Queen, l'anteprima e la recensione del film "Bohemian Rhapsody"

Queen, l'anteprima e la recensione del film "Bohemian Rhapsody"

Lo stadio di Wembley, con il suo arco, è lì di fianco, illuminato a giorno in attesa che le stelle del football Usa si prendano a botte per un paio di giorni sul prato che è solo della nazionale inglese di calcio. E delle stelle del rock. Mancano le due torri, demolite prima del restyling, ma resta sempre quel Wembley là.  E quella coda di persone, ordinatissime e pittoresche, che sfila in un serpentone di fianco alla Wembley Arena lo sa, che è sempre quel Wembley là. Là dove Freddie Mercury conquistò il mondo con i venti minuti di concerto più famosi della storia: i Queen al Live Aid. 
È un cerchio che si chiude. In quello stadio, il 13 luglio 1985, la Regina della musica rock si prese la scena (e la gloria). Nell’arena che la fiancheggia, il 23 ottobre 2018 la debordante personalità di Farrokh Bulsara, al secolo Freddie Mercury, viene celebrata a Londra dalla prima mondiale di “Bohemian Rhapsody”, il biopic che racconta la storia del gruppo (e soprattutto del suo lead singer) dalle origini fino al giorno della sua incoronazione. Il Live Aid, appunto. E non è un caso che il film cominci dal e finisca con l’esibizione sul palco di Wembley dei quattro Queen. Tutto si tiene. 

Londra ha vissuto questi giorni nell’attesa della Regina, quella di mister Freddie Mercury, Brian May, John Deacon e Roger Taylor. Fai un salto a Carnaby Street, la via della Swinging London, alzi gli occhi verso il cielo e, nemmeno fosse già Natale (e per i fan dei Queen lo è, eccome se lo è), vedi le luminarie che ti ricordano che è l’ora di “Bohemian Rhapsody” con il testo della canzone che ti accompagna lungo la strada, entri che “I see a little silhouetto of the man” e arrivi in fondo che canticchi “anyway the wind blows”: per i cultori dei Queen, il paradiso.


Quando arrivi alla Wembley Arena, la sera della prima, che si tratti di una prima lo capisci dal tappeto rosso: per il resto, un concerto rock. Schermi giganti con i video dei Queen (of course), musica a palla con le canzoni dei Queen (of course) e fan di ogni ordine, grado, genere ed età, dai lustrini della fanciulla che scende tra i flash dalla limousine alla signora attempata con baffi finti (eh be’...) e giubbotto giallo con alamari in puro Mercury style, per finire con i lustrini di cui sopra delle drag che tanto sarebbero piaciute a Freddie. Un perfetto pastiche à la Queen, insomma. 

E gli attori, emozionati nel concedersi ai fan per autografi e selfie, felici di farsi intervistare e di rivedersi sui maxi schermi disposti su tutto il piazzale, tanto tanto contenti di essere (stati) parte della storia dei Queen, in particolare un Rami Malek di bianco vestito e visibilmente sulle spine per quello che è il suo debutto nel mondo dei grandi e che al termine si trasformerà in una passerella tra ovazioni e urla di entusiasmo. 

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La sala (sala? Siamo in 6 mila, lì dentro) è elettrica e pronta come nemmeno per un concerto, e di un concerto si respira l’atmosfera. Applausi a scena aperta sin dalla prima inquadratura, boato alle prime note di “Bohemian Rhapsody” (la canzone), battito di piedi e di mani in tutta l’Arena quando nel film parte “We Will Rock You”, nemmeno ci fosse Freddie redivivo a incitare la folla. E poi il Live Aid finale, impressionante nella verosimiglianza con l’originale, con un audio da concerto “vero”, con i lucciconi agli occhi per i fan della prima ora (la gran parte dei presenti), fino al ruggito di Wembley (Arena...) quando scorrono i titoli di coda. 

C’è tempo ancora per salutare tutti i protagonisti, richiamati sul palco a gran voce, con Rami Malek quasi commosso, io sono qui “because of and for Freddie Mercury”. Ha convinto tutti, Malek, anche quelli che lo aspettavano al varco per impallinarlo: è stato un Freddie così convincente da mettere d’accordo anche i fan più duri e puri. 
E infine largo a loro, i protagonisti “veri”: standing ovation quando la passerella è per Brian May, chitarra e lunghi riccioli grigi, e Roger Taylor, batteria e lunga barba bianca, i Queen “superstiti” (ci sarebbe anche John Deacon, volendo, ma ormai da un paio di decenni non dà notizie di sé). Grazie, grazie a tutti, siamo commossi. E se lo sono i due Queen, a maggior ragione lo siamo tutti sulle tribune. 
Tenera è la notte, quando uscendo dall’Arena vedi le mura del Wembley Stadium e ti pare ancora di risentire l’“Ahey-ho” con cui Freddie ipnotizzò il mondo al calar della sera del 13 luglio 1985. Aveva ragione a cantarlo: “We are the champions, my friends”...

(Roberto De Ponti)

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