Jonathan Wilson: 'La psichedelia è uno stato mentale'

Jonathan Wilson: 'La psichedelia è uno stato mentale'

Trentotto anni, molti dei quali trascorsi a far musica dietro le quinte, con "Gentle spirit" Jonathan Wilson è diventato l'uomo capace di rigenerare la scena di Laurel Canyon, culla della musica californiana tra gli anni Sessanta e i Settanta. E oggi, con "Fanfare", ha alzato ulteriormente l'asticella realizzando una delle opere più ambiziose, lodate e discusse dell'anno, già salutata da molti come un caposaldo della nuova psichedelia. Rockol lo ha incontrato a Manchester, prima di un concerto che lo ha visto "aprire" per Roy Harper e salire sul palco a fianco del grande cantautore inglese.

Nel titolo e nella copertina, così come nella varietà e ampiezza della proposta musicale, "Fanfare" suona come una dichiarazione di intenti piuttosto ambiziosa. Avevi un'idea precisa in testa, quando hai cominciato a realizzarlo, o ha preso forma casualmente in questo modo?

Un po' entrambe le cose. Alcune delle canzoni erano inizialmente solo dei frammenti, altre erano già state eseguite dal vivo, ma lo schema generale e il suono del disco hanno cominciato a svelarsi solo durante le sedute di registrazione. Il pezzo iniziale, per esempio, è stato composto in studio, anche se ad alcune parti lavoravo da circa tre anni. Però l'ho completato solo in sala di incisione, seduto al pianoforte, prima di aggiungerci archi e fiati.

Quando hai deciso di dare questo titolo al disco? E perché hai scelto di evocare la "Creazione di Adamo" di Michelangelo nell'illustrazione di copertina?

Anche queste sono cose che si sono rivelate da sé in corso d'opera. Il particolare delle mani è frutto di un giochino che mi ero messo a fare con una app del mio iPhone. Ho cominciato a spedire in giro quell'immagine agli amici, così per divertirmi, come fosse un sms. L'ho conservata in memoria e col tempo ha finito per assumere un significato simbolico. Il pezzo iniziale del disco si intitolava "Fanfare" già durante la lavorazione. Nell'istante in cui mi si sono messo a cantare ho capito che quella sarebbe stata la porta d'ingresso all'album. In quel momento il disco non aveva ancora un titolo, ma lì le cose hanno preso forma definitiva.

Il disco precedente, "Gentle spirit", si era guadagnato molte lodi e attenzioni. Per molti sei diventato l'uomo che ha fatto rinascere la scena musicale di Laurel Canyon...è grazie a questo che hai trovato la libertà di esprimerti liberamente?

Penso di sì. "Gentle spirit" era praticamente un disco fatto in casa, registrato letteralmente in cucina. Mentre questo è un lavoro molto più professionale, realizzato con l'aiuto di fonici e assistenti, mixato sul fantastico banco che Jackson Browne ha sistemato nel suo home studio. L'obiettivo che mi ero posto era di fare un disco che suonasse ad alta fedeltà, e ci abbiamo messo molta cura.

Come andrebbe ascoltato?

Possibilmente in vinile. E in cuffia.

Jackson Browne è uno dei nomi di punta in una lista impressionante di ospiti. Una sorta di famiglia reale del rock anni '60 e '70 che include, fra gli altri, Roy Harper e Crosby & Nash. Dietro queste scelte ci sono probabilmente storie diverse.

Sì, certo. Jackson, per esempio, l'ho incontrato ai tempi in cui avevo lo studio a Laurel Canyon, gli altri sono venuti a trovarmi nel nuovo spazio in cui hanno avuto luogo tutte le session. A Echo Park, Los Angeles. Con Graham  Nash avevo già inciso il brano guida di un EP, "Pity trials and tomorrow's child", realizzato appositamente per il Record Store Day. Sono stato io a telefonargli: avevo individuato alcuni brani in cui pensavo che certi musicisti avrebbero potuto rifulgere e aiutarmi con le parti vocali. Credo che ciò che Crosby & Nash hanno fatto su "Cecil Taylor" mostri alla perfezione cosa intendo. Anche riuscire a far sgattaiolare Jackson dentro "Desert trip" e farlo cantare insieme al mio amico Father John Misty è stato fantastico, davvero eccitante.

"Cecil Taylor" ricorda un episodio particolare della vita del grande jazzista: una sua performance alla Casa Bianca...

Erano i tempi di Jimmy Carter, e in qualche modo Taylor venne ingaggiato per suonare per il presidente. Mi è sembrata una storia intrigante, considerando di che tipo di artista scomodo e difficile si trattasse.

In molti indicano "If I could only remember by name" di David Crosby e "Ocean Pacific blue" di Dennis Wilson come i più immediati punti di riferimento sonori di "Fanfare". Sei d'accordo?

Alcune delle scelte stilistiche possono indubbiamente ricordare il disco di Crosby, a cui mi sono ispirato anche per il modo in cui venne registrato: accogliendo tutti quegli amici musicisti che si trovavano a passare di là, da Jerry Garcia a Grace Slick e Paul Kantner. Quanto all'album di Dennis, effettivamente l'ho ascoltato a ripetizione per entrare in sintonia con quel tipo di produzione magniloquente, con quei mastodontici suoni di batteria. Los Angeles è una città che ti permette di sperimentare: basta prendere in mano il telefono perché arrivi qualcuno e succedano delle cose. Credo che anche a Dennis accadde qualcosa di simile.

Cosa rispondi a chi ti accusa di essere un "retromaniaco"?

Sono abituato a sentirmi confrontare con il passato e lo capisco, soprattutto se il termine di paragone è ciò che si sente nelle Top Ten e nelle classifiche. Da quando ero un adolescente e facevo sogni rock'n'roll i miei modelli non sono cambiati. Sono ancora interessato agli strumenti che si suonano con le mani, piuttosto che alle macchine. Al contesto di un gruppo, di un quintetto rock. E' quella la musica che mi piace, anche se apprezzo una band come i Can che incorporava suoni sintetici senza però creare musica per mezzo di un software. Se questo mio atteggiamento viene giudicato rétro, ok, va bene lo stesso. Lo capisco, oggi le chitarre sembrano essere diventate una rarità.

Il break strumentale di "Lovestrong" ricorda molto la sezione centrale di "Echoes" dei Pink Floyd. Una citazione voluta?

Non proprio, anche se ammetto che i Pink Floyd mi hanno molto influenzato. Amo quella band e le sue sonorità. Rendergli omaggio mi sembrava una buona idea.

L'assolo di chitarra di "Dear friend", invece, suona molto acido, nello stile di Jerry Garcia. Forse perché negli ultimi mesi hai suonato spesso dal vivo con un altro ex Grateful Dead, Bob Weir?

Passare tanto tempo accanto a Bob indubbiamente mi ha aiutato molto. Suonare con lui mi ha aiutato a sviluppare il mio stile chitarristico. Le jam e le canzoni che abbiamo suonato insieme mi hanno spinto a ricercare certi suoni e certi effetti tipici di Jerry. Ho cercato effettivamente di evocare quello spirito, perché Garcia rimane tra i miei musicisti preferiti per la sua profondità e assoluta musicalità. Dopo aver suonato così tanto con Bob mi sono sentito pronto a farlo.

Che senso ha oggi, per te, la parola psichedelia?

Un trip psichedelico ha molto in comune con lo stato mentale di trance che si raggiunge quando si esegue un brano musicale. Dunque quel termine, per me, ha ancora un significato.

I tuoi gusti musicali sono molto vasti. In una recente intervista hai menzionato tra i tuoi eroi musicali gente come Bill Fay e Milton Nascimento. Un indizio di possibili collaborazioni future?

Magari, sarebbe bellissimo. Non ho ancora avuto occasione di conoscere Bill, ma l'album che ha registrato di recente qui in Inghilterra è fantastico. Quanto a Milton, sarei estasiato solo a vederlo esibirsi dal vivo. Lo adoro, e ascolto continuamente i suoi dischi.

Sei altrettanto imprevedibile nella scelta delle cover: per "Fanfare" hai scelto "Fazon" dei Sopwith Camel, un gruppo della scena psichedelica anni '60 di San Francisco...

E' stato il mio amico Andy dei Vetiver a farmi conoscere l'album che conteneva quella canzone. E' un pezzo un po' fuori di testa, mi è piaciuto e ho deciso di provare a inciderlo per divertimento. Sia quest'album che "Gentle spirit" contengono una cover e ho deciso che farò lo stesso anche in futuro. Voglio che diventi per me una specie di divertente consuetudine.

Come hai conosciuto e deciso di produrre Roy Harper? Ho letto che vi siete incontrati a Londra dopo un tuo concerto.

Sì. Essendo un fan di lunga data, stavo preparando un album tributo con amici come Father John Misty, Bonnie "Prince" Billy, i Dawes, Chris (Robinson) dei Black Crowes e tanti altri artisti che interpretano le sue canzoni. Prima o poi uscirà...In qualche modo lui è venuto a saperlo e quello è il motivo per cui venne al mio concerto. Ci siamo incontrati e siamo diventati subito amici. Avrebbe anche potuto andare diversamente, ma Roy è un tipo straordinario e anche divertente.

Nel suo disco, "Man and myth", la tua influenza di produttore è molto discreta.

Doveva essere così, perché in ultima analisi era lui a prendere tutte le decisioni sulle canzoni e tutto il resto. E' stata una collaborazione e ora Roy non vede l'ora di tornare in studio, dal momento che non registrava nulla dal 2000.

Ha anche scritto il testo di una delle canzoni di "Fanfare".

Sì, ha contribuito a due canzoni e "New Mexico" è tutta farina del suo sacco. Credo sia stata la prima volta che si è messo a scrivere per qualcun altro.

Ci sono i presupposti per un rapporto artistico duraturo?

Sicuramente sì!

Cosa hai imparato, standogli vicino in studio e sul palco?

Ho avuto modo di apprezzare la sua audacia e la sua capacità di farsi trasportare dalla musica. In ogni sua performance è come se trovasse un equilibrio cosmico. Prima di salire sul palco si siede a studiare con attenzione la scaletta spiegandoti il significato e il fine di ogni singola canzone. Con ognuna di esse entra in intima connessione. E può andare avanti per diverse ore, prima di mettersi a cantare in pubblico. Anche a solo ascoltarlo parlare c'è molto da imparare. Non c'è dubbio che sia uno dei più grandi poeti viventi.

Avendo registrato e pubblicato un disco complesso come "Fanfare" cosa pensi di fare in futuro? Pensi di poterti spingere ancora più in là o di dover tornare a un approccio più essenziale?

Non ho ancora pensato a quale potrà essere la mia prossima mossa. Ma non credo che prenderò una svolta stilistica così drastica da incidere, per dire, un disco di musica elettronica. Può essere allettante, soprattutto se quel che ti interessa è lustrare le unghie agli dei del pop. Ma io sto seguendo da tempo un altro sentiero e sicuramente continuerò su quella linea.

(Alfredo Marziano)

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