Fumi di Londra: Lory Muratti incontra i Fat White Family

Lee è cresciuto a West, nel Country Side, e si è trasferito a Londra vent’anni fa a cercare fortuna con la sua band post-punk. Lee è diventato quindi uno chef e oggi lavora in “uno dei pochi veri pub rimasti in città”. Questo è quello che mi dice facendomi accendere e invitandomi a raggiungerlo domenica per provare il suo Sunday Roast accompagnato da un’inimitabile gravy. Un condimento di cui lui dice di detenere una ricetta centenaria. Lee ha stivali da cowboy e una giacca elegante, da prestigiatore.

“Bisogna essere dei maghi in questa vita.

Bisogna saper aspettare” mi dice sorridendo mentre una squadra di bagarini ci sfreccia davanti impazzita cercando di rivendere a 40 pound un biglietto che in origine ne costava 7.

Siamo di fronte all’ingresso dell’Electric Ballroom dove stasera suonano i Fat White Family, un gruppo esploso nel giro di un solo tour di pochi mesi.

“Li ho sentiti la prima volta ad aprile in un bar di Dalston mezzo vuoto, ed ora guarda che casino fuori da uno dei club più importanti della città. Entusiasmante, non trovi?” mi chiede Lee senza guardarmi, e soprattutto senza togliere lo sguardo dal venditore che ha selezionato come “il più vulnerabile, quello che mollerà il prezzo per primo”.

Io mi compiaccio di questa situazione surreale e osservo affascinato la discrepanza che intercorre tra la vivida agitazione che si respira in questi pochi metri e la calma immobile del mio nuovo amico.

“Non li ho mai nemmeno sentiti nominare, questi ragazzi” dico infine uscendo dall’ipnosi cinematografica dentro la quale ero caduto.

“Allora entra con me” suggerisce lui senza mai togliere lo sguardo dalla sua preda mentre io cerco di ricordare perché stessi cercando di tornare a casa così di fretta.

“Ma è sold out…” commento dandogli il via per ciò che questa sera lui sperava con tutto il cuore di poter dire a qualcuno:

“Niente è mai davvero sold out, caro Lory, e non è mai troppo tardi. Anzi… sai cosa ti dico? Sono le otto e il concerto inizia fra un’ora. Andiamo a bere qualcosa e lasciamo che i bagarini sbolliscano i loro animi, prima di trattare.”

“Negli anni Novanta partivano tutti per Seattle, ma noi abbiamo tenuto duro qui in città” dice Lee appoggiando il bicchiere sul davanzale di una finestra affacciata sulla sporca notte che avvolge l’ingresso della metropolitana poco distante.

“È servito?” gli chiedo sedendomi su uno sgabello accanto a lui.

“È servito a diventare altro” mi dice ridendo per poi riprendere il racconto sulla band che stiamo per ascoltare.

“La seconda volta che li ho visti suonare aprivano per Lydia Lunch, e durante il concerto mi sono ritrovato accanto all’improvviso il cantante dei Sonic Youth che ciondolava come in trance.”

“Thurston Moore?” chiedo incuriosito.

“Si chiama così? Beh sì, lui, insomma.” Dice lo chef post punk, e dopo una pausa teatrale in cui beve metà della sua birra aggiunge: “Questi ragazzi sono degli animali, vedrai…”

Poco dopo l’inizio dello show capisco cosa Lee volesse dire. Una volta soggiogato per entrambi il bagarino che aveva prescelto sin dall’inizio, l’amico prestigiatore sparisce al bar del piano superiore ed io vengo spinto, sospinto e rigettato più volte nel mare elettrico del locale.

Quando dopo vari tentativi trovo un porto sicuro dalle parti del banco mixer, resto fermo per un po’ a osservare questo circo rock’n’roll che sembra messo in scena per pochi amici completamente sballati dentro una vecchia e umida cantina. Attorno però ci sono almeno 400 persone che hanno invece pagato un biglietto per smarrirsi fra queste chitarre scordate, perché in quello che accade sul palco vedono un’urgenza e una rabbia sconnessa che tutto sommato appare sincera.

“In fondo è solo di questo che abbiamo bisogno ogni tanto” sembra dire Lee guardandomi ora dall’alto della balconata con altre due birre fra le mani.

Mi fa cenno di salire ed io riprendo la strada facendomi spazio fra la gente. Completamente dimentico di ciò che avrei dovuto fare questa sera, metto a fatica un passo in fila all’altro mentre i Fat White Family suggeriscono ai presenti di perdere del tutto il controllo.

Perché è solo di questo in fondo che abbiamo bisogno ogni tanto e loro, per fortuna, sanno bene come farlo.

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