Giorgieness, “Siamo tutti stanchi” e la paura del vuoto – INTERVISTA e VIDEO #NOFILTER

Giorgieness, “Siamo tutti stanchi” e la paura del vuoto – INTERVISTA e VIDEO #NOFILTER

“Dicono che le chitarre stanno tornando di moda. Ottimo, noi le abbiamo appena abbassate”. Ride, Giorgie D’Eraclea. La cantante dei Giorgieness si riferisce al secondo album del gruppo lombardo, “Siamo tutti stanchi”, un titolo scelto perché “rispecchia il periodo storico che stiamo vivendo: stanchezza fisica, stanchezza da occhiaie, ma anche e soprattutto quella stanchezza mentale che nasce dalla paura del fallimento”. E di fallimento e depressione e anche un po’ di sesso si parla in questa intervista a cui partecipa il chitarrista e produttore del gruppo Davide Lasala. “Non ero convinta delle canzoni che avevo”, spiega Giorgie. “Perciò ho staccato un po’. Sono stata dieci giorni a Berlino e ho rimesso assieme i pezzi. Ho scritto ‘Vecchi’ e mi sono sbloccata”.

Che cosa ti mancava?
Giorgie: Essere sincera con me stessa. Non riuscivo a mettere a fuoco i testi. Ero arrivata al punto di non voler più fare il disco.

E perché non riuscivi ad essere sincera?
Giorgie: Per la paura di ferire le persone che avevo attorno. O forse per la fatica che mi costava accettare di avere attraversato un periodo duro e ammetterlo addirittura in una canzone.

Nell’ultimo pezzo dell’album, “Mya”, canti di un vuoto, di una malattia senza cura, di un’estrema solitudine che somiglia alla depressione.
Giorgie: Diciamo che… sì. Anche se non mi piace dare chiavi di lettura rigide. Diciamo che tratta di vuoto e dipendenza. Qualcuno ci ha visto la dipendenza dalla droga, che non ho sperimentato, ma va bene. Il testo dice che “il vuoto non si cura”. Io invece ero convinta che ci fosse una cura magica. Forse l’unica terapia è imparare ad accettarsi e imparare che torneranno periodi neri, che ci dovrai fare i conti per tutta la vita e dirti: ok, sono fatta così, ma non vorrei essere diversa. “Mya” è stata l’ultima canzone che ho scritto per l’album. La prima persona a cui l’ho mandata è stata mia madre, la persona che più mi ha aiutata nel mio periodo nero.

E quando è iniziato questo periodo?
Giorgie
: Mentre registravamo il primo disco. A quei tempi era un vuoto che non aveva un nome. Era rabbia ributtata sugli altri. Non riuscivo a capire che erano cose solo mie. È stato un lavoro lungo che ho fatto non da sola…

Con un terapeuta, cioè…
Giorgie
: Sì. Queste cose sono ancora tabù e invece bisogna farsi aiutare, come per qualsiasi altra malattia. In fondo siamo tutti in cura per qualcosa.

Hai cominciato a scrivere canzoni da asolescente, oggi hai 25 anni, le canzoni sono diventate anche un modo per conoscere meglio te stessa?
Giorgie
: Non so che cosa avrei fatto se non avessi avuto la musica. Ho sempre avuto una chitarra e scritto canzoni, ma col tempo la musica è diventata sempre più centrale nella mia vita. E infatti ho deciso di darmi una scossa perché altrimenti non sarei nemmeno riuscita ad andare in tour. Il primo disco è stato duro, in studio piangevo, stavo davvero male. Ma non ho mollato. È arrivato il tour ed è stato terapeutico.

Perché hai capito che stavi facendo qualcosa che la gente comprendeva e condivideva?
Giorgie
: È il bello del confronto. Le persone arrivano e ti raccontano la loro storia. Qualcuno mi ha detto che il primo album è servito per incanalare la rabbia e che nel secondo invece ha trovato della forza. Mi piace questa cosa.

È interessante, perché uno pensa alla musica che fai, a come ti poni, alla carica di certe canzoni, e non pensa certo alla depressione. Anzi, magari dice: questa è una sicura di sé...
Giorgie
: La musica è una reazione. Ognuno si crea una sua corazza. Io sono la tipica ragazza cicciottella che veniva presa in giro alle elementari. Ci ho messo tanto a dirmi: non mi faccio più schiacciare dalle cose. Ma non sono una che si piange addosso. Prendi “Che cosa resta”. È una canzone che parla di stalking. Ho ricevuto io tutti quei messaggi e mi hanno affossata talmente tanto che mi sono detta: posso fare la vecchia Giorgieness e scrivere in pezzo in cui dico che ti odio oppure posso empatizzare, cercare di capire che cosa sta succedendo, ributtarlo fuori e… ti mando affanculo così.

In alcuni passaggi del disco ho avuto l’impressione che tu non stia cantando solo di te stessa, ma di un noi, di una categoria più ampia di persone.
Giorgie: Forse grazie al tour ho capito che non sono la sola a provare certe cose. Che posso parlare di un noi molto ampio, gente dai 15 ai 40 anni, questi giovani per sempre. Mi chiamano ragazza, io invece la mia età la rivendico: ho 25 anni, sono adulta, potrei essere madre. Sono stata una bambina che doveva essere più grande di quel che era e un’adolescente molto responsabile. L’idea di bruciare le tappe in termini di responsabilità mi è pesata.

Che cosa ti ha costretta a crescere in fretta?
Giorgie
: Sono la classica figlia di separati. Non voglio dire di avere avuto una vita terribile, non voglio che la gente si interessi a me perché sono quella che ha superato momenti difficili. Non mi piace, è una dinamica da talent. Ma sono stata in mezzo a una guerriglia famigliare e mi sono tenuta tutto dentro, per poi passare due anni a ributtare tutto addosso agli altri. Da lì sono ripartita e ho ricostruito un Io più stabile.

Il verso “Tu giudichi, ma non sai la storia” mi ha fatto venire in mente un tuo post sul caso Weinstein, quello in cui dici che in questo periodo sembra che tutti debbano avere un’opinione su qualunque cosa accada. Nello stesso posto scrivi: “So cosa significhi sentirsi dire da un promoter: o scopiamo o mi sa che l’apertura importante la fa un’altra”.
Giorgie
: Lo ricordo come fosse ieri. Ero più piccola, non dico ingenua, ma ancora speravo che non funzionasse così. Per fortuna sono diffidente e con questo qua non ci siamo visti di persona. Io avevo appena pubblicato il primo EP e li era il tipo che, quando non sei nessuno e fatichi a trovare date, ti scrive: ti faccio aprire per gli Afterhours e poi ti porto a Berlino. E tu ti dici: cavoli, si è accorto di quello che sto facendo…
Davide: Quello si era accorto della figa, Giorgie [risate].

È un atteggiamento diffuso nel mondo della musica?
Giorgie
: Forse perché tengo le distanze, ma non ho più vissuto esperienze di quel tipo. Ma è brutto sentirsi in dovere di tenere le distanze, non ti fa sentire libera. Certo, poi capita di sentirsi dare della puttana ai concerti, ma so di colleghe a cui è andata peggio. Fortunatamente sotto le foto che posto, che a volte non sono neanche così caste, e insomma ci gioco molto anche se non sono mai volgari, sotto quelle foto si trovano raramente commenti davvero spinti o brutti, a parte i soliti “topa” e “bella figa”.

È vero che ci giochi molto: ti piace esporti su Facebook e Instagram, decisamente.
Giorgie: Succede fondamentalmente quando non ti vuoi bene. Il giorno in cui non ti vedi bene ti dici: ora mi tiro tutta carina e mi faccio una foto per ricordarmi che posso essere anche così.
Davide: È alla ricerca costante di consensi.
Giorgie: In realtà, è più il mio, di consenso. Vedermi bene. Ci sono giorni in cui ti guardi allo specchio, non ti riconosci e ti dici: ma la gente mi vede così? Che schifo…
Davide: Abbiamo girato il nuovo video, con una fotografia pazzesca. Tutti a dirle: Giorgie, hai spaccato. E lei: no, non mi piaccio.
Giorgie: È il video di “Che cosa resta”, è il primo in cui compariamo tutti quanti. Visto che odio i video in cui c’è la band che suona, ci sono loro che mi aiutano a traslocare. Dà l’idea di cosa siamo noi, del fatto che siamo uniti verso una meta. E loro sono uniti nel sopportare me, che non è facile.
Davide: È la seconda persona più difficile con cui ho lavorato come produttore, giusto dietro a Edda [risate].
Giorgie: Hai capito?

E poi c’è la musica. Rispetto all’esordio, il suono è meno carico. C’è più pop, ci sono nuove sfumature.
Giorgie
: È voluto, ne abbiamo parlato a lungo. Non volevamo ripeterci. Vogliamo crearci un’identità, non un genere. Abbiamo cercato di creare suoni elettronici usando strumenti “veri”.
Davide: I suoni che sembrano elettronici sono distorti a monte. Se ascolti “Avete tutti ragione” la batteria è quasi tutta così. E anche il suono ta-ta-ta-ta-ta non è un synth, ma il tremolo di una chitarra col feedback lunghissimo. È per questo che la pre-produzione è durata tanto, per la scelta dei suoni. Cambiare era inevitabile.
Giorgie: La carriera modello è quella dei Radiohead, un buon esempio di un gruppo che cresce, che cerca di andare sempre avanti. Non che voglia paragonarmi a loro, eh?
Davide: Volevamo fare un disco onesto, che è possibile riprodurre nei locali in cui andiamo a suonare. Sai, i club italiani in cui puoi fare delle cose fighe sono la minoranza, se fai un disco superprotetto poi non hai la possibilità di portarlo dal vivo. Se non vuoi usare basi…
Giorgie: E se non hai i soldi per comprare strumentazione supercostosa.

Ecco, i soldi: voi ci campate con la musica?
Davide
: Io sono l’unico: faccio il produttore, ho uno studio [l’Edac a Fino Mornasco, in provincia di Como].
Giorgie: Un musicista fa il fabbro, l’altro l’assicuratore. Sono aziende di famiglia quindi godono di una certa flessibilità quando si tratta di andare in giro, anche se poi devono recuperare le ore di lavoro. Io mi ritengo fortunata perché insegno canto in una scuola di musica, ma fino a un paio di mesi fa ho fatto qualunque tipo di lavoro, ma qualunque. Ti trovi la sera a cantare al Magnolia davanti a un sacco di persone e il giorno dopo sei a pulire i cessi. E così finisci per chiederti: ok, quale delle due è la realtà?

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