I Marta Sui Tubi raccontano "Lostileostile": "Musica che viene sparata in faccia" - INTERVISTA

I Marta Sui Tubi raccontano "Lostileostile": "Musica che viene sparata in faccia" - INTERVISTA

In occasione della prima data del tour di presentazione del nuovo album “Lostileostile”, uscito il 1 Aprile, i Marta Sui Tubi sono a Roma ospiti del Quirinetta. Giovanni Gulino, voce della band, al termine del soundcheck scende dal palco e si avvicina presentandosi. Il gesto, di per sé semplice, denota un’istintiva apertura verso la dimensione dell’incontro, non a caso il tema alla base del nuovo lavoro del gruppo. Sesto album in studio, tredici brani “dritti e diretti” prodotti con la libertà garantita da una campagna di crowdfunding, il coinvolgimento di 437 raisers (persone che hanno investito una quota in denaro per la realizzazione del progetto), una diversa e affascinante dimensione del rapporto tra artista e pubblico. Questi sono solo alcuni degli elementi che oggi rappresentano la direzione scelta dai Marta Sui Tubi, per cui “fare musica significa soprattutto condivisione e partecipazione”..    


Il tema del disco è l’incontro. Cosa vi aspettate da questo tour?
È una scommessa per noi, perché portare in giro un nuovo spettacolo è sempre qualcosa di impegnativo. Non c’è la sicurezza di proporre canzoni suonate da dieci anni e conosciute a memoria, dove anche non sentendo quello che fanno i tuoi compagni sul palco si riesce comunque  a portare a casa il risultato. Quando hai un disco nuovo con tredici pezzi e li devi suonare tutti, anche se li provi alla morte quando ti trovi sul palco è un altro discorso. Ci metti un bel po’ per fare arrivare l’esecuzione dei pezzi nuovi allo stesso livello di quelli vecchi. Parliamo di livello di consapevolezza, sicurezza, lucidità. C’è sempre qualcosa da rifinire in fase di ascolto, piccole leve che bisogna azionare e magari si imparano a suonare con il tempo. Capita spesso che le canzoni di un disco suonino meglio dal vivo perché quando le hai registrate le avevi chiare, ma non erano così chiare come lo sono dopo sei mesi che le esegui dal vivo. Lì, diventi una macchina. Bisognerebbe praticamente provare sei mesi prima di andare a registrare. Dovrebbe essere così, ma non si può fare.


Ne “Lostileostile” la prima cosa evidente è il ritorno al trio. È una riscoperta delle origini? Un ritorno ai primi album?
Ascoltando i primi album, “Muscoli e Dei” o “C’è Gente Che Deve Dormire”  dove eravamo in tre, ed ascoltando quest’ultimo disco si nota una differenza abissale di suono e di songwriting. Quelli erano album che partivano da una concezione più folk-sperimentale, qui siamo sul rock-hardcore. È un po’ diverso. Il fatto di essere tornati in tre non significa tornare alle origini, nel senso di recuperare quel modo di fare musica. Significa recuperare quella attitudine, quel suono dritto e diretto, senza fronzoli, senza troppo arrangiamenti. Insomma musica che viene sparata in faccia. C’è uno che suona la batteria, uno che grida e l’altro che suona la chitarra. Sono chiari tutti i riferimenti. Questa è una cosa che magari negli ultimi dischi, non dico che si fosse persa però c’erano altri musicisti, c’erano tanti strumenti in più, il suono era molto più prodotto, più stratificato. Non ci pentiamo di questo però è venuto il momento di riprendere un discorso più roots, più ruvido.


C’è qualche influenza musicale di persone che avete incontrato nella vostra carriera all’interno delle composizioni o nelle interpretazioni del nuovo lavoro? Mi è parso ci fosse qualche richiamo a Lucio Dalla.
Se ci sono, sono casuali. Chiaramente Lucio Dalla è stato un incontro molto importante per noi, ci ha lasciato tanto dentro. Certe influenze rimangono e decidono loro quando venire fuori. Quindi non lo escludo ma non posso nemmeno dirti: sì è così. Non abbiamo pensato a nessun riferimento. Questo album è venuto fuori in tre mesi. Ci siamo messi a scriverlo senza pensare a niente, senza fare troppi ragionamenti su dove sarebbe dovuto andare il disco, che tipo di musica sarebbe dovuta venir fuori, magari cercando di scrivere a tavolino un singolo che funzionasse. Tutto  è scaturito in maniera veloce e istintiva. Probabilmente ci saranno dei riferimenti o delle influenze, ma più probabilmente ci sono sempre state.

Quindi è un discorso più generico di ricerca come musicisti?
 
Sì, non so se si può chiamare ricerca perché alla fine facciamo l’unica cosa che riusciamo a fare. Non è che abbiamo tanta scelta.

Però immagino assorbiate da tutto ciò che incontrate lungo il cammino.
Ognuno di noi ascolta musica quotidianamente. Io ascolto musica molto diversa dai Marta Sui Tubi. Non so quanto di questa musica rientri poi dentro ai Marta. Probabilmente qualche sfumatura ma non te la saprei quantificare, sinceramente. Quest’anno ho ascoltato Trentemøller, Aphex Twin, Moderat, cose elettroniche che non rientrano in quello che facciamo noi. Però, mi piace la ricerca sonora e ritmica che fanno questi signori qua. La trovo davvero molto interessante.

Il nuovo album è stato prodotto attraverso un crowdfunding grazie alla piattaforma Musicraiser. Di questo progetto, nato nell’Ottobre del 2012, sei uno dei fondatori. Come sta andando?
Siamo in crescita. Ogni anno finanziamo centinaia di progetti, quindi la piattaforma funziona piuttosto bene. Adesso la stiamo ampliando con altri servizi. È un porto sicuro per chi vuole proseguire o vuole iniziare la propria carriera in maniera completamente indipendente, senza avere per forza un contratto discografico o dover cedere diritti.

Funziona solo per gruppi già affermati o può funzionare anche per gli emergenti?
No, funziona principalmente per gli emergenti, per chi è al primo, al secondo album, al primo EP. Anzi è molto più facile per loro, perché oltre a trovare i fondi, trovano anche un pubblico. Nel senso che se gli amici danno una mano, ci sono anche gli 85.000 utenti di Musicraiser di cui molti attivi nel curiosare sul sito. Di volta in volta scoprono qualche gruppo nuovo e, se gli piace, non è escluso che possano dare il loro contributo. Lo fanno,  succede. È una buona misura: un 20%, 30% di raccolta per un musicraiser.

Da una parte ci sono iniziative dal basso come Musicraiser, o  come Rockin1000. Ma ci sono dall’altra parte un aumento  del costo dei biglietti dei live ed ondate di reunion.
Quello c’è sempre stato, probabilmente. Fa parte del music business. Il crowdfunding è una cosa molto più genuina. Qualcosa che parte dall’iniziativa di uno e che viene sposata dall’interesse di tanti altri. Non parte da una S.r.l. o da una S.p.a. Parte da un’idea. Poi questa idea viene condivisa e finanziata da tutti,  dal basso si dice. Ma non mi piace dal basso perché secondo me è dall’alto, dall’alto dell’interesse popolare si concretizzano determinate cose. Certe iniziative invece sono il prodotto delle attività di marketing di una struttura discografica, c’è poco da girarci intorno.

Che però funzionano sempre.
Funzionano sempre perché comunque la gente non si chiede cosa ci sia dietro una operazione. Se sei fan del gruppo vai a vedere il concerto. Magari si separano tre mesi prima, ma  fanno la reunion. Sono cose che succedono da tempo.  È da quarant’anni che lavorano così, non è niente di nuovo. Ma l’industria funziona così, noi cerchiamo di stare un passo avanti.

Quindi la vostra reunion tra quanto è prevista?
Prima ci dobbiamo sciogliere, quindi aspetta che ci sciogliamo. Poi vediamo.

(Giorgio Collini)

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