I Muse raccontano "Drones": intervista a Matt, Dom e Chris - VIDEO

I Muse raccontano "Drones": intervista a Matt, Dom e Chris - VIDEO

Il piacere di tornare a suonare come un trio, il piacere di raccontare una storia: parlando con Matt, Dom e Chris, assieme o separatamente, il vero concept di “Drones” non è solo la storia apocalittica che corre lungo 12 canzoni. Il concept è il ritorno ad un suono basato su chitarra basso e batteria e la voglia di affrontare i temi classici dell’immaginario apocalittico della band - il controllo, il potere, la fuga e la liberazione  - in maniera più strutturata.
Abbiamo incontrato i Muse per farci raccontare il loro settimo album e abbiamo fatto due chiacchiere in video anche con Chris. Ecco cosa ci hanno raccontato. A breve pubblicheremo anche un track-by-track del nuovo album.


Come è nato il tema dei droni che lega le canzoni del disco?
Matt: Il tema mi è venuto in mente leggendo un libro, “Predators”, scritto da un giornalista che racconta tutti gli attacchi dei droni degli ultimi 10 anni, di come spesso le decisioni di usarli per azioni specifiche di guerra vengano prese in maniera quasi causale, basandosi su informazioni frammentarie se non su gossip. Racconta di come i nuovi modelli siano completamente automatizzati, non abbiano bisogno più dell’uomo. Questo rappresenta per me il picco della strana evoluzione tecnologica e del suo impatto sull’uomo, di come siamo disposti a rinunciare ad alcune cose, a mettere la vita nelle mani delle macchine. 

In che modo questo tema si è trasformato in un concept album?
Matt: Credo sia una metafora efficace della nostra condizione odierna, e l’ho trasformata in una storia che parte dalla morte interiore di “Dead inside”, passa per il lavaggio del cervello, per arrivare alla riscoperta del libero pensiero e dell’amore. Anche se poi alla fine arriva una sorta di secondo finale, con la distruzione finale di “The globalist”. Volevo che il disco avesse sia un significato politico sia personale, che questi due temi si intrecciassero nella storia. 

Dom, Chris: qual è stata la vostra reazione alla proposta del tema da parte di Matt?
Dom: mi è piaciuto subito. L’idea era già quella di fare comunque qualcosa di concettuale e di rock, mi ricordo che ne parlammo proprio dopo il concerto di Roma. Mi è sembrata perfetta, anche perché in realtà non avevamo mai fatto qualcosa del genere, in cui le canzoni sono fatte per stare assieme in questa maniera.
Chris: Ho pensato avesse senso. Per certi versi, i sei dischi precedenti costituiscono un percorso verso un album come questo: si affrontavano temi simili, ma non in questo modo. Questo concept mette insieme diversi parti della storia della band.

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Il fatto di lavorare ad un concept album come ha cambiato il processo di produzione?
Matt: Il processo creativo è fatto di moltissime decisioni, e spesso sono infinite e noiose. Avere un concept che tiene tutto assieme rende tutto molto più semplice. Prendi la copertina, per esempio:  L’ha disegnata Matt Mahurin, che ha fatto anche molto copertine del Time: l'idea è venuta naturalmente, chiedersi ‘chi controlla il controllore”? Che è esattamente ciò di cui parla l’album.

C’è qualcosa o qualcuno che vi ha ispirato, nella scrittura del disco?
Matt: Stanley Kubrick, sicuramente: lo amo, credo fosse molto avanti rispetto ai suoi tempi; nei suoi film si parla dei temi che ho messo nel disco: il lavaggio del cervello, società segrete, il rapporto con la tecnologia e l’intelligenza artificiale. II dialogo di “Drill Sergeant” è ispirato a “Full metal jacket”: non abbiamo potuto usare il frammento originale per questioni di diritti, così ho scritto un monologo che ricorda quel film

Invece avete usato la voce originale di Kennedy in “JFK”.
Matt: E’ un monologo del ’61, in cui Kennedy parla alla stampa della minaccia comunista, ma senza mai citare l’Unione Sovietica. E’ un discorso neutro, che non abbiamo toccato, che è ancora attuale per la situazione odierna in cui ci sono molti sistemi di oppressione, dagli estremismi religiosi alla pubblicità.
Dom: E’ un discorso perfetto in sé ancora importanti, e i temi di indipendenza e libertà sono gli stessi di “Deflector”, la canzone che incornicia


Il suono del disco è decisamente più rock che nel passato recente. E’ stata una reazione all’ultimo album, “The 2nd law”?
Matt: Sicuramente. Negli ultimi due album ci siamo prodotti da soli, e abbiamo passato più tempo dietro al banco di regia a trovare soluzioni che a suonare. Più tempo a che fare con la tecnologia che con gli strumenti. Amo quei dischi, ci hanno permesso di esplorare nuove strade, ma questa volta l’esigenza era quella di tornare a suonare come un trio, praticamente dal vivo, pensando agli strumenti e alla chimica della band. 
Dom: Volevamo tornare ad essere noi tre che suoniamo, “The 2nd law” era soprattutto un disco di studio, stratificato, fatto di esperimenti. Questa volta siamo partiti dai noi tre che suoniamo assieme


Come siete arrivati a lavorare con un produttore esterno come Matt Lang?
Matt: Siamo stati onorati che abbia accettato di lavorare con noi. Voglio dire, ha prodotto “Back in black”, probabilmente il miglior disco rock di tutti i tempi. Potevamo pensare che fosse più portato a produrre una raccolta di singoli, di canzoni dirette, invece era interessato agli elementi concettuali e politici .Ci ha fatto lavorare duramente, più del passato.
Dom: Non è stata solo una questione di suggerimento musicali, ci ha messo in riga, ci aiutato a rimanere concentrati sul concept del disco, a mettere a posto ogni dettaglio tenendo sempre di vista l’insieme. Il disco, su suo suggerimento, è stato registrato nell’ordine in cui appare nella versione finale: se è una storia, devi sentirla mentre la racconti.


Anche questa volta avete lavorato con Tommaso Colliva dei Calibro 35, che ha fatto da ingegnere del suono.
Chris: Tommaso è ormai una parte importante del lavoro che facciamo. Ha iniziato a lavorare con noi ai tempi di “Black holes and revelations”, che abbiamo registrato alle Officine Meccaniche di Milano. Poi gli abbiamo di fatto delegato la costruzione degli studi di Matt a Como, per “The resistance”. E’ importante avere qualcuno come lui in studio, sia un amico, sia uno che ci conosce e sa cosa vogliamo senza chiedere o spiegare ogni volta…


Questo suono come si collega al tema del disco?
Chris: penso che questo concept avesse bisogno di una rappresentazione sonora più rock, più omogenea, che facesse sentire il luogo e il momento in cui è stato registrato. “The 2nd law” è un disco che salta di qua e di là, con suoni molto diversi. E’ un gran disco, ma c’era bisogno di recuperare il senso della band e del rapporto tra di noi.
Matt: Questo approccio era perfetto: l’album alla fine si interroga sul rapporto dell’uomo con la tecnologia, si chiede fino a che punto è buona, e da che punto arriva l’umanità. Abbiamo messo da parte un po’ di tecnologia, nel suonare questo disco.


Il rapporto con la tecnologia ha cambiato la musica, anche dalla parte dell’ascoltatore. E voi fate un concept album.
Matt: Credo che il modo in cui si ascolta la musica abbia reso i dischi delle semplici raccolte di canzoni. Ormai sono anni che si parla di morte dell’album, e non è lontano il momento in cui gli artisti faranno solo singoli. Noi volevamo mettere enfasi  proprio sull’idea di album, sui collegamenti, sulle storie. Ma sì, credo che ormai questo approccio sia stato messo da parte dalla tecnologia.
Chris: Le nuove generazioni pensano alle canzoni, non ai dischi, ma mi piacerebbe spiegare come mi sono sentito il giorno in cui è uscito “In utero” dei Nirvana, e sono andato a comprarlo con i soldi che avevo messo da parte.  Mi spiace che i ragazzi non abbiamo più quel tipo di eccitazione, ma credo che per i nostri fan l’album sia ancora importante: 3 mesi dopo “The 2nd law” vedevo su Twitter dei fan che ci chiedevano quando sarebbe uscito il prossimo album…


Il disco si presenta come un’opera, una storia con inizio, svolgimento, fine. Pensate di trarne fuori qualcosa, oltre che suonare le canzoni dal vivo?
Matt: questo disco si presenta con una forma narrativa, potrebbe prestarsi ad un’operazione del genere, ma la struttura narrativa rimarrebbe comunque un po’ troppo astratta in termini visivi. Mi piacerebbe provare  a fare qualcosa del genere, anche se non so ancora in che forma, con noi che suoniamo o qualcuno che lo mette in scena al posto nostro. E non so se la gente abbia voglia di vedere qualcosa del genere

Come lo presenterete dal vivo? Ci saranno i droni che volano sul pubblico, come si è letto?    
Dom: Se ce lo permettono, sì, ci saranno degli oggetti volanti sul palco. Stiamo lavorando agli show autunnali, che saranno più concettuali di quelli estivi. Nei festival non riesci davvero a fare tutto quello che vorresti.
Matt: Ci stiamo ancora pensando, potremmo suonarlo in sequenza, quando, in autunno, torneremo nei palazzetti e avremo una produzione più strutturata.. I concerti estivi saranno semplicemente basati sulle canzoni.
Chris: con ogni probabilità, nei palazzetti faremo più sere in ogni città, e questo ci permetterà di farlo per intero qualche sera, e altre sere mischieremo un po’ le cose. Per il momento però pensiamo all’estate e ai festival.

Ormai sono più di 20 anni che suonate assieme…
Chris: Mi ricordo molto bene la prima volta che abbiamo suonato assieme: io avevo la mia band, loro stavano provando nella sala di fianco, e mi volevano parlare. Mi diedero una cassetta con delle canzoni originali, e mi colpì questa cosa, perché tutti facevano cover, e mi convinsero ad entrare nella band. Siamo cresciuti, eravamo praticamente bambini al tempo. Inevitabilmente le dinamiche sono cambiate.
Matt: Ma siamo sempre amici, anzi come fratelli, anche se molto è cambiato. Ci vediamo anche quando non stiamo lavorando. La cosa importante è continuare a divertirsi, e noi ci stiamo divertendo.

(Gianni Sibilla)

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