La vacanza europea dei Madness: la band inglese in concerto a Milano e Padova il 28 e 29 ottobre - INTERVISTA

La vacanza europea dei Madness: la band inglese in concerto a Milano e Padova il 28 e 29 ottobre - INTERVISTA

I Madness non vanno in tour, vanno in vacanza. Si chiama infatti European Vacation il nuovo giro di concerti nell’Europa continentale del gruppo inglese simbolo dello ska revival. “Non suona male, eh?”, dice Mike Barson, tastierista, membro originale e co-autore di molte canzoni della band. Il tour partirà dall’Italia con due concerti il 28 ottobre al Live Club di Trezzo (Milano) e il 29 al Gran Teatro di Padova (biglietti nominali, opener Giuda). Si ascolteranno classici come “One step beyond” e “Our house” e canzoni dall’ultimo “Can’t touch us now”. Ma è davvero una vacanza, come suggerisce il nome del tour? O forse era più facile quando i Madness erano giovani? “Oh no”, ribatte Barson ridendo, “quando eravamo giovani sgobbavamo come matti, il manager ci frustava come cavalli da traino. Ora al confronto è una pacchia”. L’età media dei componenti del gruppo è 58 anni. Mai pensato di mollare? “E che dovremmo fare, restarcene a casa e andare al parco a dar da mangiare ai piccioni?”.

Emersi nella Londra dei tardi anni ’70, i Madness hanno portato lo ska revival all’attenzione del grande pubblico, piazzando una raffica di singoli nella classifica inglese fra il 1979 e il 1983. Pur avendo inciso un solo 45 giri per l’etichetta 2 Tone, sono associati a quella sottocultura che univa energia del punk-rock, ritmi ballabili di ska, rocksteady, reggae, stile impeccabile. Rimpiangono i giorni in cui la loro musica sembrava avere un impatto forte sulla vita delle persone? “Era un altro mondo, sì”, risponde Barson. “Oggi è solo una questione di pubblicità, di mercato, di soldi. È tutto così vuoto. E quando badi solo ai soldi, finisci per non dire nulla di offensivo. Forse le nuove band riflettono la società com’è oggigiorno. Sono diventate come gli uomini politici: parlano solo per ottenere consenso e perciò non dicono nulla d’interessante. Non hanno punti di vista profondi sulla vita. Dove sono i Beatles di oggi, dove sono i gruppi che vogliono cambiare la società?”.

Fino a dieci anni fa i Madness erano considerati un ricordo del passato, con album che entravano a fatica nella top 20 senza raggiungere il disco d’oro un tempo immancabile. La pubblicazione nel 2009 del concept “The liberty of Norton Folgate” ha cambiato tutto. “Saranno stati forse gli anni che ci separavano dall’esordio, la prospettiva storica, chi lo sa, fatto sta che la gente ha giustamente ripreso ad apprezzarci. Hanno cominciato a considerarci una band di pop classico britannico alla stessa stregua dei Kinks. E pensare che quando iniziammo non ci prendevano sul serio, ci consideravano spazzatura priva di significato”. Oggi i Madness suonano davanti a migliaia di persone (in patria) e sono considerati pressoché ovunque “leggende dello ska-pop”. Il regista Julien Temple sta trasformando lo spettacolo autobiografico del cantante Graham “Suggs” McPherson in un film. Loro tirano le fila dell’House of Fun Weekender che si terrà nel Somerset in novembre e dell’House of Common a Clapham Common, dove in agosto hanno suonato di fonte a 20.000 persone.

Con il nuovo status è cambiato anche il pubblico. All’epoca dell’esordio, racconta il tastierista, non si vedevano molte donne ai concerti dei Madness. “Era un club per maschi. Oggi ci sono non solo donne, ma anche molti ragazzi che all’epoca non erano neanche nati. Mi stupii quando ottenemmo tutto quel successo e non fu per niente felice di quando svanì, tant’è che per un certo periodo lasciai la band”. Una volta Suggs ha definito i Madness una famiglia disfunzionale. “In un certo senso è vero. Provenivamo da famiglie monogenitoriali e provavamo il desiderio di appartenere a una qualche forma alternativa di famiglia, quale è effettivamente una band”.

Essendo questa una “vacanza europea”, l’argomento cade sulla Brexit. Barson s’infiamma e passa dieci minuti a spiegare perché ha votato ‘leave’. Ecco il riassunto: “Se solo la Brexit fosse gestita da Jeremy Corbyn e non da Theresa May… Deve essere un accordo fatto per la gente, non solo una questione di soldi. Non credo che il governo abbia capito perché la gente come me ha votato per uscire dall’Unione Europea. Non è per la paura degli immigrati. È per protestare contro la corruzione del mondo occidentale. Le banche che rubano le pensioni alla gente dicevano di votare ‘remain’. Obama è venuto dall’America a dirci come votare. Tutta questa gente fa parte di un sistema corrotto. Non ascoltano la voce del popolo. Votare per la Brexit è stato un modo per far sentire la nostra voce”.

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