Concerti, Robert Plant: la recensione dello show al Pistoia Blues Festival

Concerti, Robert Plant: la recensione dello show al Pistoia Blues Festival

"Che sta succedendo?", si chiede Robert Plant sul palco apparentemente meravigliato dallo strano miscuglio di suoni prodotto dai suoi Sensational Space Shifters: chitarre elettriche e strumenti a corda africani, banjo e koloko, loop elettronici e bendir. "E' un omaggio al blues del Mali", annuisce soddisfatto un inglese che la sa lunga. "E' country&eastern", scherza ma non troppo il sessantacinquenne "Golden god" in camicia bianca e pantaloni color panna. Tra i 4.500 accorsi per vederlo a Pistoia ("se non ricordo male è la quarta volta che vengo qui", ricorda al microfono il vocalist) ci sono tanti giovani, ragazzi e ragazze che indossano magliette dei Led Zeppelin con i quattro simboli runici compresa la piuma dentro al cerchio che era la sua firma sul quarto album del gruppo e che ora è riprodotta sulla grancassa del batterista Dave Smith. E chissà se stanno capendo quel che sta succedendo, e se apprezzano questo melting pot di afro/trance/blues che invita a dondolare i fianchi piuttosto che a saltare con le braccia levate al cielo.

Il fantasma degli Zeppelin aleggia, eccome, fin dal primo pezzo in scaletta: introdotta dalla chitarra flamenco di Liam "Skin" Tyson, barbone da vecchio beatnik e meritata reputazione di "re della psichedelia" (cosi lo apostrofa Plant), "Babe, I'm gonna leave you" è riproposta in versione simile all'originale contenuto nel primo album del Dirigibile, anche se tra le urla eccitate si fa fatica a distinguerne le sottigliezze, le pause, le accelerazioni e le sfumature. E "Going to California", Tyson all'acustica e l'altro chitarrista Justin Adams al mandolino, conserva la cristallina dolcezza hippy e floreale del 1971 e quel suo alone magico (Plant invita il pubblico a cantarla in coro ma sussurrandola come una melodia che arriva dalle "misty mountains", le montagne nebbiose). Poco prima, con "Black dog", era apparso chiaro che Plant non ne vuol proprio sapere di giocare al gioco del revival e del juke box in cui indulgono tanti (quasi tutti) i suoi coetanei. La si riconosce per il testo e per il coro, mentre il celebre riff sghembo e tagliente lascia spazio a un'andatura ondeggiante da cammello e nel finale il pezzo si apre a una jam da dune del deserto con il ritti, il violino a una corda di Juldeh Camara, a guidare le danze. Cappello in testa e camicia a scacchi, il gambiano figlio di un griot è il jolly del gruppo e si vede quanto Plant lo ammiri dallo spazio che gli lascia. E' grazie anche a lui che gli standard blues di Howlin' Wolf e Bukka White, "Spoonful" e "Fixin' to die", tornano ad abbeverarsi alla fonte del Continente Nero ma quella degli Shifters non è un'operazione filologica: la contaminazione è totale e le tastiere trip hop di John Baggott avvolgono le dodici battute nelle brume di Bristol.

Il nome del gruppo non mente. Questa è musica mutante (come lo è Plant: dell' "Americana" della Band Of Joy, qui rimane poco), perfettamente a suo agio tra i campionamenti, i sibili ipnotici e le sfuriate hard rock di "Tin Pan Valley" (una grande versione) come tra i ricami arabeggianti di "The enchanter" dove Plant indossa i panni dello sciamano e dell'incantatore di serpenti. Dall'album "lullaby...And the ceaseless roar" in uscita il 9 settembre comincia ad affiorare qualcosa, e più che "Rainbow" e "Pocketful of golden", morbide, melodiche e sensuali, stregano la rielaborazione del traditional "Little Maggie" e l'arcaico riff appalachiano di Tyson al banjo mentre Plant, Camara e Adams si muovono in sincrono e piazza del Duomo ondeggia a quel ritmo flessuoso ("è come una 'Gallows pole' africana", dice l'inglese simpatico che la sa lunga).

Sono in sette, sul palco, e in una musica a onda lunga e a maglie larghe come questa c'è spazio per tutti (ognuno si merita una scherzosa e surreale presentazione di mr. Plant in persona). Per Smith, "rubato alla famiglia quando era ancora un ragazzino" e per il suo "custode" Billy Fuller, il bassista che ha modo di emulare le scale melodiche di John Paul Jones in una "What is and what should never be" che è l'epitome di quelle architetture a luci e ombre, soffuse strofe jazzate e scariche metal, teorizzate da Jimmy Page negli Zeppelin. Juldeh rappa nella sua lingua evocando il Senegal e la libertà, Tyson estrae effetti lisergici dalle sei corde e Justin Adams, il vero direttore d'orchestra di questa band, si trasforma in un eroe rockabilly nel finale trascinante di "Fixin' to die".

Quando lui e Tyson sfoderano il riff immortale di "Whole lotta love" in platea esplode un boato, ma Plant gioca a rimpiattino mescolando le carte con rimandi a "Who do you love" di Bo Diddley e all'ennesime variazioni afro sul tema modulando la voce con sapienza e aiutandosi con l'eco per sopprerire alla naturale perdita di potenza. Tutti contenti, comunque, anche perché la "vecchia folk song" scelta per chiudere la serata è "Rock and roll" e lì c'è poco da discutere: le carte sono scoperte e, almeno per un momento, il vocalist inglese sembra voler dare al pubblico quel che molti si aspettavano da lui. Ma è solo uno zuccherino, il concerto (un po' troppo breve, un'ora e mezza scarsa: ma è così anche nelle altre date del tour) è finito con l'augurio hippy del peace & love  e l'avventura con i Sensational Space Shifters spiega meglio di qualunque intervista perché le speranze di rivedere insieme gli Zeppelin siano ridotte ai minini termini. E perché sia lui, Robert Plant, ad avere ragione.

(Alfredo Marziano)

Setlist

"Babe, I'm gonna leave you"
"Tin Pan Valley"
"Spoonful"
"Black dog"
"Rainbow"
"Going to California"
"The enchanter"
"Little Maggie"
"What is and what should never be"
"Fixin' to die"
"Whole lotta love"
Bis
"Pocketful of golden"
"Rock and roll"

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