Scott Weiland e la "lettera aperta" dell'ex moglie: era proprio necessaria?

Mi sono interrogato per un po', durante la giornata di oggi, se riferire ai lettori di Rockol della notizia della quale sto per scrivere. Alla fine ho deciso di farlo, anche perché vedo che altri giornali l'hanno ripresa e, soprattutto, che sul sito della fonte originaria - quello dell'edizione statunitense del quindicinale "Rolling Stone" - questa notizia è stata la più letta da ieri. Segno che, in qualche modo, ha suscitato un'emozione forte.
Il fatto, dunque.
L'ex moglie di Scott Weiland, il musicista scomparso pochi giorni fa, ha inviato una "lettera aperta" al giornale in cui prende di mira i danni provocati dalla popolarità. Mary Forsberg, il cui matrimonio con Weiland è durato sette anni ed è terminato sette anni fa, scrive:


"Non glorificate questa tragedia parlando di rock'n'roll e dei démoni che, in ogni caso, non necessariamente sono connessi al rock".


Scott Weiland, che si era sposato tre volte, aveva più volte parlato dei suoi problemi di droga e alcol, ed era stato più volte in centri di disintossicazione.
La Forsberg descrive "l'ultimo giorno in cui è stato possibile mettere Scott in piedi con davanti un microfono, per il vantaggio economico o per il divertimento di altri" e dice che, come conseguenza dell'uso di droga, Scott era diventato "un paranoico che non riusciva nemmeno a ricordarsi i testi delle sue canzoni e in quindici anni è stato fotografato pochissime volte con i suoi figli" (i figli di Weiland e della Forsberg sono Noah e Lucy, rispettivamente di 15 e di 13 anni) "i quali hanno perso il padre tanti anni fa, non ieri: quella che hanno perso davvero il 3 dicembre è la speranza".
Poi la Forsberg continua:


"A un certo punto, qualcuno dovrà pure alzarsi in piedi e accusare, dicendo che quel che è successo a Scott succederà ancora ad altri, perché noi, come società, quasi incoraggiamo avvenimenti come questi. Leggiamo critiche severe a certi concerti, guardiamo video di artisti che non riescono a stare in piedi e nemmeno a leggere i testi delle loro canzoni che scorrono su uno schermo elettronico davanti a loro. E poi acquistiamo questi video perché un comportamento che in realtà dovrebbe essere curato in un ospedale oggi è considerato artistico".


E conclude:


"La nostra speranza per Scott è morta, ma c'è ancora speranza per altri. Facciamo che questa sia la prima volta in cui non glorifichiamo una tragedia parlando di rock'n'roll e dei démoni che, in ogni caso, non necessariamente sono connessi al rock. Non comprate certe deprimenti T-Shirt con le cifre 1967-2015 stampate sopra - usiamo quel denaro per portare un ragazzo a giocare a pallone o a prendere un gelato".

Queste le parole di Mary Forsberg. Che sono in gran parte condivisibili, e che anch'io in gran parte condivido, in particolare perché non ho mai idolatrato certe icone dell'autodistruzione (né recenti, come Amy Winehouse o Pete Doherty, né del passato "epico" del rock, come Jimi Hendrix o Janis Joplin, né di un passato più recente, come Kurt Cobain).
Ma c'è, o almeno mi pare di avvertire, in questa requisitoria, qualcosa di eccessivamente severo, e distante, che sa di rivincita, o di vendetta, o di rancore. E se il rancore dettato da un matrimonio finito è comprensibile e umano, molto meno comprensibile pare a me questo ergersi, da parte della Forsberg, a giudice del comportamento altrui. E mi pare anche che travalichi decisamente - con il coinvolgimento dei figli, che sono troppo giovani per poter esprimere i loro sentimenti - il limite della decenza, della pietà umana.
Se poi ricordo che Mary Forsberg ha pubblicato nel 2009, cioè solo un anno dopo la fine del suo matrimonio con Weiland, un libro di memorie - "Fall to Pieces: A Memoir of Drugs, Rock’n’Roll and Mental Illness" - allora non posso fare a meno di sospettare, in questa iniziativa così pubblica e clamorosa della Forsberg, un desiderio di visibilità che, in un momento così triste come quello della morte di una persona, a mio avviso è inopportuno e sgradevole.
(Franco Zanetti)

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