30 anni di Afterhours: Manuel Agnelli racconta la band in 10 momenti - INTERVISTA

30 anni di Afterhours: Manuel Agnelli racconta la band in 10 momenti - INTERVISTA

Gli Afterhours al Forum di Assago: la band milanese di Manuel Agnelli non ha mai tenuto un concerto nel palazzetto, e lo fa per la prima volta il 10 aprile, per festeggiare 30 anni di carriera, dopo la pubblicazione di "Foto di pura gioia". “E' un sold out vero, e abbiamo aspettato a comunicarlo all’ultimo. E lo abbiamo fatto senza escamotage: non avremo ospiti speciali. Ci saranno solo i membri della storia degli Afterhours”  spiega Agnelli.
In realtà i 30 anni di carriera cadono nel 2016 (la formazione è del 1986) o nel 2017 (il primo singolo). Ma per organizzare una festa come si deve, si è preferito spostare in avanti di qualche mese:  “C’è il desiderio di storicizzare, di non perdere un percorso che molti non conoscono. Abbiamo avuto un’esperienza che oggi non capita più alle giovani band. E poi è una festa: ci va anche di farci una sega, ce lo meritiamo”.
E’ raro incontrare un artista lucido e schietto come Agnelli: puoi anche non essere d’accordo con lui, ma le sue opinioni sono sempre precise e argomentate. E così è anche nel ricordare la storia della band.  Gli abbiamo fatto ripercorrere la carriera degli Afterhours traverso 10 momenti e anedotti, dagli esordi alla chiamata di X Factor - con chicche notevoli: il rapporto con il pubblico, con quella volta che una spettatrice gli ha messo una mano nei pantaloni durante un concerto per portarsi a casa un souvenir e la leggenda della rissa con uno spettatore. Ma anche la chiamata di Mina, mentre era a casa dei genitori, e il primo approccio con l'italiano.

(Gianni Sibilla)

1993: LA PRIMA VOLTA CHE GLI AFTERHOURS HANNO CANTATO IN ITALIANO
“Da Arezzo Wave, al tempo il festival rock più importante in Italia, ci chiesero di partecipare ad un album tributo a Rino Gaetano. Io ero scettico: quello dei cantautori non era il nostro mondo. Ma lui mi era sempre stato simpatico, era una mosca bianca e un po' ci sentivamo così anche noi. Usammo il cut-up, incollando frammenti, come facevamo in quel periodo: fu un esperimento fondamentale, che mi fece capire che io potevo cantare in maniera convincente anche in italiano. Lavorare sulle parole per incastrare la musica, come facevano i cantautori, fu per noi un punto di svolta. Cominciammo a sperimentare sempre di più con l’italiano e vedemmo la risposta del pubblico, che fu mostruosa”.

1997: LA TELEFONATA DI MINA​
"L’ho incontrata in studio diverse volte: la prima volta fu quando lei fece “Dentro Marylin”, chiamandola “Tre volte dentro me”, per “Leggera”. Mi chiamò mentre ero a casa  dei mie genitori, che mi guardavano mentre io facevo gesti per dire “E’ Mina al telefono!”.
La incise in maniera molto rispettosa e ci fece rendere conto che potevamo anche scrivere canzoni-canzoni: lì ho cambiato un po' la mia percezione, non pensando solo al suono e all’attitudine. Sentirmi riconosciuto come autore, dalla più importante interprete italiana, è stato un gran momento”.

1999: “NON È PER SEMPRE” E LE PRIME ATTENZIONI DELLA RADIO E DELLA TV​
“La Mescal, nostra etichetta del tempo, insisteva tantissimo per avere dei singoli. Alcuni colleghi si lamentavano di questa pressione, ma era l’unico modo che loro avevano per lavorare con i media e per uscire un po' dalla nicchia dell’alternative, che già allora era autoreferenziale. Feci lo sforzo  di scrivere questi quattro pezzi: a risentirli ora sono ottimi brani pop. Ma  passò solo “Non è per sempre”, e più su MTV e Videomusic che sulle radio.  Non fu neanche il nostro primo videoclip. Ne avevamo già fatto uno nel ’90: quello della cover di “Shadowplay”, un gioco da ragazzi, e uno per “ Ossigeno”.

1999: LA VOLTA CHE MANUEL HA SMESSO DI FARE STAGE DIVING: “UNA RAGAZZA MI VOLEVA STRAPPARE L’UCCELLO DURANTE UN CONCERTO”
Il pubblico può essere molto violento, nelle parole e nei fatti. Come sempre, nel tour di “Non è per sempre” ad un certo punto facevo stage diving, lasciandomi cadere di spalle, senza guardare, mentre urlavo “Razionalità” in “Posso avere il tuo deserto”. Di solito, poi, qualcuno cercava di strapparmi il microfono, cosa che io evitavo avvolgendo il filo al braccio.
A Firenze una tipa è arrivata da dietro mentre ero sostenuto dal pubblico, mi ha aperto i pantaloni di pelle e ha iniziato a tirare l’uccello. Voleva portarselo a casa. Immagina la scena: io che mi credo un semidio mentre canto a torso nudo, e una inizia a strattonarmi l’uccello. Provo a contenerla con la sinistra, mentre continuo a cantare, ma non ho forza perché sono sulla gente e non ho punti di appoggio. Ad un certo punto la guardo, le tiro un paio di gomitate sul naso e lei cade. Rientro tra il pubblico e dico “mai più”.
Non ho mai più fatto stage diving in vita mia. Ho capito che crederci è giusto, ma crederci troppo è grottesco”.

1999: Il CONCERTO ALLO STADIO DI BOLOGNA CON R.E.M., WILCO, SUEDE  (E LA DEDICA DI MICHAEL STIPE)
“Nel ’99 abbiamo aperto il concerto di R.E.M., Wilco e Suede allo stadio Dall’Ara di Bologna. Fu magico: alla fine della nostra esibizione, voltandoci trovammo Mike Mills e Peter Buck che applaudivano. Mills venne a salutarci in camerino e mi portò i loro CD: “ma ce li ho tutti!”, gli dissi.
La roba più figa fu la sera; andai a vedermi il loro show sul palco e Stipe, che fino ad allora era stato in disparte, ci sorrideva mentre cantava. Vado a vedere i bis tra il pubblico, e quando sono fuori, lui ci dedica “Gardening at night”. Mentre lo fa si gira per salutarmi, ma io non ci sono più, perché ero sceso sotto, per vederli dal pit. Lui scoppia a ridere. E io da piccolo fan non capii più nulla”.

2001: IL VIAGGIO IN INDIA DA  CUI È NATO “QUELLO CHE NON C’È”​
“Mi ha cambiato la vita. Ero da tre anni Bologna, era cambiato il millennio, mi ero tagliato i capelli cortissimi. Xabier stava uscendo dal gruppo e anche gli After erano in situazione di stallo, ad un bivio tra lo sciogliersi e il diventare qualcos’altro. Ero stufo della formula dei chitarroni violenti, stufo del dover essere per forza disturbante. Avevamo un pubblico di fedelissimi, migliaia di persone che cantavano in coro lo nostre canzoni ma noi eravamo incazzati. 
Allora mi sono rifugiato nella scrittura: non tanto in India - quando sei lì devi badare a sopravvivere -  ma dopo. L’india è un posto spirituale soprattuto quando ritorni e rielabori quello che ti è successo: un viaggio che mi ha fatto cambiare l’idea di cosa doveva essere il gruppo. 
Poi i 3 o 4 anni successivi sono stati molto confusi: se vedi le nostre foto di quel periodo sono tremende, per esempio. Ma ad un certo punto mi sono detto “ma sti cazzi, ma vaffanculo” e mi sono accettato per quello che sono”.

2006: IL TOUR AMERICANO E IL CONCERTO A NEW YORK​​
“Abbiamo fatto una decina di tour negli Stati Uniti, e una dozzina in Europa. Ma il primo, quello dopo “Ballads for little hyenas”, è stato pazzesco: 32 date in 35 giorni, tour bus e furgone.  In Italia al tempo facevamo già tantissima gente: tornare a fare i clubbini, con un pubblico che non ci conosceva. Suonare così, doversi conquistare tutto ogni sera, ci ha dato una consapevolezza enorme. Ci ha tolto la patina di provincialismo e commiserazione che spesso si ha in Italia. 
Il concerto di New York, poi, è stato uno dei momenti più belli della carriera: c’era tutta la stampa importante sentirci, e abbiamo spaccato il culo. Sono tornato in albergo camminando in trance per la città”.

2006: LE CONTESTAZIONI DEL PUBBLICO E LA VOLTA CHE MANUEL HA FATTO A PUGNI CON UNO SPETTATORE​
“Nel 2006, eravamo Fillmore di Cortemaggiore, per il tour di “Little hyenas”: facemmo 70 date all’estero e dopo averne fatte 80 l’anno prima in italiano, ce ne furono 15  in cui cantavamo sei o sette canzoni in inglese, su 22 in scaletta. E’ iniziata  montare una sorta di protesta, con il pubblico che iniziava a venire per contestarci, fischiando, cantando in italiano….
Al Fillmore la gente era particolarmente infoiata, la security praticamente assente. C’era un tipo che mi faceva gestacci, e durante il primo bis, “Bye Bye Bombay” , mi tira una cicca. La sfiga è che mi prende sulla pupilla. Io che sono lì che dico: sono un professionista, vado avanti… ma non ci vedo più. Scendo, butto la chitarra sfiorando Roberto, mi lancio tra il pubblico, che si apre vedendomi arrivare. Questo povero cristo mette le mani avanti per difendersi, ma finisce per prendermi in faccia: l’ho preso a pugni finché non è andato giù, perdendo completamente il controllo. 
Poi uno mi si è parato davanti dicendomi “Manuel, è solo un coglione”: allora mi sono risvegliato e sono tornato sul palco, con un senso di colpa pazzesco. Tutti mi dicevano che avevo la mano rotta. A fine concerto l’hanno trovato un po’ tumefatto, che comprava un nostro poster: era ubriaco fradicio. Mi sono sentito un coglioncino. La mia mano, nel frattempo, era davvero rotta: me la sono fatta ingessare in modo da poter tenere il plettro e ho fatto tutto il tour europeo così".

2009: IL FESTIVAL DI SANREMO​​
"Bonolis, che ci aveva fortemente voluti, si comportò da signore: siamo rimasti molto amici.  Ovviamente lo faceva anche per proteggere la sua scelta: noi ci sentivamo degli alieni, ma a casa nostra, e alla fine ce la vivemmo con lo spirito giusto.
Il momento migliore fu quando cantai “Il paese è reale” solo chitarra e voce, sulle scale dell’Ariston, per la Gialappa’s: lì mi venne bene. Le esibizioni furono un disastro: eravamo andati con una canzone difficile, sapendo che lo era, ma con l’intenzione di spaccare i culi. Invece andò tutto storto, sul palco: ancora oggi c’è qualcuno pensa che sia un cantante stonato, dopo avermi sentito a Sanremo”.

2012-2014: L’USCITA DI GIORGIO PRETTE DAGLI AFTERHOURS (E I CAMBI DI FORMAZIONE DELLA BAND)​
"Era nell’aria da tempo, ma quel periodo è durato due anni. Alla fine eravamo marci, avevo proprio voglia che Giorgio se ne andasse. Quando è successo è stato comunque terribile. 
Un paio di cambi di formazione li ho patiti: oltre a Giorgio mi è spiaciuto per Enrico Gabrielli, nel 2009: avevo voglia di impostare il progetto su di lui e quella cosa mi fece rimanere male.  Ma spesso i cambi di formazione sono salvifici e opportuni: momenti che dovevano succedere, sia che li abbia causati io, sia che siano nati da loro."

2015-2016: LA CHIAMATA DI X FACTOR​
"Venni contattato una persona che al tempo lavorava nella squadra tecnica di X Factor, che mi conosceva bene, e con cui avevo avuto un grande scazzo in precedenza, al famoso concerto del 1° maggio quando decidemmo di non suonare perché continuavamo a rimandarci. La presi molto sul serio proprio perché fu lei a chiamare: una proposta di lavoro pazzesca che ti arriva da una persona con cui hai litigato. Quindi non ha secondi fini, pensai. 
La prima volta dissi di no, senza parlare di soldi. Dopo un anno mi chiamarono di nuovo, feci un colloquio e un provino: ci piacemmo, mi diedero libertà assoluta. Continuavo ad essere scettico, ma poi mi dissi che il motivo principale per non farlo non poteva essere la paura. Avevo voglia di staccarmi da un mondo marcio, quello dell’indie, ed ero convinto che mi potesse servire per fare quello che volevo fare, come sta succedendo ora. 
Con la band ne parlai subito, e ne abbiamo parlato seriamente alla decisione: alcuni reagirono bene, altri erano più scettici. Ma avevo visto in America gente come Steve Albini, simbolo dell’indipendenza assoluta, che fa quello che gli pare, compreso suonare per degli sponsor: basta avere libertà. Alla fine ho capito che la nostra etica è troppo politicizzata. Si sono convinti anche gli altri, soprattutto quando hanno visto che funzionava."

BONUS TRACK: QUANDO MANUEL HA SMESSO DI INCAZZARSI CON I GIORNALISTI​
"Mi sono incazzato tantissime volte. Leggevo volutamente tutto, anche le cose peggiori, per crearmi una sorta di autodifesa, sviluppare degli anticorpi. Alla fine mi sono abituato.
Nei primi anni 2000 Internet esplose, creando una fragilità enorme: ero abituato ad essere considerato cool, invece sui forum, sui blog c’era chi ti urlava il contrario, e c’erano nuove generazioni di giornalisti che mi trattavano da dinosauro
Ora non mi colpisce più niente: rido quando vedo che le cose sono scritte senza serenità, e sono anche molto più libero di accettare commenti costruttivi".

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