A pochi giorni dall'uscita del nuovo album, Vasco Rossi si è raccontato a Rockstar, nel numero che sarà in edicola lunedì. Pubblichiamo un'anticipazione dell'intervista di Massimo Cotto, per gentile concessione della rivista.
Vasco, tu che sei il rock in Italia, come festeggerai i 50 anni del rock nel mondo?
A casa, credo. Amo il rock, musica passionale che muove il fisico, la mente, il sesso, libera il cervello dalla tua nevrosi perché è più nevrotico del tuo esaurimento. È una meraviglia, il rock, perché entra in circolo. È maturato, negli anni, anche invecchiato, a volte male. Ma rimane il suo spirito. Non puoi farne a meno. La musica è taumaturgica. Un mistero incredibile. I suoni e i silenzi, le pause. Il rock è una religione, davvero. Il rock viene dalla pancia, dalle viscere, dal fegato spappolato. Non ha mediazioni, non è a tavolino. Il rock è il parto difficile di un brano che, lento o veloce, energetico o ballata, racconta la tua vita e ti scarica. A me, ogni tanto, dicono che massacro l'italiano. Certamente, perché io faccio rock. La canzone italiana ha un altro passo, altre esigenze. Non è mica che non so l'italiano, come dice Maria Latella, che mi mette i punti e le virgole anziché farsi i cazzi suoi. Sembra una maestrina. Capisco di esserle antipatico, ma non posso farci niente. Sono così. Io non giudico i suoi articoli, lei faccia altrettanto. Si è anche arrabbiata perché fumo. Ma che frega a lei se fumo? Chissà se Maria Latella riesce a trovarmi un posto per fumatori su un treno. Sono un vizioso e perverso fumatore. Se lo domando in italiano, pensi che me lo troverà? In Italia si fa la guerra al fumatore, non al fumo. Ci vogliono tutti sani, belli, magri, non fumatori. Posso sgarrare? Esiste una minima quantità fisiologica di abitanti del pianeta che può scegliere come vivere e, al limite, come morire? Mi sembra una persecuzione ipocrita, perché condotta con la giustificazione: “Lo facciamo per il tuo bene”. È una vergogna, scrivilo pure. Il grande Fabrizio De André la chiamava la perscuzione degli ultimi. Però i panda li rispettano. Io appartengo a una razza in via d'estinzione.
I ventenni di oggi vivono il loro disagio alla stessa maniera dei ventenni tuoi?
I miei ventenni, quelli che appartenevano alla “generazione di sconvolti che non ha più santi né eroi”, vivevano più duramente il rifiuto verso chi era venuto prima. Non riconoscevano nessuno al di fuori di loro, erano alla ricerca di nuovi valori e nuove emozioni. La mia generazione aveva smesso di mitizzare gli altri, ma per questo si sentiva un po' sbandata. Quella dei ventenni di oggi è più uniformata e anche unifirmata, perché più incline alla griffe, ma mi pare meno confusa della nostra. Noi eravamo ribelli, magari di maniera: “Sono un ribelle, mamma”, cantavano gli Skiantos. Oggi ci si ribella poco. Io attraggo chi si sente a disagio, ma il malessere di oggi è meno corale e più individuale.
Immagina di essere un tuo fan. Che cosa chiederesti a Vasco Rossi?
Gli chiederei: “Come stai?”. Ma non saprei rispondergli. È l'unica cosa che non so di me stesso.
Vasco, tu che sei il rock in Italia, come festeggerai i 50 anni del rock nel mondo?
A casa, credo. Amo il rock, musica passionale che muove il fisico, la mente, il sesso, libera il cervello dalla tua nevrosi perché è più nevrotico del tuo esaurimento. È una meraviglia, il rock, perché entra in circolo. È maturato, negli anni, anche invecchiato, a volte male. Ma rimane il suo spirito. Non puoi farne a meno. La musica è taumaturgica. Un mistero incredibile. I suoni e i silenzi, le pause. Il rock è una religione, davvero. Il rock viene dalla pancia, dalle viscere, dal fegato spappolato. Non ha mediazioni, non è a tavolino. Il rock è il parto difficile di un brano che, lento o veloce, energetico o ballata, racconta la tua vita e ti scarica. A me, ogni tanto, dicono che massacro l'italiano. Certamente, perché io faccio rock. La canzone italiana ha un altro passo, altre esigenze. Non è mica che non so l'italiano, come dice Maria Latella, che mi mette i punti e le virgole anziché farsi i cazzi suoi. Sembra una maestrina. Capisco di esserle antipatico, ma non posso farci niente. Sono così. Io non giudico i suoi articoli, lei faccia altrettanto. Si è anche arrabbiata perché fumo. Ma che frega a lei se fumo? Chissà se Maria Latella riesce a trovarmi un posto per fumatori su un treno. Sono un vizioso e perverso fumatore. Se lo domando in italiano, pensi che me lo troverà? In Italia si fa la guerra al fumatore, non al fumo. Ci vogliono tutti sani, belli, magri, non fumatori. Posso sgarrare? Esiste una minima quantità fisiologica di abitanti del pianeta che può scegliere come vivere e, al limite, come morire? Mi sembra una persecuzione ipocrita, perché condotta con la giustificazione: “Lo facciamo per il tuo bene”. È una vergogna, scrivilo pure. Il grande Fabrizio De André la chiamava la perscuzione degli ultimi. Però i panda li rispettano. Io appartengo a una razza in via d'estinzione.
I ventenni di oggi vivono il loro disagio alla stessa maniera dei ventenni tuoi?
I miei ventenni, quelli che appartenevano alla “generazione di sconvolti che non ha più santi né eroi”, vivevano più duramente il rifiuto verso chi era venuto prima. Non riconoscevano nessuno al di fuori di loro, erano alla ricerca di nuovi valori e nuove emozioni. La mia generazione aveva smesso di mitizzare gli altri, ma per questo si sentiva un po' sbandata. Quella dei ventenni di oggi è più uniformata e anche unifirmata, perché più incline alla griffe, ma mi pare meno confusa della nostra. Noi eravamo ribelli, magari di maniera: “Sono un ribelle, mamma”, cantavano gli Skiantos. Oggi ci si ribella poco. Io attraggo chi si sente a disagio, ma il malessere di oggi è meno corale e più individuale.
Immagina di essere un tuo fan. Che cosa chiederesti a Vasco Rossi?
Gli chiederei: “Come stai?”. Ma non saprei rispondergli. È l'unica cosa che non so di me stesso.
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