Sananda Maitreya, il rocker che ruba il fuoco agli Dei racconta il nuovo album “Prometheus & Pandora” – INTERVISTA

Sananda Maitreya, il rocker che ruba il fuoco agli Dei racconta il nuovo album “Prometheus & Pandora” – INTERVISTA

L’artista come Prometeo che ruba il fuoco agli Dei per darlo agli uomini e finisce esiliato dal Monte Olimpo. È la mitologia greco-romana ed è una metafora per la storia personale di Sananda Maitreya, l’artista un tempo noto come Terence Trent D’Arby che molti anni fa è sceso dall’Olimpo della discografia per coltivare in libertà le sue passioni e permettersi di fare dischi bizzarri e un po’ suicidi come “Prometheus & Pandora”. Non un album normale, ma un concept addirittura triplo. “Sono uno che ragiona in modo controintuitivo”, dice lui. “La gente segue il ritmo. Io dico: seguite le vostre idee, la vostra passione. In un momento di crisi in cui le persone non hanno tempo, né soldi per la musica, io faccio un disco lungo tre ore. Sono nato sotto il segno dei Pesci, nuoto controcorrente, è la mia natura”.

Per Sananda la mitologia greco-romana non è una metafora. È la storia della nostra civiltà. “Questa narrativa contiene la nostra memoria genetica. Va ricordato perché se oggi la civiltà occidentale sta attraversando un momento di crisi è per via della mancanza di memoria. Pensiamo ci sia stata una sorta di de-evoluzione che ci ha plasmati e scordiamo che proveniamo da divinità potenti e che quindi siamo noi stessi potenti”. E quindi ecco quest’album prodotto e quasi interamente suonato da Sananda che si divide in tre parti: “Prometheus”, la sezione più aggressiva (e meglio riuscita); “Pegasus”, un CD di raccordo con molti strumentali; “Pandora”, la parte femminile del lavoro. La voce della donna che ha aperto il vaso liberando i mali del mondo è affidata a Luisa Corna, amica di famiglia con la quale Sananda ha girato un video a Villa Arconati, appena fuori Milano, la città dove il rocker vive. “Luisa è una combinazione di maturità, sensualità, talento. E ha una voce europea”, dice lui. Lei ricambia dicendo che Sananda è “uno che va oltre, se ne frega dei meccanismi di mercato, ha il suo mondo e la sua forza. È un artista”.

Queste 53 canzoni servono per raccontare lo smarrimento della società occidentale e pure la storia personale di Sananda. “Se usi il tuo potere per dire alla gente di pensare con la sua testa diventi pericoloso”, dice. “Prometeo era un ribelle. Dicono che era un angelo caduto dal cielo, io dico che lo hanno spinto”. Quindi Prometeo è lui? “Prometeo è mio padre. Tutti i miei eroi sono figli di Prometeo. Mi sento parte della tradizione di artisti che prendono la torcia per guidare la gente, illuminandone il cammino. La cosa più difficile dello stare al mondo è agire secondo le proprie convinzioni. La vita di un artista è molto pericolosa. Si lotta per non perdere di vista il proprio obiettivo. Ma la fabbrica deli eroi è molto attenta a quel che fai e che dici. Prometeo ha rubato il fuoco e gli Dei lo hanno punito. Ogni artista è punito per il fuoco che ruba”.

Chiunque abbia ascoltato uno degli ultimi album di Sananda o letto le sue presentazioni degli album sa che l’artista è poliedrico e capace, ma dotato di una creatività a volte disordinata, che non si dà limiti. “Un progetto titolato ‘Prometheus & Pandora’ non poteva dar vita a un semplice disco”, commenta lui. “E poi ogni artista a un certo punto deve scalare una montagna: questo triplo è il mio modo di scalare l’Olimpo e vedere che cosa si riesce a portare giù. Per tre volte mentre lo incidevo mi sono detto: basta, fermati. Ma ogni volta moriva un grande artista come Prince o David Bowie facendomi ritrovare l’urgenza di entrare in studio e continuare a registrare. Quando siamo giovani ci sentiamo immortali. Poi cresciamo e ci scopriamo mortali. Con il pensiero della morte in testa, mi sono detto: non ci sono più scuse, le cose che vuoi fare, falle. Non è più tempo per le stronzate, è tempo di mettersi al lavoro”.

Nel 2017 cade il trentesimo anniversario del disco di debutto, il celebre “Introducing the hardline according to Terence Trent D’Arby”. Sananda sta pensando a un tour nel 2018 in cui la vecchia musica sarà celebrata a fianco della nuova, una piccola novità per uno che negli ultimi quindici anni si è dedicato a quello che chiama post millennium rock. Non è però pentito di aver abbandonato l’identità Terence Trent D’Arby. “Se io sono vivo e alcuni miei colleghi non lo sono lo devo alla scelta di lasciarmi alle spalle Terence Trent D’Arby. Quella vita non m’apparteneva. La lotta per mantenere il controllo ti uccide. Se faccio bene il mio lavoro d’artista, la croce che porto – che tutti portiamo –diventa più leggera. Se penso ai dischi dei miei eroi, come i Pink Floyd, vedo lo sforzo, la sofferenza per arrivare al livello successivo. Io mi comporto allo stesso modo. E poi, avendo ricevuto un’educazione cristiana, credo nella possibilità di una nuova vita. La mia vecchia vita è morta”.

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