NEWS   |   R'n'B / hip hop / 12/09/2018

Gué Pequeno racconta il nuovo album ‘Sinatra’: ‘Sono un onesto lavoratore, sento di aver fatto qualcosa per le nuove generazioni’ - INTERVISTA

Gué Pequeno racconta il nuovo album ‘Sinatra’: ‘Sono un onesto lavoratore, sento di aver fatto qualcosa per le nuove generazioni’ - INTERVISTA

“Le cose da pappone in Italia le ho inventate io”, conviene Cosimo Fini, meglio noto come Gué Pequeno, seduto su un divano Belle Époque con una cascata di catene d’oro al collo mentre risponde alle domande dei giornalisti riuniti in un secret club di Milano per il lancio di “Sinatra”, la quinta prova di studio del rapper meneghino, in uscita il prossimo 14 settembre. Il fare spacchiuso, termine che lo stesso Gué utilizza nell’illustrare l’approccio di “Sinatra” - il primo album, per Island/Def Jam, in collaborazione con lo staff BHMG -, domina su tutta la linea, a partire dalla spiegazione del titolo dell’album: “Mi piaceva l’iconografia del personaggio, l’idea molto hip hop di esagerare. Arrivato al quinto disco, c’è l’arroganza di usare questo pseudonimo. Al posto di “king”, dico “Sinatra””, racconta Gué Pequeno, che per l’ideale seguito di “Gentlemen” si è affidato alla produzione di Charlie Charles, volto dietro ai beat delle giovani leve della trap come Ghali e Sfera Ebbasta. Davanti alla curiosità della stampa per la scelta di una figura ormai associata a un sound spiccatamente trap, Gué non si scompone – “Il disco ha il mio sound, non me l’ha fatto Charlie. Ci ho messo tutta la mia influenza culturale” - e spiega come l’apporto del producer abbia preso le mosse prima di tutto da un lavoro già pronto, rendendo omogenei i contributi dei diversi produttori e ospiti coinvolti nel progetto. “È la prima volta che ho un supervisore, è una cosa molto americana. Ha creato un suono coeso, ha messo la sua esperienza nell’amalgamare il sound”, dice il rapper, classe 1980, per poi citare, scherzando, il collega Jovanotti riprendendo la formula da lui usata raccontando l’esperienza con il produttore Rick Rubin per il suo “Oh, vita!”: “Charlie ha un po’ svuotato il disco, lo ha minimalizzato, procedendo per sottrazione”. E torna serio: “Questo disco non ha filler, o meglio, ne ha pochi”. 

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Poi, chiaro, anche Gué ha pezzi sui quali punta di più che su altri, come “2%”, la traccia con Frah Quintale – “Questo pezzo è la hit del disco. Era in buona parte già pronta, l’avevo scritta perché ero triste per una ragazza” – oppure “Bling Bling”, che contiene i sample della hit di Mango “Oro”, una canzone che al rapper è particolarmente cara: “Mango è uno dei miei artisti pop preferiti e “Oro” è il mio pezzo preferito. Nella nostra crew balenava da tempo l’idea di riprendere quel pezzo”, racconta. “Pensavamo che non volessero autorizzarlo. Il testo è un po’ ignorantello e per l’approvazione del sample deve essere visionato”, prosegue il rapper, sollevato dal lieto fine. Senza allontanare lo sguardo dalla tracklist dell’album, la prima cosa che salta all’occhio è la lunga lista di collaborazioni che Gué Pequeno ha radunato per “Sinatra”, dai soci storici come Marracash e Luché ai giovani trapper Capo Plaza – “Può dare tanto” -, Drefgold, Sfera Ebbasta – “L’ho visto crescere” –, da figure più vicine al cantato come Frah Quintale ed Elodie a rapper dallo stile più crudo come Noyz Narcos, per citarne alcuni. Passando ai produttori, oltre a Charlie Charles, figurano i nomi di D-Ross, 2nd Roof, Mace e dell’amico di sempre Shablo. Una banda variegata, che ha reso ancor più necessaria la presenza di una figura unificante come Charles, anche considerando che nel disco manca un vero e proprio leitmotiv, come fa notare il rapper milanese: “Non c’è un filo conduttore nell’album, i testi sono gli stessi da dieci anni. Non è un disco introspettivo, non ha una ballad, volevo colpire duro a livello di suono, essere spacchiuso. Non è neanche un disco arrabbiato, frustrato, l’ho fatto quasi tutto in America”. Quanto ai testi, “forse non c’è troppa poesia”, spiega, per poi aggiungere: “Ma a livello d’incastri e di espressività sono soddisfatto”.

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“Sento di meritarmi di lavorare con un team di un certo tipo”, dice il rapper commentando il gruppo di artigiani dietro a “Sinatra”, che per Gué è anche la conquista più bella, davanti a un percorso artistico che non sempre si è visto riconoscere i suoi primati: “Negli anni non mi è stato riconosciuto da tutti il mio merito, ma comunque mi trovo a fare il disco con questo tipo di situazione artistica. Ecco, preferisco che mi venga riconosciuto a questo livello”, spiega. Con la mente, però, rivolta anche ai suoi fan: “Preferisco che il mio pubblico che se ne intende apprezzi”. Il rapper, che ha costruito il suo successo tanto tra le case delle generazioni più restie di fronte al dilagare del web quanto tra i millennians, ormai slegati dall’idea di un supporto fisico per la musica – “La mia popolarità è più aperta, più nazionalpopolare, va da Spotify a mia zia”, riassume lui -, non si mostra timido nell’individuare i suoi meriti: “Sono un onesto lavoratore. Sento di aver fatto qualcosa per le nuove generazioni anche a livello di apertura di mercato, a livello di liriche e di sound sono stato un precursore”. Se guardiamo, ad esempio, alla trap, illustra Gué, che oggi va per la maggiore tra i più giovani, “le sonorità trap io le ho usate da sempre. In Italia già da “Ragazzo d’oro”. Il termine si riferisce anche a un concetto, non solo a uno stile di sound”. Ma già con i Club Dogo, formazione discograficamente ferma al 2014, con “Non siamo più quelli di Mi fist”, Gué aveva iniziato ad avvicinarsi a questo tipo di suono: “Nell’ultimo disco dei Club Dogo facevamo trap. Penso ad esempio al pezzo “Soldi”. Era un disco avantissimo sui tempi”. Ma a chi chiede al cantante di un possibile ritorno di fiamma con i compagni Jake La Furia e Don Joe, la risposta non lascia molto spazio alle speculazioni: “Non so se farò altri dischi con i Club Dogo, probabilmente no”.

Pequeno è noto anche per le varie attività, parallele alla musica, nelle quali è coinvolto, tra gioiellerie e brand di abbigliamento. E se la scelta di diversificare i suoi introiti ora forse non sarebbe poi così necessaria, anni fa, racconta, le possibilità di guadagno nella scena rap erano molto lontane da quelle attuali: “Non beccavamo un cazzo noi rapper” - dice senza peli sulla lingua - “Abbiamo fatto anni di dischi veramente sottopagati”. Ora Gué si avvia a esibirsi, il prossimo mese di marzo, al Forum di Assago, nella periferia milanese, per la prima volta nella sua carriera. Al palazzetto, però, il rapper continua a preferire una dimensione più raccolta. “Il live enorme non mi è mai piaciuto. Mi divertono molto di più i club, che sia discoteca o altro. Già 3mila persone non mi piacciono”, ammette. Ma poi cede, e lo riconosce anche lui: “È un bel traguardo”.

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