Sananda Maitreya, un disco per combattere chi ci ruba il futuro – INTERVISTA (1 / 3)

Sananda Maitreya, un disco per combattere chi ci ruba il futuro – INTERVISTA

Il racconto distopico di una civiltà dominata da malvagi Signori del Tempo. E a fianco di questo plot fantascientifico, 27 canzoni classicissime, radicate nella storia del rock e del soul. S’intitola “The rise of the Zugebrian time lords” ed è l’ultima piccola follia di Sananda Maitreya, l’artista un tempo noto come Terence Trent D’Arby. Un album doppio in un periodo in cui i dischi non si vendono. Un sound “naturale” decisamente fuori moda. Una trama complicatissima che in realtà lega solo alcune canzoni. “È che mi piace creare mondi attorno alle mie composizioni. Fare dischi è come creare film o scrivere musical. Un giorno mi piacerebbe vedere quest’album rappresentato su un palco”, ha detto l’artista newyorchese durante la presentazione del disco avvenuta al Grand Hotel et de Milan, a due passi dalla Scala, scelto per amore di Giuseppe Verdi che vi soggiornò dal 1872. Per omaggiare un altro suo idolo, Sananda Maitreya ha scelto di pubblicare l’album il 9 ottobre, in coincidenza con il settantacinquesimo anniversario della nascita di John Lennon. Non a caso, “The rise of the Zugebrian time lords” contiene tre cover dei Beatles.

La storia è questa. Le galassie sono dominate dai Zugebrian Time Lords, spietati Signori del Tempo che grazie alla tecnologia manipolano le menti delle persone e arrivano a cambiare gli eventi del passato per controllare il presente e annullare il futuro. È facile intendere il concept come una metafora del tempo in cui viviamo in cui multinazionali e giganti della comunicazione controllano le informazioni, e dove il passato è continuamente ridiscusso. “Non ne faccio una questione politica”, avverte Sananda. “Racconto una storia in cui le forze dell’oppressione ci rubano il futuro perché temono il risveglio della nostra intelligenza collettiva”. E così i Time Lords viaggiano a ritroso nel tempo per uccidere il bluesman Robert Johnson, le cui canzoni stanno alla base di quella che chiamiamo popular music. “Johnson è crocevia di passato, presente e futuro. Eliminarlo significa cancellare la memoria della civiltà occidentale”.

(continua...)

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