Appino: Poi è cambiato tutto nel 2007, 2008.

Nel libro la vostra storia corre parallelamente a quella d’Italia: l’attentato a Falcone, il G8 di Genova, l’11 settembre. Perché?
Ufo: Serviva un controcampo. E perché siamo cresciuti facendo passi avanti e indietro, un po’ come questo Paese…
Appino: Paese che in fondo è sempre finito nelle canzoni.
Qqru: Dove andavano a suonare c’era sempre il sottofondo delle radio del circuito Popolare o di Rai 3. C’erano la musica e l’attualità.

Perché il libro si ferma al 2009?
Appino: Le favole finiscono con “e vissero tutti felici e contenti”. Che te ne frega di sapere che poi il principe e la principessa sono andati fuori a cena, a fare la spesa, a fare un bel viaggio? Frega un cazzo.
Ufo: Nel 2009 iniziamo a campare di musica decentemente.
Qqru: Da lì in poi è una storia più di dominio pubblico.
Appino: Se gli Zen fossero una serie tv, questo libro sarebbe il prequel.

State scrivendo il nuovo album?
Appino: Sì, perché purtroppo non sappiamo fare altro. Non vi libererete di noi.

(Claudio Todesco)

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