Perché The Voice non è (e non è mai stato) un talent

Perché The Voice non è (e non è mai stato) un talent

Si è chiusa quarta edizione di The Voice. Ha vinto Alice Paba. 
Ma importa davvero chi ha vinto?
Non mi ha colpito particolarmente nessuno dei 16 cantanti arrivati alla fase finale, quella iniziata con le puntate dal vivo del 4 maggio. Forse solo un poco Joe Croci (eliminato in semifinale). E la vincitrice, Alice Paba. Che peraltro ha un passato ad “Amici”, come l’altro finalista Elya Zambolin.

Ma i nostri gusti personali non sono il punto, e neanche il passato dei cantanti. Per come funziona The Voice, difficilmente chi esce da qui avrà un futuro. Speriamo - per loro - di sbagliarci.

The Voice è il “talent” più debole del panorama italiano: un vaso di coccio in mezzo a due vasi di ferro, X Factor e Amici. Non è un caso: lo spostamento della finale di Amici a mercoledì 25 - causa finale di Champions League, prevista per sabato 28 - ha generato in automatico lo spostamento di The Voice al lunedì: il confronto numerico sarebbe stato impietoso. Al di là delle logiche di palinsesto e controprogrammazione, ormai gira da tempo voce che la nuova direzione di Rai2 (Ilaria Dallatana, proveniente da Magnolia, la società di produzione che proprio su RaiDue lanciò X Factor nel 2008) non voglia riproporlo l’anno prossimo.

I paragoni sono sbagliati: di fatto, The Voice non è un talent, non è fatto della stessa pasta di X Factor o di Amici. E’ un programma centrato sui “coach”, su quel che fanno e dicono Max Pezzali, Dolcenera, Emis Killa, Raffaella Carrà. I cantanti sono un pretesto, un elemento funzionale allo spettacolo - perché parliamo sempre di un programma TV.

La credibilità dei talent veri e propri si è costruita nel tempo sul programma, sui giudici, e sul percorso successivo dei cantanti vincitori. “Amici” non sarebbe diventato sempre più importante senza il successo di Emma, di Alessandra Amoroso, Kolors e tutti gli altri. X Factor, che pure negli ultimi anni ha prodotto cantanti più deboli (che fine ha fatto il vincitore di quest’anno, Giosada?), ha lanciato Mengoni e la Michielin, Noemi e Giusy Ferreri.

Il nome di punta di The Voice è Suor Cristina. Che pure, dopo milioni di visualizzazioni su YouTube, e articoli sui giornali in tutto il mondo, ha fatto un flop clamoroso con il suo disco di esordio.

Elhaida Dhani? Ha vinto la prima edizione ma non ha realizzato neanche un album. Fabio Curto? Chi è Fabio Curto? Ah, già: ha vinto la terza edizione. Ha pubblicato un disco che molti non sanno neanche che è uscito. 3 mesi fa, alla conferenza stampa di presentazione del programma, l’allora direttore di Rai2 Teodoli citò Chiara Dello Iacovo, seconda a Sanremo, come prodotto di successo del programma. Peccato che a The Voice fosse stata eliminata in semifinale, senza neanche presentare l’inedito. Arrivava da un altro percorso, e l’ha proseguito a prescindere.

La forza di The Voice è anche la sua debolezza: il meccanismo. Le “blind audition” sono geniali (anche se sei settimane così annoiano inevitabilmente). Poi arrivano le battle, poi i knock out. Risultato: i cantanti passano una volta, spariscono per settimane e arrivano alla fase finale con tre passaggi in 10 settimane. Per non parlare del fatto che cantano le canzoni inedite una volta sola, in finale.

Con questo meccanismo è impossibile affezionarsi ai cantanti o costruire delle storie, come capita con quelli di X Factor o Amici. Capisco anche perché la Universal non investa sui talenti di The Voice: chi esce da qua ha un profilo e una visibilità bassissima rispetto agli altri talent.

Insomma, i veri “talent” di The Voice sono i coach. E’ sul loro percorso di crescita - o di caduta - che si basa il programma in Italia. A parte il fatto che non si è ancora capita la differenza - ed è grande - tra il ruolo del coach e quello del giudice: il primo dovrebbe far crescere il talento, il secondo dovrebbe giudicarlo. E infatti tra i coach di The Voice non c’è competizione, non sono uno contro l’altro, hanno tutti un finalista garantito, non possono eliminare i concorrenti dell’altro.

In questa edizione il fulcro narrativo è stata Dolcenera, enfatica e appassionata. E poi c’è stato Max Pezzali: lo zio saggio e divertente che tutti vorrebbero avere.
Meglio delle edizioni passate. Ma anche loro fanno fatica a tenerti incollato a un programma che dura 14 settimane, con puntate che durano più di 3 ore e mezza, e che spesso si riduce ad una serie di commenti su una sfilata di cantanti che, proprio come le modelle su una passerella di moda, passano in un batter d’occhio e poi non ricordi il volto di nessuno.

(Gianni Sibilla)


Di The Voice mi è capitato quest'anno già di scrivere un paio di volte, qui e qui.
Confesso che un po’ speravo che qualcuno, nella produzione del programma, avrebbe tenuto in qualche considerazione i suggerimenti che avevo indirizzato, raccomandando l’indicazione precisa dei nomi degli autori delle canzoni e un doveroso credito agli ottimi musicisti che hanno accompagnato i cantanti nelle loro esecuzioni.
E invece niente. Anche nella serata finale i nomi degli autori delle canzoni non sono stati scritti in sovraimpressione, né annunciati dal sempre urlacchiante conduttore: nemmeno quelli dei quattro brani inediti. Sono stati pronunciati i nomi degli autori dell’inedito di Alice Paba (li ha detti in fretta Dolcenera, che è una di essi), quelli della canzone di Charles Kablan (li ha detti Emis Killa, senza precisare che Gian Claudia Franchini è Claudia Clou dei Serpenti), si è detto che il pezzo di Elya Zambolin è stato scritto da lui, mentre Raffaella Carrà, che i nomi degli autori di "Sette vite" ha provato a dirli, li ha detti sbagliati (anziché Franco Fasano e Mario Cianchi ha detto “Fasano Franchi”...). Ma anche degli autori delle cover e dei duetti non è stato detto quasi nulla, e quel poco che è stato detto era incompleto: “Il mare d’inverno” è di Enrico Ruggeri e Luigi Schiavone, non del solo Ruggeri; il medley fra “A far l’amore comincia tu” e “Cha cha chao” è stato scritto, per quanto riguarda la prima canzone, da Daniele Pace e Franco Bracardi, mentre la seconda è di Gianna Nannini – e questo magari era importante farlo sapere; come magari sarebbe stato interessante ricordare che “Hurt” della Aguilera è stato scritto da lei con Linda Perry e Mark Ronson.
Altrettanto grave è il fatto che i nomi dei musicisti non sono mai stati annunciati, e che nei ringraziamenti finali sono stati citati tutti, compresi gli animatori che incitano il pubblico ad applaudire, ma non è stata detta una parola per la band. A me sembra una vergogna, perché quei musicisti hanno preparato e arrangiato più di cento canzoni e non meritavano di essere così stupidamente ignorati (anche dai cantanti, eh: non uno di loro che si sia ricordato di ringraziarli).
Per quanto riguarda il programma televisivo in senso stretto, ne ha già scritto sopra Gianni Sibilla. Da parte mia, che di televisione ne mastico poco, vorrei solo aggiungere che affidare al solo televoto – senza oltretutto ricontare ogni volta da zero, ma sommando i voti a quelli già dati – il verdetto finale, senza un correttivo da parte di una giuria tecnica, mi pare una scelta sbagliata.
Finirei con il ribadire che scegliere le canzoni inedite solo all’ultimo momento mi pare suicida: ci sarebbe tutto il tempo per farne scrivere appositamente per gli otto semifinalisti, e magari ne uscirebbero delle cose migliori, perché delle quattro che abbiamo sentito stasera, l’unica con qualche merito è quella scritta da Dolcenera, Ermal Meta e Antonio De Martino e cantata da Alice Paba – limitatamente al ritornello, la strofa mi pare debole. Però quanto possano funzionare queste canzoni lo scopriremo dalle classifiche e dall’airplay radiofonico. Ammesso che le radio le trasmettano...

(Franco Zanetti)

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