L’addio a Bruno Martino, inventore del jazz napoletano

L’addio a Bruno Martino, inventore del jazz napoletano
Come già riportato da Rockol (vedi News) si è spento ieri a Roma, all’età di 75 anni, Bruno Martino che oggi viene ricordato nelle pagine dei principali quotidiani.
Su "Repubblica" è Gino Castaldo a ripercorrere le tappe della carriera artistica di Martino: "Solo il tempo ha dato a Bruno Martino quello che meritava, ovvero la giusta considerazione di essere stato un bravissimo autore, uno dei migliori, uno squisito artigiano allevato alla scuola del jazz italiano del dopoguerra e poi raffinato nell'ambiente dei locali notturni che allietarono l'Italia del boom economico. Era l'Italia che scopriva il divertimento d'élite, cosmopolita e malizioso, dei night club, una scuola misconosciuta e preziosa dalla quale emersero molti protagonisti della canzone come Fred Bongusto, Marino Marini, Umberto Bindi. Fra tutti questi, Bruno Martino era il più discreto, una voce di velluto soffiata su eleganti note di pianoforte, e perché tutti si rendessero conto del suo valore, visto che i profeti in patria non sono mai capiti, c'è voluto João Gilberto, sofisticato guru della musica brasiliana, il quale un bel giorno di molti anni fa incise, in italiano, una versione capolavoro di 'Estate'. Il pezzo, da quel momento, ha fatto il giro del mondo, è stato amato e apprezzato dai jazzisti che l'hanno incluso nel loro repertorio di standard, al pari dei classici americani, e qualche volta l'hanno anche incisa, come fece, splendidamente, il pianista francese Michel Petrucciani". Affiancato all’articolo di Castaldo, un ricordo di Martino firmato da Fred Bongusto che dell’amico scrive: "Era un uomo schivo, un timidone, era romano, umorale, quando non te l'aspettavi trasmetteva i suoi sentimenti, e quando te lo saresti aspettato no".
"Il Giorno" dedica a Bruno Martino un intero paginone, con un articolo di Umberto Cecchi che, commosso, ricorda la stagione che la musica di Bruno Martino ha fissato per sempre, quella delle "lunghe estati degli anni Sessanta" che "hanno caratteristiche loro. Irripetibili. C’era, è vero, il ‘sapore di mare, sapore di sale’ (...) ma c’erano anche le lunghe giornate sulle spiagge che cominciavano a risentire del primo benessere". Marco Mangiarotti firma invece un breve ritratto del musicista scomparso.
Sulla "Stampa" è Marinella Venegoni a firmare un ritratto di Bruno Martino: "Se n’è andato l’artista che in una canzoncina di trenta e più anni fa aveva prefigurato un Duemila non troppo lontano dalla realtà (...) Era solo una canzoncina, ‘Nel duemila’ (...) ma Bruno Martino non era solo un autore di canzoncine, anche se ne ha scritte un’altra manciata come questa, leggere e frizzanti e sempre impregnate di eleganza lieve (...) Bruno Martino era un uomo di gusto, sobrio ed elegante: ce lo raccontano ancora oggi i suoi brani più nobili, primo fra tutti ‘Estate’ (...) Era un repertorio slow venato di jazz e spesso di bossanova, tipicamente da night (...). Però in un’epoca che virava verso la volgarità, diventava difficile continuare ad affermare la sua legge dell’eleganza".
Scrive sul "Messaggero" Marco Molendini: "Intrattenitore senza velleità, l’epoca dei cantautori doveva ancora arrivare, e la canzone aveva l’unico scopo di divertire o, al massimo, di commuonvere, Bruno Martino però era un professionista solido, un buon pianista e un cantante dalla voce calda e comunicativa, anche se il suo debutto come vocalist avvenne assolutamente per caso (...). Riuscì a trasferire la passione ai due figli musicisti, e preferì nascondersi una volta tramontata la sua stagione (...) E siccome la memoria della musica è breve, molti non hanno avuto difficoltà a dimenticarlo".
Mario Luzzatto Fegiz sul "Corriere della Sera" decide invece di aprire il suo articolo ricordando una canzone tra le meno note di Martino: "’A.A.A. adorabile offresi, A.A.A. di carattere docile, basta che mi ami e già fin d'ora lo so... che A.A.A. adorarla saprò’. Questa canzone presentata in gara da Bruno Martino al Festival di Sanremo del 1961, fu considerata per anni da chi amava le nuove tendenze (rock e cantautori) il simbolo della futilità del genere melodico italiano. Il brano non ebbe successo e non è certamente il migliore di Martino che, se nei testi era lineare, nelle musiche aveva una certa eleganza che veniva dalla sua formazione jazzistica. Le sue partiture spesso aggiravano i rituali della canzone italiana come il giro armonico, il ritornello enfatico. Lo schema era aperto, complesso, non sempre orecchiabile, ma capace di creare atmosfere galeotte. ‘Non faccio in tempo a stancare la gente, le mie canzoni non vanno mai in classifica’, diceva. Però influenzò indubbiamente altri artisti come Franco Califano, Peppino Di Capri e Fred Bongusto, che è a tutt'oggi uno degli interpreti più fedeli del repertorio di Martino".
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