NEWS   |   dalla Stampa / 03/05/2000

Primo Maggio: il rock si dimentica (quasi) del debito

Primo Maggio: il rock si dimentica (quasi) del debito
Prevedibile presenza sui quotidiani di oggi della cronaca della manifestazione religioso-canora-terzomondista del Primo Maggio. Sorvolando sui problemi organizzativi emersi (ore di marcia, a quanto risulta, per raggiungere l’area attrezzata di Tor Vergata), sorvolando sulla guerra di cifre (alla messa del mattino erano 100.000 come sembravano o 210.000 come sostenuto dal Vaticano?) e sorvolando pure sulla guerra di audience Papa-Lou Reed (rivisitazione del secolare scontro sacro-profano vinto sul fronte dello share dal Papa), i commenti più prettamente musicali sottolineano le provocazioni del Velvet Underground (e di Noa con l’ombelico scoperto davanti al Papa) e il generale disinteresse dei cantanti partecipanti, specie gli italiani, per il tema dell’annullamento del debito dei paesi del Terzo Mondo, che doveva essere il cuore ideale della manifestazione. Con le eccezioni di Youssou N’ Dour (che come riporta “La Stampa” dal palco ha lanciato la frase: “L’Africa ha già pagato il suo debito”), degli Eurythmics (“Noi siamo qui per il debito, i ragazzi per il rock”) e di Lou Reed che ha risposto alle polemiche relative alla sua presenza rifacendosi proprio ai temi forti (Lavoro e Terzo Mondo) che hanno giustificato la sua presenza alla manifestazione di Roma.
Sulla “Repubblica” è Gino Castaldo a commentare la lunga maratona musicale: “Il concerto, di per sé, come tutte queste maratone, ha riservato momenti alterni. Lou Reed, svogliato quanto necessita al personaggio, si è tolto lo sfizio di cantare in una giornata inaugurata dal Pontefice, le due canzoni più ‘dirty’ di cui disponeva, ovvero quei due inni imperituri del periodo trans che sono ‘Sweet Jane’ e ‘Vicious’ (…) A onorare la serata al meglio delle loro possibilità sono stati gli Eurythmics, in una splendida performance acustica (…) Sono stati tra i pochi a dire almeno una frase relativa al senso della loro presenza. Come ha fatto Youssou N’ Dour, in assoluto la presenza più pertinente (…) Per gli altri sembrava un concerto qualsiasi, e anche nelle interviste da retropalco, gli italiani in particolare sembravano un poco spaesati (…) Ma la vera bufala l’organizzazione l’ha rifilata con i filmati che dovevano essere proiettati tra una performance e l’altra (…) si trattava semplicemente di un festival rock, per l’esattezza quello di Knebworth, scorporato a pillole, con pezzi qualsiasi che non avevano alcuna attinenza con la festa in atto”.
Sul “Corriere della Sera”, la cronaca della giornata è arricchita dal commento di Aldo Grasso che si concentra, ovviamente, sull’aspetto televisivo dell’evento (“Paradossalmente la tv che vive di grandi commistioni linguistiche non sopporta le commistioni ideologiche”) e da alcune dichiarazioni di Lou Reed, ieri in concerto a Milano: “‘Ho apprezzato molto questo allestimento pirotecnico organizzato da Dio’, Lou Reed ha replicato con ironia a chi voleva trascinarlo nelle polemiche per la sua partecipazione al concerto del Primo Maggio assorbito dal Giubileo dei lavoratori (..) ‘Io non sono né per la Chiesa né contro. In tanti sono attratti dall’energia del rock: è giusto che lo ami anche la Chiesa. Negli Usa ci sono tante band cristiane di musica rock, naturalmente fanno tutte schifo’”.
Su “Il Giorno/La Nazione/Il Resto del Carlino” è Marco Mangiarotti ha commentare l’evento musicale: “E’ stato l’anno degli italiani come Bluvertigo, Max Gazzè, Agricantus. Delle interpreti italiane e non, da Carmen Consoli a Irene Grandi e Giorgia. Alanis Morissette ha proposto un set acustico, gli Eurythmics versioni elettroacustiche e tecno, con la voce di Annie Lennox che scende nella pancia delle emozioni come non aveva fatto mai”. A margine, “L’opinione” sulla manifestazione di Massimo Fini che scrive: “Penso che la Festa del lavoro debba rimanere una festa dei lavoratori e non dei preti e nemmeno delle rockstar”.
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