Rhiannon Giddens e Francesco Turrisi: nessuno è straniero

Il folk come linguaggio universale: nell’album “There is no other” i due esplorano le radici comuni delle musiche del mondo
Rhiannon Giddens e Francesco Turrisi: nessuno è straniero

Storia ed etnomusicologia non sono mai state così eccitanti. Negli ultimi dieci anni, la cantante e musicista Rhiannon Giddens ha usato il folk per rivendicare il ruolo degli afroamericani nella costruzione dell’identità americana. Di recente, con la complicità di un musicista italiano, ha allargato lo sguardo a una nuova parte di mondo. Il disco di Rhiannon Giddens con Francesco Turrisi “There is no other” è un’esplorazione brillante delle intersezioni fra musica americana, africana, mediterranea e araba. Suonano quasi tutto i due: banjo, percussioni, liuto, pianoforte, fisarmonica, violino, viola (in quattro pezzi, c’è il violoncello di Kate Ellis). Per il Guardian, è un disco da 5 stelle, per Uncut è da 9. È uno degli album folk dell’anno.

Già membro del gruppo old time Carolina Chocolate Drops, vincitrice di un Grammy e di svariati altri premi, Rhiannon Giddens sarebbe considerata una star della musica folk, se solo il folk ammettesse l’esistenza di star. La sua missione: riequilibrare la narrazione dominante facendo luce su parti della storia culturale americana dimenticate. Lo fa abbinando progettualità, grande musicalità, uno strabiliante talento, anche canoro. Non stupisce, perciò, che abbia stretto una partnership con Francesco Turrisi, musicista torinese d’origine siciliana che vive attualmente in Irlanda e che ama miscelare musica antica, jazz e mediterranea. “Quest’album nasce dall’idea che, in fondo, io e Francesco facciamo cose simili”, spiega Giddens a Rockol. “Mettersi a suonare assieme è stato naturale e, per me, anche un modo per comprende che certi schemi sono globali”.

Gli schemi di cui parla Giddens sono i meccanismi che rendono le musiche del mondo per certi versi simili. È questo uno degli scopi che si sono prefissati i musicisti di “There is no other”: dimostrare, suonando, le radici comuni di stili apparentemente lontani. Al suo interno si trovano perciò folk americano e britannico, arie d’opera, pizzica salentina, echi di musica africana e araba, il tutto miscelato in modo naturale attraverso l’uso di una strumentazione acustica scarna e potente, resa in modo vivido dal produttore Joe Henry e dal fonico Ryan Freeland. L’album è stato registrato per lo più dal vivo con Giddens e Turrisi uno di fronte all’altro, a un metro e mezzo di distanza. “Gran parte delle cose che ascoltate le abbiamo create sul momento”, assicura la cantante.

“Che la musica sia un linguaggio universale l’ho capito appena uscita dal college”, spiega Giddens. “Fu allora che sentii antiche canzoni da lavoro scozzesi che mi ricordarono i canti delle donne native americane durante il pow-wow”. Turrisi ha avuto una rivelazione simile quando si è reso conto dei punti in comune fra i melismi del canto tradizionale irlandese sean-nós e le tradizioni vocali mediterranee. “Ma potrei farti molti altri esempi. Siamo musicisti, sentiamo connessioni che non sono state codificate”.

“There is no other” è anche un disco politico. Il titolo fa riferimento a un verbo che la lingua inglese ha ereditato dalla sociologia e che descrive un processo in atto nel mondo: to other. Significa trattare un individuo o un gruppo di persone come estraneo e diverso a causa di caratteristiche razziali, culturali, sessuali. “Mi piace il fatto che esista questa parola”, dice Giddens. “Definisce un fenomeno in atto da tempo: la disumanizzazione del prossimo al fine di sottrargli qualcosa, opprimerlo socialmente o economicamente, persino ucciderlo”.

Giddens e Turrisi ci dicono, insomma, che nessuno è straniero, che abbiamo tutti radici comuni, che le barriere si possono annullare, almeno nella musica. Nelle loro versioni, canzoni inedite, arie d’opera e traditional sembrano avere origine da un’unica fonte ancestrale. Pattern ritmici, melodie e timbri sembrano provenire da una terra immaginaria che riassume caratteri di Stati Uniti, Africa Occidentale, Mediterraneo. “È politico, sì”, dice Giddens, “e non è diverso dal quel che da sempre fanno i folksinger che denunciano diseguaglianze e oppressione. La mia musica contiene sempre una riflessione sul mondo. Non riuscirei mai a fare un disco di belle canzoni e basta. Sono interessata al potere della musica di unire le persone”.

La collaborazione fra i due, spiega Turrisi, è nata quando Giddens lo ha chiamato per scrivere e suonare con lei le musiche per il balletto “Lucy Negro Redux”. Basato sul libro omonimo di Caroline Randall Williams, racconta il rapporto di Shakespeare con la Dark Lady a cui dedicò alcuni sonetti. Il balletto parte dall’ipotesi avanzata da alcuni studiosi secondo cui la Dark Lady era una donna di colore che gestiva un bordello a Londra. “La strumentazione è simile a quella di quest’album. Non ci sono riferimenti musicali storici, tutt’al più echi di musica rinascimentale, ad esempio nelle linee di basso. Siamo solo io e Rhiannon sul palco circondati da dieci strumenti. È una performance… acrobatica”.

In gennaio, la coppia si è esibita al Folk Club di Torino, dove conta di tornare all’inizio del 2020. In febbraio, Giddens ha pubblicato un album con il supergruppo Our Native Daughters incentrato sull’esperienza delle donne afroamericane dalla schiavitù in poi, un progetto all’intersezione fra #MeToo e #BlackLivesMatter. Tra il 22 e il 25 maggio la musicista, che ha studiato all’Oberlin Conservatory of Music, curerà quattro serate della Boston Symphony Orchestra, “due con le mie musiche da ‘There is no other’, ‘Freedom highway’ e ‘Tomorrow is my turn’ e due con brani di compositori e compositrici afroamericani che pur non essendo celebri hanno contribuito alla musica americana, da Billy Strayhorn a Florence Price”. Anche quella fra folk e musica colta è una barriera da abbattere.

(Claudio Todesco)

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