Los Lobos, duetto con Vinicio Capossela a Monfortinjazz - Video e report

Los Lobos, duetto con Vinicio Capossela a Monfortinjazz - Video e report

"I Los Lobos? Ma sono ancora vivi?". Se parlate della band di Los Angeles a qualcuno, è facile ottenere una reazione del genere. A me è successo un paio di volte, questa settimana. Nella percezione di molti, sono ancora e solo quelli di "La bamba". Chi conosce i Los Lobos, chi segue le questioni della musica americana sa che in 40 anni di carriera hanno fatto molto, molto di più: sono una delle migliori rockband in circolazione, per suono, eterogeneità, classe. Hanno messo assieme il rock 'n' roll delle radici, le radici messicane, il blues, le jam, e una scrittura unica.

L'occasione di vederli in un posto come l'Auditorium Horszowski di Monforte era troppo ghiotta per lasciarsela sfuggire. Un anfiteatro arroccato in cima ad una collina di uno dei paesi più belli delle Langhe, tra una chiesa sconsacrata e vecchie case, di pietra: è la sede di Monfortinjazz, festival storico di queste parti, dove passano nomi grossi (tra i prossimi, DeGregori, e i Kings of Convenience). La data dei Los Lobos in Piemonte arriva dopo quella del Summer Festival di Lucca, e dopo una data a Lugano. 

L'ultima volta che li avevo visti era al LatinoAmericando a Milano, qualche anno fa: avevano preso sul serio la collocazione, e avevamo offerto un set praticamente solo tex-mex. Ieri, 10 luglio, hanno iniziato allo stesso modo, con "Mexicano americano". Ma pochi minuti e la band attacca "Will the wolf survive", title track da uno dei due dischi capolavoro che la band fece prima di "La bamba" (l'altro era "By the light of the moon", rispettivamente 1984 e 1987). Puro rock. Cesar Rosas, nascosto dietro i suoi soliti occhiali neri, dice "Ci hanno rubato la scaletta. Accettiamo richieste. 3 dollari a canzone!" E lì capisci il tipo di serata che sarà: tra chiacchierate con il pubblico, accenni scherzosi a classici, e scelta sul momenti di brani dal loro repertorio: rock, blues, brani latineggianti, senza soluzione di continuità. Il momento migliore è una lunga "Just a man" (da "Kiko"), con la band a scambiarsi gli assoli, mentre David Hidalgo è infastidito dalle zanzare. Usa un assolo di batteria per farsi dare l'Autan, ma riprende a suonare come nulla fosse.

Nelle retrovie si vede Vinicio Capossela che balla, e alla fine di un altro intermezzo tex-mex con "Volver, volver", l'italiano sale sul palco. "Proveremo una canzone più vecchia di noi", dicono i Lobos e Capossela racconta delle volte che l'ha ascoltata in modo compulsivo. La canzone è "Prenda del alma", che i Lobos incisero su "By the light of the moon", che vinicio ha inciso su "Ovunque proteggi" (e che aveva cantato assieme ai Calexico qualche mese fa al Fabrique a Milano).

 

Le soprese non sono finite. Nei bis sale sul palco il chitarrista blues italiano Paolo Bonfanti e il finale è una grande festa, con "Don't worry baby" e "La bamba" che sfocia in "Good Lovin".

Due ore di concerto, di quelle da ricordare: per il posto, e per i Lobos, che nel loro genere sono gigantestechi. "Ringrazio ancora per ogni respiro", dice Hidalgo, che passa tutta la serata tra fisarmonica e chitarre, spalleggiato da Steve Berlin, (sax e tastiere) Rosas,  Conrado Lonzano al basso, Louie Perez. L'unico "giovane" è il bravo batterista Enrique Gonzalez. Non pubblicano dischi di studio da 5 anni ("Tin can trust", poi il live semi-acustico "Disconnected in New York City", del 2013). Ma sul palco hanno pochi rivali: arrivare a quell'età suonando così, con questo repertorio, e divertendosi: è una cosa da augurare ad ogni giovane band.

(Gianni Sibilla)

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