Kurt Wagner (Lambchop): 'Fumo troppo, per questo oggi canto come Barry White'

Kurt Wagner (Lambchop): 'Fumo troppo, per questo oggi canto come Barry White'

Una band che assomiglia a una comune, un film muto e due nuovi dischi gemelli (autonomi ma fino a un certo punto: almeno inizialmente, si possono acquistare solo in coppia).

I Lambchop da Nashville pubblicano “Aw cmon” e “No, you cmon”, album paralleli e speculari nati dalla penna di Kurt Wagner in un periodo di autoimposta clausura e ferrea disciplina lavorativa. Lui è all’altro capo del telefono: ed è facile immaginarlo in camicione a quadri e cappellino da baseball d’ordinanza, spaparanzato su una poltrona con una lattina di birra e il pacchetto di sigarette sempre a portata di mano. Un all American boy, ma di quelli troppo bizzarri e indipendenti di testa per piacere a mr. Bush. Gli chiediamo subito cosa lo ha spinto a separare le sue ultime canzoni in due dischi non troppo dissimili uno dall’altro. “Non volevo che la gente si sentisse costretta ad affrontarli come un tutt’uno. Personalmente ho sempre difficoltà ad ascoltare un album doppio, è come se ci fossero troppe informazioni da assorbire in una sola volta. E poi non volevo che qualche canzone finisse per scomparire nel mucchio. Mi sembra che in questo modo tutto diventi più facilmente digeribile, ognuno dei due dischi è come un percorso compiuto”. .


Un filo comune è rappresentato da “Sunrise” (“Aurora”, in italiano), il primo film americano di Friedrich Wilhelm Murnau, annata 1927, per cui Wagner e i Lambchop hanno eseguito dal vivo, al San Francisco International Film Festival dell’aprile 2003, una estemporanea colonna sonora: canzoni che, proprio come la pellicola del regista tedesco, oscillavano tra commedia e tragedia e che in parte sono finite nei due dischi nuovi.

“Sì”, conferma Wagner, “per qualche ragione il soggetto, i temi e le idee che sottendono al film assomigliano a ciò che stavo scrivendo in quel periodo. Nessuna delle canzoni è stata composta specificamente per la pellicola, sono tutte anteriori al momento in cui il progetto ci è stato proposto. Ho semplicemente cercato di pescare dal mazzo quelle che avrebbero potuto funzionare meglio in quel contesto. Il fatto che si tratti di un film muto mi ha portato a scegliere i pezzi che si adattavano meglio alle suggestioni visive della pellicola. Non l’avevo mai visto prima: e devo dire che ancora oggi è un film molto energico nell’uso delle immagini, decisamente innovativo a dispetto della primitività dei mezzi con cui è stato realizzato”. E ci sarà probabilmente un Dvd, in futuro, a testimoniare quel lavoro… “Ci stiamo lavorando proprio ora, anche se siamo ancora ai primi passi. Il casino nasce dal fatto che nell’operazione è coinvolta una grossa corporation, dobbiamo convincerla a cedere i diritti sulle immagini. Pubblicare su disco una colonna sonora non mi interessa: senza immagini sarebbe come raccontare metà della storia”. .


Torniamo ai due dischi imminenti, allora.

Ai primi ascolti ricordano più i suoni vellutati e orchestrali di “Nixon” che quelli rarefatti e minimalisti di “Is a woman”. Wagner è parzialmente d’accordo: “E’ vero, anche se con l’ultimo disco esiste un elemento di continuità rappresentato dal fatto che la band è rimasta esattamente la stessa. E credo che suonare quasi sottovoce, in modo così controllato come abbiamo fatto su ‘Is a woman’ ci abbia fatto diventare dei musicisti migliori. Ci ha insegnato a metterci al servizio delle canzoni e a lavorare come un ensemble: e dunque se i nuovi album hanno un suono più vicino a quello di ‘Nixon’ credo che il modo di scrivere e di interpretare sia stato molto influenzato dal disco successivo. Si è trattato di combinare gli elementi di uno e dell’altro, in fondo, per ottenere sonorità nuove”. E non dev’essere facile, quando in un gruppo si contano non meno di 14 elementi: più che al rock, viene da pensare a una big band jazz o a una piccola orchestra classica. “Non siamo gli unici ad avere una formazione allargata, ci sono anche Belle & Sebastian o i Polyphonic Spree. E’ una cosa che succede naturalmente, quando un gruppo di amici decide di fare musica assieme. Il segreto è trovare una qualche forma di organizzazione, né più né meno che in un ufficio postale”. Prevale l’atteggiamento do it yourself, dato che non tutti i componenti dei Lambchop sono musicisti in senso stretto. Non è un problema? “Niente affatto. Non credo che l’abilità tecnica limiti più di tanto la capacità di essere musicisti: contano altrettanto le idee, la motivazione, la volontà di creare dei suoni. Non so neppure dirti quanti siamo, al momento: si tratta di un'entità piuttosto fluida, cambia di giorno in giorno”. Wagner, dal canto suo, ha rinunciato al falsetto di “Is a woman” per una vocalità grave che è tipica anche della sua conversazione (“è che fumo troppo, nient’altro. E devo fare di necessità virtù, in qualche modo” risponde con voce abissale e nera come la pece, prima di esplodere in una delle sue frequenti, grasse risate). E ha trovato ispirazione sottoponendosi alla sua dieta compositiva: una canzone al giorno. “L’ho fatto perché sto cercando di migliorarmi come autore, e mi sembrava il modo giusto per mettermi nelle condizioni di lavorare con profitto. E’ come esercitarsi nella recitazione: importa innescare un processo, non tanto che i singoli risultati, le singole canzoni, siano buone o cattive. Se non va bene un giorno, andrà meglio il successivo. Ero abituato a lavorare con un procedimento molto più casuale, prima: ad aspettare la folgorazione del momento. Ho potuto sperimentare questo metodo diverso quando mi sono reso conto che avevo davanti a me sei mesi di tempo in cui non avrei avuto molto da viaggiare” (ma ora i Lambchop stanno per tornare in tour: saranno in Italia il 28 aprile a Milano, il 29 a Roma e il 1 maggio a Bologna). Metodi lavorativi a parte, i fan della band ritroveranno nei due dischi i riferimenti di sempre, il Philly Sound, i vibrati di chitarra e il country stralunato. Sembrano una band che ascolta molti vecchi dischi, i Lambchop. Wagner conferma: “E’ una cosa che facciamo continuamente, siamo tutti consumatori avidi di musica, compriamo un sacco di dischi e abbiamo gusti differenti uno dall’altro. ‘Aw cmon’ e ‘No, you cmon’ riflettono questo atteggiamento, credo: non inseguono un unico stile musicale, ma piuttosto la varietà dei generi. Qualcuno ha detto che gli arrangiamenti d’archi somigliano a quelli che Robert Kirby scriveva per Nick Drake. Ma a me viene piuttosto in mente Barry White! Ci sono somiglianze innegabili con la tonalità profonda della sua voce e con gli strumentali della Love Unlimited Orchestra. Ci sono delle analogie con Jimmy Webb, dici? E’ vero, e non è la prima volta. Randy Newman, Lyle Lovett e Terry Allen descrivono situazioni e personaggi altrettanto eccentrici nelle canzoni? Non so, forse è perché siamo tutti un po’ fuori di testa, da queste parti”. E che ci fanno Nixon, e ora Steve McQueen e Timothy B. Schmidt, nelle canzoni dei Lambchop? “Non sono i protagonisti delle mie storie, piuttosto servono a suggerire un clima sonoro o un determinato contesto storico, un country rock alla Eagles o una certa atmosfera primi anni ‘70”, spiega Wagner. Proprio come ha fatto il suo amico Josh Rouse nell’ultimo “1972”, insomma… “Sì, abbiamo diverse cose in comune e ogni tanto ci scherziamo sopra, quando ci mettiamo ad ascoltare quel che stiamo facendo. Entrambi siamo degli outsider nella scena musicale di Nashville. Almeno rispetto a quella tradizionale, perché quella di oggi è ben diversa. Io continuo a scrivere sulla base delle mie esperienze personali. E siccome sono stato spesso in Europa, ultimamente, magari la prossima volta verrà fuori una canzone intitolata a Chirac. O a Berlusconi”. E via con l’ultima, fragorosa risata che fa vibrare la cornetta del telefono.

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