Ministri all'Atlantico Live di Roma: IL REPORT DEL CONCERTO

Ministri all'Atlantico Live di Roma: IL REPORT DEL CONCERTO

Chi ama la musica italiana alternativa, alternativa alla brillante industria musicale nazionale, passando la serata all’Atlantico di Roma sarà rimasto pienamente soddisfatto del trattamento ricevuto. Di scena erano i Ministri, band che una fonte d’informazione primigenia come Wikipedia definisce di genere alt-rock-post-grunge-punk-rock.

L’intreccio lascerebbe parecchio spazio al mistero e all’introspezione ma per chi, come il pubblico presente, è andato a colpo sicuro, piena è la consapevolezza che sia uno tra i migliori gruppi rock italiani attualmente in circolazione. Il live dei Ministri è un concentrato di energia capace di tenere per due ore consecutive tra sonorità distorte, sature, senza suscitare stanchezza o esasperazione in chi ascolta. Un’alchimia probabilmente dovuta ad una scelta attenta di suono, melodia e struttura del brano. Una miscela che funziona in modo straordinario e che nell’esecuzione dal vivo risulta essere ancor più convincente dell’ascolto in disco, grazie alla compattezza sonora e alla sua complessiva omogeneità. A questo bisogna aggiungere la composizione di testi piacevolmente in controtendenza con le tematiche dei parolieri in auge. “Fiume in piena / travolge discoteca / travolge circoli deserti / travolge la tua idea di scena” sono i primi versi del brano di apertura del concerto. C’è molto in poche righe esemplificative e casuali. La spettacolarizzazione, il movimento di una enorme massa d’acqua, il contrasto con l’idea di edifici statici dinamicamente mossi da luci colorate e suoni, il protagonismo assoluto dell’individualità e la decadenza di una socialità costruttiva considerata inutile. Il tema della denuncia, mai manifestato in modo scontato, è uno dei caratteri efficaci della scrittura della band. Ottimamente si accompagnano le scelte melodiche del cantato, indispensabile per capire la reale resa dell’insieme.

L’introduzione del concerto è affidata a “Cronometrare la polvere”, brano che apre anche la tracklist del disco, uscito poco più di un mese fa, “Cultura generale”, seguita immediatamente dal primo singolo estratto dal nuovo album, “Balla quello che c’è”. La sintonia tra band e pubblico appare solida tanto da indurre al complimento il cantante e bassista, Davide Autelitano, per la capacità di conoscere le parole di brani che da poco la stessa band ha provato. Il ritmo è alto e costante, si passa da “Comunque” a “Gli alberi”, per tornare all’ultimo singolo pubblicato, “Idioti”, dove le voci si fanno più forti e le braccia più alte. Dal palco alla platea scorre un flusso di energia purificatrice. Le due chitarre, Federico Dragogna e Marco Ulcigrai, si agitano ferocemente, canalizzando tutto quello che arriva dalla platea dentro il ritmo devastante della batteria di Michele Esposito. Tra l’esecuzione de “Il sole (è importante che non ci sia)” e “Le porte”, Davide sceglie parole capaci di dimostrare quanto la grandezza di un artista non sia nei colori del suo baraccone ma nell’empatia con chi lo ha scelto: “Dedico questo brano ai ragazzi che sono qui dal pomeriggio, ci avete scambiato per qualcosa di più grande”. Poche parole che stabiliscono un confine netto tra ciò che è definito alternativo e ciò che sarebbe meglio lo diventasse definitivamente. Si continua con “Mammut” una delle canzoni più attese dal pubblico romano, per rallentare quindi leggermente il ritmo con “Sabotaggi”. Ma è un istante, perché in scaletta seguono “Non mi conviene puntare in alto”, “Spingere”, “Macchine sportive” e “Tempi bui”. Non può mancare il momento della ballata nemmeno in un concerto simile, se ballata si può chiamare “Una palude”. Compare qualche macchinetta fotografica, pochi cellulari, nessun accendino. Siamo di fronte decisamente ad un pubblico atipico, ed è gratificante esser presenti. La band esce per prender fiato. Siamo vicini al finale, eppure non troppo. Rientrano con “Vivere da signori” e su “Il bel canto” Davide si innalza sulle spalle delle prime file. Le ultime forze per eseguire “Noi fuori” e “Diritto al tetto”, in cui sembrano apparire echi di Rage Against The Machine.

19 brani in due ore con una sola uscita di scena per riprendere fiato. Canzoni estratte dai cinque dischi pubblicati in nove anni, tutte conosciute e cantate dal pubblico presente. Stage diving sul finale, lancio di bottiglie d’acqua dal palco alla platea, ringraziamenti per tecnici, organizzazione, musicisti e, naturalmente, pubblico. Gli elementi di un concerto rock erano tutti presenti questa sera, e la cosa più difficile da accettare forse è che la band non solo sia italiana, ma abbia conservato caratteristiche di umiltà molto lontane dal divismo nostrano.

Per concludere, credo sia giusto anche soffermarsi sulle due band di apertura, solitamente definite spalla. In questo caso, non credo l’immagine renda merito a quanto visto ed ascoltato. I due gruppi a cui si fa riferimento sono Luminal e Il Pan Del Diavolo, due band che meriterebbero un articolo ciascuno per descrivere dettagliatamente la performance espressa. Utilizzo un termine come performance per indicare come non siano solo stati su un palco a suonare, ma abbiano espresso in modi differenti una teatralità capace di esaltare, personalizzando, l’esecuzione dei brani. Per i Luminal ciò ha significato lasciare l’ordinario ruolo del musicista come esclusiva della batteria, mentre gli altri due membri del gruppo si sono alternati al basso, alla voce e al pubblico. No, non è un refuso. Alternativamente Alessandra Perna e Carlo Martinelli hanno infranto la quarta parete, quella del pubblico, mischiandosi ad esso tanto da far salire, nel loro ultimo brano, un ragazzo presente tra gli spettatori per suonare il basso sul palco. Diverso approccio quello de Il Pan Del Diavolo, duo siciliano, che, con una grancassa e due chitarre, riesce a costruire più potenza e divertimento di un classico gruppo di cinque elementi. I brani non perdono mai la loro pienezza, grazie al sapiente utilizzo delle chitarre acustiche capaci di evidenziare bassi, melodie o tappeti di accordi semplicemente giocando con ritmiche e dinamiche. Adrenalina acustica, qualsiasi cosa voglia dire.

Ps. Non mi sono dimenticato di citare l’ultimo brano in scaletta dei Ministri. Fino a che ci si abitua alla fine, non è finita.

(Giorgio Collini)

SETLIST

Cronometrare la polvere
Balla quello che c’è
Comunque
Gli alberi
Idioti
Il sole (è importante che non ci sia)
Le porte
Mammut Sabotaggi Non mi conviene puntare in alto
Spingere
Macchine sportive
Tempi bui
Una palude

BIS
Vivere da signori
Il bel canto
Noi fuori
Diritto al tetto
Abituarsi alla fine

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