Ian Stewart, il demansionato del rock che vide nascere la leggenda dei Rolling Stones (1 / 9)

Fu il primo, Ian Stewart, a rispondere a quell'annuncio che Brian Jones pubblicò su Jazz News, il 2 maggio del 1962, per cercare elementi per mettere in piedi un gruppo. Poi arrivarono Mick Jagger e Keith Richards, e poi ancora - otto mesi dopo circa - Bill Wyman e Charlie Watts.

Il mito dei Rolling Stones, Stewart, lo vide nascere la protagonista. Lo tenne a battesimo, sfruttando la sua condizione "borghese" di unico, nella band, ad avere un lavoro "vero" - alla Imperial Chemical Industries - che gli permettesse di avere accesso a un telefono e prendere accordi con locali e impresari nella fase più delicata del lancio di una leggenda, quella della prima formazione di un seguito. Il destino, però, sa giocare scherzi pessimi.

E' il maggio del 1963, i Rolling Stones sono sulla rampa di lancio per diventare una delle band più chiacchierate oltremanica. Arriva un nuovo manager, Andrew Loog Oldham: ha solo 19 anni, è più giovane di qualsiasi elemento della band che è chiamato ad amministrare, e fino a qualche mese prima lavorava per un altro gruppo di belle speranze, tali Beatles. Oldham decide di differenziare l'immagine dei suoi nuovi clienti da quella dei Fab Four: gli Stones, lui, li vuole sporchi e cattivi. E giovani, tanto da abbassarne fraudolentemente l'età dei componenti nelle presentazioni ufficiali. E Stewart, per sua sfortuna, non è né sporco, né cattivo, né tantomeno giovane.

Non è dato sapere, con certezza assoluta, se sia stato lui a fare un passo indietro o il manager a prendere la decisione. Fatto sta che nel maggio del '63, a un anno esatto dalla fatidica risposta all'annuncio di Jones su Jazz News, Oldham annuncia l'uscita ufficiale di Stewart dai Rolling Stones. "Non sembrava parte del gruppo, e poi sei facce - sulle locandine - sono troppe da ricordare", dirà l'impresario qualche anno dopo. "Avrebbe potuto dirci: 'Sapete una cosa? Andate a fare in culo'. Ma non lo fece", ricordò a posteriori Keith Richards: "Ci disse, invece: 'Ok, vi porterò in giro io'". Messo ai margini, Stewart comprò un furgone per gli spostamenti del gruppo e accettò di rimanere a bordo con un ruolo defilato, da pianista aggiunto e tour manager. "Ci vuole un grande cuore per fare un cosa del genere", commentò sempre Richards al proposito: "Ma Stu aveva uno dei più grandi cuori in circolazione".

Quello di Stewart ai Rolling Stones fu, più che un lungo addio, un addio a bassa intensità: in uno dei più grandi cuori in circolazione c'è posto per tutto e tutti, meno che per il rancore, così Stu - come lo chiavamo gli amici - continuò a collaborare con gli Stones fino al 1985, subito dopo il periodo del picco assoluto di popolarità della band, di "Tattoo You" e del tour europeo che culminò con il leggendario "Live at Leeds". Fece appena in tempo a mettere le mani sui tasti per le session di "Dirty Work", prima di morire improvvisamente, il 12 dicembre 1985, all'età di 47, per un attacco cardiaco. Per ricordarlo a lavorazione del disco ancora non ultimata, i suoi compagni decisero di inserire nell'album come ghost track una sua versione - di appena poco più di 30 secondi - di "Key to the Highway", standard blues di Big Bill Broonzy. Così Stewart, dagli Stones, se n'era andato per la seconda volta da fantasma.

Eppure Stewart nella sua carriera seppe togliersi grandi soddisfazioni, al di fuori degli Stones: nelle pagine che seguono trovate sue incisioni con Yardbirds, Led Zeppelin, Eric Clapton, Pete Townshend e George Thorogood. Perché Stu aveva sì uno dei cuori più grandi in circolazione, ma era anche un musicista di prim’ordine. Poco importa che fosse non abbastanza giovane, sporco e cattivo: a noi, Stu, piace ricordarlo così. Buon ascolto!

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