Paul Westerberg: orfano, padre, cantante folk

Paul Westerberg è un uomo che ultimamente, forse suo malgrado, ha dovuto crescere in fretta: un “ragazzo nonno”, stando allo pseudonimo che si è scelto come alter ego per i suoi progetti collaterali, Grandpaboy. Un (ex?) prigioniero del rock&roll preso nella crisi e nelle responsabilità di mezza età, tra un lutto ancora fresco per la morte del padre e un figlio di sei anni a cui accudire. Così ha cercato di cambiare abitudini ed è diventato casalingo, scrivendo e producendo dischi nel suo home studio di Minneapolis: l’ultimo dei quali, “Folker”, uscito da poche settimane. Titolo appropriato, se è vero che l’ex leader dei Replacements ama descrivere la sua attuale musica, spontanea e stropicciata, come “Fuck up folk music”. “Forse non l’ho detto io, ma è una definizione che mi piace. In realtà la musica che faccio oggi non è così diversa da quella che suonavo prima, se non per il fatto che la produco senza ingegnere del suono e suonando da solo tutti gli strumenti. Se ci metti i ritmi, diventa di nuovo rock&roll. Ho pensato che ‘Folker’ fosse un buon titolo perché credo che se gli si toglie il sottofondo elettrico, le mie sono canzoni folk”. Tanto che, in coda al disco, salta fuori persino una citazione della ballata più celebre di Sandy Denny, “Who knows where the time goes”. “Di solito”, spiega il cantautore, “mi piazzo davanti al microfono con voce e chitarra per fissare su nastro una traccia veloce. Mi sono messo a suonare e la melodia mi è venuta in mente spontaneamente. E’ sempre stata una delle mie canzoni preferite, anche se ho più familiarità con la versione di Judy Collins”. Come al solito, Westerberg ha fatto tutto da solo, senza spostarsi da casa. “Non vedo perché dovrei andarmene, qui posso fare quello che voglio. Non ho alcun bisogno di trasferirmi ad Ovest, dove vivono le star. Francamente voglio starmene il più lontano possibile da tutta quella paranoia”. Anche se Minneapolis non è più al centro della scena rock: come negli anni ’80, quando sulla metropoli del Minnesota governava Prince e infuriava il post punk degli Husker Du e dei suoi Replacements. “Non so cosa succeda oggi in città, non sono realmente in contatto con nessuno, ma proprio l’altra sera c’è stato un concerto di beneficenza per Karl Mueller dei Soul Asylum che è malato di cancro e per la prima volta ci siamo ritrovati tutti. Una specie di rimpatriata, e dopo tanti anni Bob Mould e Grant Hart hanno suonato di nuovo insieme”. Erano, quelli, gli anni del Westerberg rocker insolente e scavezzacollo, stile Keith Richards. Ora le sue canzoni (“What about mine?”) parlano di gente la cui testa è rimasta a lungo “chiusa per restauri”. “Ma non si riferisce a me”, spiega Paul. “Avevo in mente qualche amico che ha vissuto anni difficili durante l’adolescenza, come tanti”. In “Gun shy” prevale invece un senso di irrequietezza, quando Paul canta: “inseguendo la mezza età, misuro a passi la mia gabbia”. “E’ proprio così. Ancora oggi non so da dove provengo e dove sono diretto, negli ultimi anni ho trovato un posto dove stare ma mi piace ancora suonare il rock&roll. Ho appena fatto tre concerti in città con la mia nuova band (i Painkillers), mi sono divertito così tanto che mi è venuta voglia di farlo più spesso. Ho scritto molte canzoni, ultimamente, ma nulla può sostituire l’eccitazione di una esibizione dal vivo. Dieci anni fa non la pensavo così, mi ero veramente stufato. Ma ora mi sono preso il mio tempo, ho ricominciato a salire sul palco da solo circa tre anni fa ed è stata come una ventata di aria fresca. Ultimamente suono con Michael Bland, che era nella band di Prince, con Jim Boquist dei Son Volt e con Kevin Bowe, un cantautore che conosco da quando tutti e due abbiamo cominciato. Siamo tutta gente che ha fatto la guerra insieme, per così dire. E ci divertiamo”.
Dal vivo Westerberg si è messo a suonare anche vecchie canzoni dei Replacements come “Left of the dial”. “Suono un po’ di tutto, pezzi vecchi, nuovi e del periodo di mezzo. Non ho problemi a recuperare cose del mio vecchio gruppo, non le ho mai considerate canzoni legate indissolubilmente a quel quartetto di musicisti. Le ristampe Rykodisc? Mi hanno chiesto l’ok, li ho aiutati tirando fuori qualcosa dai cassetti ma ora è un po’ che non si fanno sentire. Non credo ci sia molto materiale inedito in giro, neppure sui bootleg. Dovrei rovistare un po’ nella spazzatura…”.
I Replacements sono il passato: il presente vede Westerberg comporre per sé e per il cinema. “Sto scrivendo canzoni per un film a disegni animati, ed è difficile perché molte delle animazioni devono ancora essere realizzate e io ho solo dei frammenti di sceneggiatura a cui fare riferimento. E’ un grosso progetto della Sony Pictures, con un budget da 70-80 milioni di dollari e gente che ha lavorato a film come ‘Toy story’ e ‘Shrek’, credo. Per me è una cosa totalmente nuova, ma anche un gran grattacapo. Una delle mie canzoni sarebbe destinata alla scena che apre il film: il problema è che la cambiano ogni tre settimane… I produttori si aspettano molto, per quanto ne so potrei essere licenziato anche domani, ma sinceramente non me ne frega niente. C’è un altro progetto cinematografico in ballo, dovrei fare una cover di un pezzo primi anni ’70, probabilmente sarà un duetto con Billie Joe Armstrong dei Green Day”. A Paul piacerebbe scrivere anche per la pubblicità, a giudicare dal pezzo che apre “Folker”: una scherzosa tiritera intitolata, appunto, “Jingle”. “L’ho scritta con la precisa intenzione di metterla a disposizione dei pubblicitari per qualche spot televisivo, ma non è successo niente. Ci abbiamo provato con la Nike, con la Converse, con le automobili, ma niente da fare. Secondo me sono i creativi che non sanno fare il loro mestiere! Dato che oggi la musica pop, in America, si fa conoscere attraverso la pubblicità, mi son detto: quale modo migliore di promuovere un disco che con uno spot? E’ una cosa che mi disturba, in realtà: chi scrive jingles per la radio e la televisione spesso è gente che ruba il lavoro ai veri musicisti. Volevo prendermi gioco di questo genere di cose e al tempo stesso finire io stesso in uno stupido spot. Pete Townshend aveva già previsto tutto quando fece uscire ‘The Who sell out’”… Altre canzoni affrontano temi ben più problematici e dolorosi: la morte del padre, per esempio (scomparso il 9 novembre dell’anno scorso), che in “My dad” è descritto come un “All American guy” tutto Bibbia e baseball. “Non era una persona dai gusti particolarmente raffinati, era un uomo semplice. Quelle erano le ultime cose che gli erano rimaste, quando gli è cominciata a mancare l’energia per alzarsi dalla poltrona. Guardava lo sport in Tv e leggeva la Bibbia per prepararsi all’ultimo viaggio. Credo che avesse un po’ di paura e volesse capire dove stava per andare. Mio padre ha sempre bevuto, era alcolizzato, mi sono avvicinato a lui quando ho cominciato a farlo anch’io. Ha smesso per primo lui, quando aveva già 81 anni o giù di lì, quattro anni prima di morire. Io rimasi stupefatto, il fatto che potesse smettere quando voleva l’ho considerata una gran dimostrazione di carattere da parte sua. Mi sono sempre sentito a mio agio in sua presenza. Ce ne stavamo seduti uno accanto all’altro magari senza dire neanche una parola, felici di essere in quella situazione senza dover rispondere a domande difficili. Lui che mi tiene la mano, da piccolo, è il mio ricordo più caro. E’ finita nello stesso modo, io e mia sorella siamo rimasti al suo capezzale fino alla fine. Se n’è andato in pace”. L’esperienza sembra aver influito sul modo di comporre: “Ha enfatizzato il mio modo di scrivere, forse. Oggi trovo più facile mettere nelle canzoni le dure verità che non so esprimere in un discorso. Come il senso di mortalità, e il fatto che un giorno non sarò più qui a badare a mio figlio”. A proposito: in “Now I wonder” una frase ammonisce che “i vizi dei genitori presto si riversano nel malessere dei figli”. E’ un avvertimento che Westerberg fa a se stesso? “Proprio così. Vedo che mio figlio mette già in pratica qualche trucchetto che non gli ho insegnato ma che evidentemente ha imparato dal mio comportamento, aspetti di me che non mi piace vedere riflessi in qualcun altro. Mi rendo conto di dovergli dare il miglior esempio possibile. Sarà dura, essere un individuo responsabile non è mai stato il mio forte”.
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