Il 'Duca', Whitney e Ornella Muti: Sananda Maitreya spiega il suo nuovo disco

Il 'Duca', Whitney e Ornella Muti: Sananda Maitreya spiega il suo nuovo disco

Non cercatelo sul dizionario, il termine Zooathalon. Non lo trovereste: è un copyright, un marchio registrato, un'invenzione di Sananda Maitreya, il cinquantunenne newyorkese precedentemente noto come Terence Trent D'Arby che a partire dal 2001 s'è reinventato una nuova vita artistica fuori da quel music business che lo aveva reso una pop star ma da cui si sentiva incatenato. E' la parola, il concetto che rappresenta il suo sistema di pensiero e la sua visione del mondo, esposto nell'arco delle venti tracce e dei settantacinque minuti di "Return to Zooathalon", l'album uscito nei negozi lo scorso 1° marzo per l'etichetta autogestita Treehouse Publishing (accanto a "RTZ-Instrumentals", suo alter ego strumentale), che Sananda presenterà dal vivo in Italia l'11 maggio a Milano (Piano City@ Piano Center) e il 2 giugno a Verona (Mompracem Festival: un lungo, colorato, visionario viaggio in quello che l'artista ama chiamare "post millennium rock", un melting pot di musica pop, rock, blues, soul, funk, jazz e di altri saporiti ingredienti che è diventato la sua inconfondibile lingua musicale.





"Mi è sempre interessato andare oltre i confini che l'industria cerca di importi in base al tuo aspetto e alla percezione che ha di te", spiega a Rockol il poliedrico artista, che arricchisce costantemente il suo sito Internet di scritti, pensieri, poesie e foto (una anche con il suo mito, Mohammed Ali).  "Ho sempre voluto uscire dal ghetto delle categorizzazioni musicali, eludere le aspettative, tornare in uno spazio in cui poter esprimere ciò che la natura mi ha donato smettendola con i giochi e i compromessi che distraggono la musica dalla sua energia, dalla sua passione". Di qui la produzione copiosa - dischi di studio e live - di questi ultimi anni, che in "Return to Zooathalon" prende la forma di una sfida ambiziosa, considerata la ricchezza sfaccettata del progetto e l'abitudine ad ascolti sempre più frettolosi. "Che il pubblico ascolti una canzone o venti è una sua scelta con cui io non posso interferire. Quel che posso fare, però, è presentare un universo artistico più ampio e lasciare a ciascuno la decisione sul come assimilarlo. So che la gente ascolta più di una canzone per volta quando trova una ragione per farlo. Il problema esiste, ma non è stato creato dagli artisti: è stato creato dall'industria e dalla sua incapacità di comprendere come promuovere la musica e i musicisti".

Nel complesso universo musicale di "Return to Zooathalon" c'è davvero posto per tutto, da Duke Ellington (attraverso una citazione dello standard "It don't mean a thing") a Whitney Houston (nello strumentale che chiude il disco). "L'idea di creare qualcosa di nuovo con cui il cervello umano possa relazionarsi è una pura illusione", sostiene Sananda. "Ogni cosa nasce dalle ceneri di qualcosa che c'è stato in precedenza. Puoi chiamarlo country o rhythm&blues, io lo chiamo post millennium rock ma alla fine è sempre folk music: e la folk music ricrea sempre se stessa sulla base di ciò che è stato e si è sedimentato nel tempo. La musica migliore è sempre il frutto di una collaborazione tra il passato, il presente e ciò che un compositore immagina del futuro. E quel che il post millenium rock mi permette di fare è di tenere le distanze dalle categorie precostituite. Di comprendere che tutta la musica popolare, in fin dei conti, è essenzialmente una reinvenzione della musica folk che in ogni tempo è parte integrante della storia e della cultura dell'umanità".

Nulla si crea e nulla si distrugge, insomma. E' il cerchio della vita che sta alla base della visione di Zooathalon: "Che per me", spiega Sananda, "rappresenta Babilonia, lo Zodiaco, il linguaggio universale delle emozioni. Gli archetipi dell'essere umano, la nostra parata quotidiana così simile a un circo. Zooathalon è al tempo stesso il sublime e l'assurdo, un'esperienza allucinatoria ma anche reale. Come in un film di Jean Cocteau. E' una visione che ho sviluppato nel tempo, e che ho maturato durante la promozione del progetto discografico precedente, 'Sphinx'. L'idea di base è che ognuno di noi è artefice e creatore del proprio mondo. Uno dei problemi principali che dobbiamo affrontare come esseri umani sta nel capire quanta parte di questa visione del mondo va condivisa con i nostri simili, e quanta va invece coltivata nel nostro intimo per tramutarla in realtà. L'esistenza umana consiste in un compromesso tra ciò che gli altri si aspettano da noi in quanto membri di una comunità e ciò che desideriamo fare. Molti di noi non riescono a superare questo conflitto ma se si è capaci di utillizzare questa frizione come una fonte di energia si finisce per comprendere che ogni individuo, come un bambino che esce dal ventre della madre, a un certo punto deve alzarsi in piedi e cominciare a camminare per proprio conto: ogni forma di comunità, nel passato e nel presente come nel futuro, si fonda sul principio della realizzazione della volontà individuale, che a sua volta si manifesta poi in volontà collettiva".

E' forse la assoluta peculiarità di questa visione a spingere Sananda ad agire in studio come uno one man band che prende tutte le decisioni e suona tutti gli strumenti? "Certo, meno gente coinvolgi nelle tue azioni maggiore è il controllo che puoi esercitare. Quando vivevo a Los Angeles era normale stare a contatto con i musicisti e con il music business. Ma poi, quando sono tornato a vivere in Europa, sono subentrate anche considerazioni economiche: è più facile investire soldi nella tua musica se non li devi spendere per ingaggiare altri musicisti. C'entra anche la consapevolezza che quando la Natura ti ha dato un dono non c'è motivo di non metterlo a frutto fino in fondo. Così facendo eviti di delegare ad altre persone, per quanto umanamente possibile, le decisioni importanti della tua vita. E' il modo migliore di fare ciò che è giusto per sé e per raggiungere la pace interiore. Mettere questa abilità, questa energia, questa capacità di espressione nelle mani di qualcun altro è ciò che ha ucciso artisticamente tanti miei colleghi rubandogli anima e spirito. Per me non si tratta solo di pronunciare una dichiarazione di indipendenza. Faccio musica da una vita e non c'è scusa plausibile per non fare le cose che ho imparato a fare mettendole a disposizione degli altri".

Nel background dell'artista, e anche in "Return to Zooathalon" c'è molta Italia: c'è Milano, la città in cui Sananda abita con la moglie italiana e registra i suoi dischi, e persino una canzone ispirata a Ornella Muti ("Ornella or nothing"). "Anche il richiamo a personaggi reali è funzionale al linguaggio simbolico di Zooathalon", spiega. "Ornella ne è l'esempio perfetto. Ricordo che quando prestavo servizio militare in Germania per le forze armate statunitensi, nei weekend andavo al cinema a Francoforte. Ero attirato dalle locandine dei film di Adriano Celentano, che trovavo molto divertenti, ancora prima di sapere chi fosse e di diventare un suo grande fan. Nei primi due film che andai a vedere la protagonista femminile era proprio la Muti, e come molti giovani maschi consapevoli di allora me ne innamorai. Quella canzone, oltre che un saluto alla mia musa giovanile e all'influenza che lei ha esercitato sullla mia immaginazione e sul mio mondo emotivo, rappresenta un omaggio a un'epoca d'oro in cui cominciavo a vedere il mondo attraverso occhi nuovi e a sperimentare nuove esperienze. E' la presa di coscienza che non potrà mai più essere così giovane e innocente". E Milano? "Per me è una città davvero speciale. Sono nato a New York, ho vissuto a Londra, a Los Angeles, a Monaco, per qualche tempo anche a Parigi. Ma Milano mi piace ancora di più perché ha l'atmosfera di una metropoli e di una piccola città di provincia nello stesso tempo. Non è troppo grande né troppo piccola, è un crocevia di storia e di cultura. Vi si percepisce l'influenza di secoli di grande tradizione musicale e di personalità geniali come Leonardo da Vinci. E' una città in cui puoi andartene in giro senza farti fagocitare, una città internazionale che mantiene una sua identità culturale, con un'ottima qualità della vita". Lì Sananda ha ritrovato una nuova identità. Ma cosa rimane del suo vecchio io? "La musica è il collante tra vite differenti. Da piccolo venivo considerato una specie di bambino prodigio, avevo già un'esperienza musicale forse maturata in un'altra vita e in un'altra epoca. E per strano che possa sembrare sono un grandissimo fan dell'artista che sono stato in passato. E' come se condividessimo un appartamento, un edificio che non è stato raso al suolo ma che a un certo punto ha accolto un altro inquilino. Accade a tutti, nella vita: quando fai un figlio o affronti un divorzio diventi una persona diversa da quella che eri, che tu decida o no di cambiare nome. Nell'arco di una stessa esistenza si finisce spesso per essere molte persone diverse. Si passa attraverso numerose trasformazioni, si va a dormire una notte e e il giorno dopo ci si risveglia diversi. E' una cosa che puoi cercare di combattere, facendoti prescrivere delle pillole da un medico. Oppure puoi accettare il cambiamento. Salire a bordo dell' imbarcazione e vedere dove ti porta il fiume".

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