Il lato oscuro dei NOFX

Il lato oscuro dei NOFX

Fra la fine degli anni Ottanta e il 1994 (quando uscì “Punk in drublic”), sono stato un fan della musica dei NOFX. Ho avuto anche la fortuna di vederli dal vivo in un centro sociale appena prima che la loro fama esplodesse – era appena uscito l’EP “The longest line” (che comprai al concerto, insieme a felpa e t-shirt d’ordinanza), il primo con El Hefe in formazione. Da quei tempi, loro non sono cambiati molto, a livello di sound – anzi, hanno perpetuato e perfezionato la formula che sono riusciti a inventare (punk melodico, tiratissimo, eclettico, sguaiato anche se potente e precisissimo – almeno in studio)… come spesso accade, a cambiare sono stati i miei gusti.

Detto questo, che non ha rilevanza particolare, mi è capitato di recente di avere sottomano (e di leggerlo d’un fiato) il libro “NOFX: The hepatitis bathtub and other stories”, in pratica l’autobiografia senza censure della band, scritta – o meglio, coordinata e assemblata – da Jeff Alulis, che ha raccolto le testimonianze dirette degli interessati, suddividendole in capitoli in ordine cronologico, ognuno narrato in prima persona da uno dei protagonisti (per intenderci, stile “The dirt”, la bio dei Mötley Crüe). E, sorprendentemente – almeno per me che, ripeto, sono stato fan della loro musica più di 20 anni fa – con “The Dirt” ha molti punti di contatto – non musicali, s’intende. Già, perché i NOFX che io – e molti altri come me facevano la medesima cosa – percepivo in media come una punk band di simpatici cazzoni, che scherzano, fanno un po’ gli antipatici e si divertono, in realtà sciorinano qualche centinaio di pagine a base di eroina, alcolismo, carriolate di cocaina, camionate di valium e pasticche varie, matrimoni in frantumi, famiglie disfunzionali, morte, falsificazione di soldi, risse, sesso sadomaso, bondage estremo, travestitismo, progetti imprenditoriali naufragati e follia casuale. Dei veri animali – o dei veri dementi, a seconda dei casi e delle situazioni (vedi Fat Mike che nasconde cocaina nelle hall degli hotel prima di prendere un aereo e lo twitta per invitare i suoi follower a fare una caccia al tesoro per trovare la polverina… e alla fine in aeroporto trova la polizia ad aspettarlo). Comunque niente male per una band di “simpatici cazzoni” che suona punk melodico che piace tanto ad adolescenti e dintorni.

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È così che, dopo oltre 20 anni, leggere le gesta di questi quattro personaggi mi ha quasi fatto tornare la voglia di riascoltare i dischi che all’epoca avevo consumato e poi archiviato nel reparto “album che mi piacevano ma adesso mi hanno stufato”. E facendolo ci ho trovato un nuovo punto di vista, un sapore inedito: quello che sembrava buffonaggine e cazzoneria, ha assunto una gustosa sfumatura decadente. Un conto è pensare a quattro tizi in bermuda che fanno i pagliacci e suonano pezzi punk melodici; un conto è sapere che i quattro pagliacci sono strafatti (di eroina, valium, alcool, ecstasy) e almeno uno di loro mentre è sul palco è costretto da un aggeggio da sesso bondage (un buttplug, una pinza per capezzoli, un cockring) e altre piacevolezze simili. Il potere della distonia, dei contrasti apparentemente inconciliabili.

Non credo che tornerò ad ascoltare in loop “Lori Meyers”, “Stickin’ in my eye” o “Don’t call me white” come facevo tanto tempo fa, ma è stato un interessante cambio di prospettiva leggere “NOFX: The hepatitis bathtub and other stories” – un libro che potrebbe sicuramente interessare anche chi della band non ha mai avuto una particolare opinione in positivo o in negativo. Perché è una storia e di quelle decisamente sopra le righe. Penso anche che, d’ora in poi, non sarò più così rapido a etichettare il fun punk come roba che “ok, bello, ma tutta questa felicità e umorismo che palle”… meglio tardi che mai.

[a.v.]

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