Che fine ha fatto il punk blues?

Nella seconda metà degli anni Novanta riviste specializzate e fanzine – così come fan e consumatori di musica – diedero un grande risalto a un fenomeno musicale che veniva etichettato come blues punk o punk blues (a volte in maniera intercambiabile, altre per enfatizzare uno dei due aspetti a seconda della posizione).

Fast forward al 2016: che fine ha fatto il punk blues? È caduto nel dimenticatoio, ma di sicuro non è morto. Come spesso accade, è semplicemente scivolato fuori dai radar un po’ più mainstream, tornando – per quanto mi concerne, almeno – alla dimensione che più gli è congeniale: il sotterraneo, l’oscuro, il verace (sì, dai, concedetemelo); quel “posto” in cui copertine, interviste, articoli e recensioni di scienziati del rock laureati a Cambridge sono semplici fronzoli, rari episodi e assolutamente non indispensabili.
Anzi, a ripensarci, sembra quasi impossibile che ci sia stato un tempo in cui in edicola (parliamo di un’epoca pre-Internet o quasi, nel senso che in pochi l’avevano e la Rete era ancora in una fase piuttosto pionieristica), una volta al mese, si potevano trovare copertine con gente tipo Chrome Cranks, Gories, Oblivians e Gun Club (che, nonostante fossero defunti, erano divenuti un’icona – sacrosanta e venerabilissima, sia chiaro – per il genere e i suoi seguaci).

Già era accaduto, per un breve lasso di tempo e in maniera meno prepotente, negli anni Ottanta con l’invasione di sonorità made in USA fortemente “bluesate” – con appunto i Gun Club di Jeffrey Lee Pierce, ma anche i Flesh Eaters di Chris D.,  e molti altri in testa (mettiamoci anche certi Dream Syndicate, gli australiani Scientists e Beasts of Bourbon e il filone cow punk di giganti come i Blood On The Saddle); ma nei Novanta il proverbiale bubbone esplose in tutta la sua deliziosa virulenza.
Le ultime vestigia di questa piccola età dell’oro si scorgono ancora nei primi anni Duemila, con dischi/colpi di coda di band come White Stripes, Von Bondies, Vue, Immortal Lee County Killers, Soledad Brothers, qualche sprazzo di Jon Spencer… e poi? Una specie di vuoto.
Ma non pneumatico.


Questo sound, evidentemente, per il pubblico più ampio è diventato presto obsoleto – e non è difficile da intuire, visto che si basa sostanzialmente su due generi che non brillano per innovazione e sperimentazione: il punk e il blues, come ovvio. Eppure, proprio come il punk e il blues, nonostante i propri paletti e stilemi, vivono, sopravvivono e proliferano, lo fa anche il punk blues – solo in tono minore, più defilato, con meno adepti, ma in forma di zoccolo duro. Del resto è innegabile: un buon album che riesce, ancora una volta, a distillare due anime così tormentate e intrise di inquietudine come quelle di punk e blues, difficilmente può lasciare indifferenti. Anche nel 2016. E con buona pace delle mode, dei filoni, del giornalismo musicale, dei ricercatori di novità a ogni costo e dei trendsetter.

Anzi, proprio perché se ne parla poco, andate a riscoprire, se vi va di fare un po’ di esperienze, i classici del genere. E già che ci siete, provate anche due band italianissime contemporanee: LAME e Movie Star Junkies. Soddisfatti o rimborsati (no, vabbé i soldi non ve li do, intanto so che vi scaricherete i dischi o li sentirete in streaming prima di comprarli, eventualmente – suvvia, siamo uomini di mondo…).

[a.v.]

 

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