'Hendrix 70. Live at Woodstock': il concerto, il film

'Hendrix 70. Live at Woodstock': il concerto, il film

Quando Jimi Hendrix sale sul palco di Woodstock è la mattina di lunedì, 18 agosto 1969 (tra le otto e mezzo e le nove, secondo le diverse cronache dell'epoca): il megaraduno che avrebbe dovuto chiudersi entro la fine del weekend, causa anche un violento nubifragio occorso nella giornata di domenica, ha sforato abbondantemente la scaletta e  del mezzo milione di persone che si era radunato sul grande prato di White Lake restano ad assistere all'esibizione del chitarrista di Seattle solo alcune decine di migliaia di spettatori, gli irriducibili provati dal tour de force e circondati da quella che è si è trasformata in una immensa discarica a cielo aperto.

Hendrix, che in tre anni ha pubblicato altrettanti dischi epocali ("Are you experienced", "Axis: bold as love" e il doppio "Electric ladyland"), arriva al festival insonne da tre giorni ma sull'onda di una fama planetaria. Che sia una delle massime attrazioni in cartellone è confermato dal fatto che pretende e ottiene di essere lui a chiudere il programma incassando un ingaggio superiore a chiunque altro: diciottomila dollari, più dodicimila per concedere i diritti di filmare la performance. Anche se il presentatore e "mago delle luci" Chip Monck introduce la band sul palco come "Jimi Hendrix Experience", in realtà il gruppo che si esibisce a Woodstock, battezzato Gypsy Sun & Rainbows, è un sestetto allestito poche settimane prima, poco rodato e destinato a sciogliersi dopo quell'unico concerto: accanto al leader e ai fedeli Mitch Mitchell (batteria) e Billy Cox (basso) ci sono nell'occasione un chitarrista ritmico (Larry Lee) e due suonatori di conga, Jerry Velez e Juma Sultan.

La performance è un mix di vecchio e nuovo, di rivisitazione dei classici e di audaci momenti di sperimentazione e improvvisazione: tra l'apertura di "Message to love" e le note finali di "Hey Joe" trovano posto "Spanish Castle Magic", "Red house", "Lover man", "Foxy lady", "Jam back at the house", "Izabella", "Fire", "Voodoo child (Slight return)", "Purple haze", "Villanova junction" e "Star spangled banner", l'inno ufficiale (dal 1931) degli Stati Uniti d'America stravolto dai feedback e che da più di un anno è entrato stabilmente in repertorio. Diventerà il simbolo della performance e del festival nonché un'immagine iconica degli anni Sessanta: scioccante come un fotoreportage di guerra, con i suoi sibili e i suoi fischi che evocano i bombardamenti e i sanguinosi scontri in corso in Vietnam getta un'ombra sinistra sulla Woodstock Nation, tracciando un epilogo enigmatico e minaccioso ai "tre giorni di pace e musica" anche se Hendrix stesso non darà mai adito a quell'interpretazione così apertamente "politica". "Siamo tutti americani...era come dire, vai America!", spiegherà qualche settimana dopo in una conferenza stampa. "Lo suoniamo in funzione dell'aria che tira in America oggi. E quell'aria, vedete, è leggermente statica".

Per molti anni, al di là del materiale pubblicato nel film documentario di Michael Wadleigh, nei due album ufficiali sul festival e su bootleg di discutibile qualità, quella performance resterà avvolta nel mito e in un parziale mistero. Dopo la versione pubblicata in doppio dvd nel 2005, la nuova edizione cinematografica diretta da Bob Smeaton con audio surround 5.1 curato da Eddie Kramer (sound engineer a Woodstock e per anni braccio destro di Hendrix in studio) e immagini attinte all'archivio in pellicola 16mm del regista Wadleigh mette finalmente le cose a posto, documentando con la massima fedeltà possibile le due ore di show e arricchendolo con materiale inedito e interviste ai protagonisti d'epoca (Mitchell, Cox, Lee, Kramer, l'organizzatore del festival Michael Lang).


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Il film arriva nei cinematografi italiani, per un giorno soltanto, il 27 novembre; qui l'elenco completo delle sale del circuito Nexo Digital che lo proietteranno.

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