Franco Battiato, la storia di “Stranizza d’amuri” (1979). ASCOLTA

Una canzone al giorno da riscoprire durante le vacanze di Natale
Franco Battiato, la storia di “Stranizza d’amuri” (1979). ASCOLTA

“Stranizza d’amuri” di Franco Battiato (musica e parole di Franco Battiato)

Nel 2003 Franco Battiato dirige il suo primo film, “Perdutoamor”, spaccato nostalgico della sua Sicilia.

Ma 24 anni prima ha già dimostrato una straordinaria capacità cinematografica in una piccola grande canzone in dialetto, ambientata durante i bombardamenti degli Alleati ai piedi dell’Etna – nel vallone di Scammacca – dove “i carritteri ogni tantu lassanu i loru bisogni / e i muscuni ci abbulaunu supra” (“i carrettieri ogni tanto lasciano i loro bisogni e i mosconi ci volano sopra”). In questo contesto non esattamente romantico, esplode un sentimento nuovo e potente, una “stranizza d’amuri”, espressa con brevi e luminosi tratti evocativi: “Man manu ca passunu i jonna / ’sta frevi mi trasi ’nda ’ll’ossa / ccu tuttu ca fora c’è ’a guerra / mi sentu stranizza d’amuri, l’amuri” (“Man mano che passano i giorni questa febbre mi entra nelle ossa, nonostante fuori ci sia la guerra mi sento una stranezza d’amore, l’amore”).

Franco Battiato ammette di avere sofferto di problemi psichici, di avere cercato il suo “centro di gravità permanente”, di avere danzato “come i dervisci tourneurs che girano sulle spine dorsali”, di avere seguito “la voce del Padrone”, di sapere che “l’animale” che si porta dentro non lo fa “vivere felice mai, si prende tutto anche il caffè” e lo “rende schiavo” delle sue passioni. Ha ritrovato il suo bandolo esistenziale in Georges Ivanovic Gurdjieff, vissuto a cavallo del XIX e XX secolo tra Armenia, Russia e Francia, pensatore mistico e sufista che ha influenzato il pensiero occidentale. Ma anche le canzoni di Battiato che, nel 1985, fonda la casa editrice L’Ottava (intesa come nota) e che sopravvive per dieci anni, pubblicando i testi di Gurdjeff tradotti in italiano. Secondo le sue teorie, spiega Battiato, «l’uomo è una macchina: tutto quello che fa è il risultato di influenze esteriori. L’individuo che è “schiavo” può uscire da questo stato risvegliando la coscienza opposta al pensiero meccanico».

C’è già tutto in "Il Re del mondo", dallo stesso “L’era del cinghiale bianco", passaggio dal Battiato sperimentale e dodecafonico di “Fetus” e “Pollution” a quello da musica leggera portata all’estrema potenza evocativa e sciamanica.

“Nei vestiti bianchi a ruota echi delle danze sufi”, ci racconta riferendosi alle evoluzioni dei dervisci che girano vorticosamente su se stessi riproducendo il moto dei pianeti prima di crollare svenuti. C’è il tentativo patetico dell’uomo di affrancarsi da una condizione cartesiana di impotenza: “Più diventa tutto inutile e più credi che sia vero / e il giorno della fine non ti servirà l’inglese”. Con la consapevolezza di una latente esistenza-sogno a cui dobbiamo rassegnarci, attraverso la meditazione, l’eremitaggio, l’astinenza, l’attesa: “E sulle biciclette verso casa la vita ci sfiorò / ma il Re del mondo ci tiene prigioniero il cuore”.

Estratto da "I migliori anni della nostra musica. Un secolo di cantautori in 200 canzoni" di Federico Pistone, Arcana edizioni. (C) Lit edizioni di Pietro D'Amore s.a.s. Per gentile concessione
 

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