Otto Ohm all'Orion di Ciampino: REPORT DEL CONCERTO

Otto Ohm all'Orion di Ciampino: REPORT DEL CONCERTO

Gli Otto Ohm sono un gruppo dub/reggae nato circa quindici anni fa con all’attivo cinque album in studio e una raccolta. Molto conosciuti nel contesto capitolino, con un pubblico fedele e puntualmente entusiasta, avrebbero meritato in questi anni maggiore visibilità anche all’interno del panorama nazionale. La questione però non sembra interessare particolarmente la band che, conscia delle proprie qualità tecniche e sonore, piuttosto che affidarsi ad un tour de force necessario ad incrementare la popolarità, preferisce lavorare con tempistiche del tutto indipendenti dalle esigenze del mercato discografico. Così, il loro ultimo lavoro, “Boxer”, esce dopo sei anni il precedente album ed il concerto all’Orion di Roma diventa il palcoscenico attraverso cui presentarlo.

Giungendo all’interno del locale la prima cosa che salta agli occhi è che il palco sia già completamente allestito. L’immagine è quella di una enorme sala prove, con strumenti ed effettistica lasciati ad accogliere il pubblico. Sulla pedaliera del cantante e chitarrista Andrea Leuzzi, anche conosciuto come Bove, c’è una scaletta con i relativi bpm dei brani. Data la vicinanza tra palco e platea, quel foglio manoscritto diventa la foto più scattata del pre-concerto nonché argomento di conversazione tra fan abituali. Alle undici e venti salgono sul palco acclamati da un pubblico in fibrillazione. Il brano d’apertura è lo stesso con cui apre il disco “Il vestito migliore”, le atmosfere sonore sono cupe, le parole cariche di cinismo attaccano i nervi scoperti del quotidiano. Un suggerimento emerge dal secondo brano in scaletta: “Che cos’è che ci fa male? Avere tutte quante le risposte oppure andarcele a cercare? Nel masochismo che ci spinge a perdere le cose e poi rimpiangerle, vedere se spariscono davvero oppure è come dicono, che restano, e siamo noi che andiamo via da loro”. Interrogativi che indirizzano l’attenzione verso l’individuo e il libero arbitrio, perché al centro di ogni conseguenza c’è sempre una scelta. I testi contengono l’insoddisfazione, il rancore e il rimpianto di una generazione che sembra non riesca mai a sentire pieno appagamento, vuoi per un’educazione fatta di aspettative troppo elevate vuoi per un’oggettiva difficoltà data dalla struttura sociale in cui si trova ad agire. Allora, per non perdersi in solitudini prive di sbocchi, cantano in “Come l’ultimo giorno”, “mi basta che ci sei tu, amami come se fosse l’ultimo giorno” dove la presenza di un amore incondizionato diventa la chiave per resistere. Un amore, quello degli Otto Ohm, che sembra però mai realizzato. Studiato ed assaporato nei turbamenti emotivi dell’innamoramento e del distacco, non porta mai luce sull’istante di una solida costruzione. Identità precaria in tutti suoi aspetti, una realtà con cui molti hanno imparato a convivere, e quindi sopravvivere. L’incubo peggiore della classe media italiana, la destabilizzante mancanza di sicurezze sociali ed economiche, è oggi la base su cui sta ballando il pubblico presente composto da una gioventù che va dai venti ai quarant’anni. Al di là di quanto possa apparire, è la capacità di accettare l’impossibilità di un ordinario a fare delle nuove generazioni un potenziale straordinario. Sui volti dei presenti c’è un senso di rilassamento che non è possibile ricercare sul divano di casa. Nei corpi che si muovono a tempo manca il peso della prospettiva dei traguardi, e il ballo si fa più leggero, armonico. Disincanto non significa però trascuratezza. Ne è un esempio la cura del suono. Nonostante i continui cambi di strumenti acustici ed elettrici, il saliscendi di ospiti come il chitarrista Adriano Viterbini in “Come parlo di Te” ed il bassista Gabriele Lazzarotti in “Senso nascosto”, le armonizzazioni delle voci di Daniela Mariani ed Andrea Leuzzi, i sintetizzatori e i suoni di Fabrizio Di Domenico, nonostante questo durante tutto il concerto emerge la compattezza sonora e la qualità di ciò che viene prodotto sul palco. Una caratteristica decisamente importante, a volte sottovalutata durante i concerti. Invece Bove, rivolgendosi alla platea, ci scherza sopra ricordando che: “se si sente bene è grazie all’acustica della sala, se si sente male è colpa del fonico”. Non capita spesso che un musicista si interessi chiedendo al pubblico opinioni sulla qualità dell’ascolto. Anche la meticolosità negli arrangiamenti dei brani più conosciuti è manifesto di un’accuratezza che non lascia spazio a dubbi. Canzoni come “Christina non lo sa”, “Amore al terzo piano” e “Oro nero”, vengono proposte con adattamenti che spostano le sonorità pop del disco verso atmosfere elettroniche tipiche di una dance hall, suscitando generale entusiasmo ed un indiscusso successo.

Un’ora e quaranta di musica di ottimo livello con testi impegnati ed emotivamente vivi, un nuovo album decisamente interessante, una festa per ballare e la strada di un gruppo che sembra sintetizzata in una frase: “In fondo ci credo ancora”.

(Giorgio Collini)

Setlist:

Il vestito migliore
Ci credo ancora
Telecomando
Come l’ultimo giorno
Vorresti che non finisse mai
Riconoscerti in questa canzone
Crepuscolaria
Strade inquiete
Come parlo di te (feat. Adriano Viterbini)
Vedere la vita che va
Aranciata Idiota
Le impressioni di fine settembre
Domani
Senso nascosto [feat. Gabriele Lazzarotti)
Christina non lo sa
Fumodenso
Penserai a me

BIS
Amore al terzo piano
Oro nero

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