Battiato a New York: le cronache dei giornali

Battiato a New York: le cronache dei giornali
Ampio spazio è dedicato dal quotidiano la Repubblica al concerto tenuto da Franco Battiato alla Town Hall di New York lo scorso 14 gennaio. In un articolo a firma Giacomo Pellicciotti si legge: « (…) Quando è apparso sulla scena del vetusto teatro sulla Quarantatreesima, seduto sull'immancabile tappeto orientale, il nostro musicista più mistico e ironico è parso molto prudente, come se volesse saggiare le reazioni di un pubblico che non conosceva e le qualità della sua voce aggredita dai violenti sbalzi climatici. Come a Taormina l'estate scorsa, Battiato ha dedicato tutta la prima parte alle canzoni preferite di altri autori come Fabrizio De André, Sergio Endrigo, Charles Aznavour, Charles Trenet e altri, ripetendo dal vivo il contenuto dell'album più recente “Fleur(s)”. Fino a “Ruby tuesday” dei Rolling Stones, i battiti di mano erano solo distaccati, perfino tiepidi. Poi qualcosa è scattato con l'appassionata interpretazione de “La chanson des vieux amants” di Jacques Brel e, da allora, il clima in sala è andato aumentando fino alla frastornante gioia collettiva dei bis. Soprattutto il secondo tempo è stato un continuo susseguirsi di sorprese e applausi a scena aperta. Ha cominciato il filosofo-entertainer Manlio Sgalambro che, non contento delle sue poesie declamate come un vaticinante Omero di Sicilia, ha azzardato una versione de “La mer” di Trenet cantando come un nostalgico chansonnier d'altri tempi. E ora, rinfrancato dall'accoglienza alla Town Hall, minaccia perfino di esibirsi come trombettista. Quando Battiato ha ripreso in mano i successi di ieri e di oggi dal suo repertorio più ammaliante, la gente è cresciuta con lui. “E ti vengo a cercare”, la nuova versione di “Oceano di silenzio” con un sublime cameo vocale del sopranista Simone Bartolini, “La cura”, “L'era del cinghiale bianco” sommersa da un entusiasmo popolare quasi delirante, “Summer on a solitary beach” e l'ubriacante finale di Centro di gravità permanente sono stati i picchi più vertiginosi di un trionfo che nessuno poteva prevedere così corale. Alla fine una folla di amici, parenti acquisiti o reali, compagni di scuola forse immaginari e ammiratori di tutte le età si è accalcata nel retropalco. Battiato felice ha dato retta con molta pazienza un po' a tutti, ma di fronte all'ennesimo mazzo di fiori, non ha potuto trattenere uno scherzoso "scusatemi, ma mi sento un po' Carla Fracci". Tra i tifosi più scatenati c'erano anche gli innamoratissimi Claudia Pandolfi e Andrea Pezzi, da Capodannno in vacanza a New York. La più cauta nei giudizi era lei, forse intimidita dalla novità dell'ambiente musicale: "Battiato lo sto scoprendo solo ora, ma l'ho sempre conosciuto, anche se mai approfondito. Era la prima volta che lo sentivo dal vivo e sono emozionata, anche perché ho potuto seguire finalmente parola per parola i suoi testi magnifici. Appena torno, devo comprami i suoi dischi". Più estroverso, entusiasta e autentico fan Andrea Pezzi, che si dilungava in lodi sperticate per l'amico Franco: "Secondo me è un genio per quello che si vede e non si vede di lui, per quel suo fantastico distacco che senti. La sua ricerca esistenziale non la trovi in nessun altro cantautore o musicista italiano. Penso sia il più grande, insieme a De André e Lucio Battisti. Mi divido volentieri e in maniera complementare tra il Battiato che conosco personalmente e il Battiato artista. Sono esaltato da entrambi. Un paio di anni fa ero solo in macchina e sono rimasto folgorato dalle parole di “Oceano di silenzio". E' cominciato così il mio debito di riconoscenza per Franco e ancora non so come dirgli grazie". Il Battiato americano è anche su il Giorno, in un resoconto del concerto firmato da Giampaolo Pioli: «(…) Il cantautore-poeta è quasi in meditazione davanti al suo microfono. Non si scompone mai. Sembra un menestrello asettico, ma contagia in silenzio. Riempie il buio di gesti , «accarezza» gli accordi dei violini e del piano come se fossero corpi. Usa le dita e le braccia per disegnare nel vuoto religiose e armoniche magie. La gente si tuffa nell'intimità morbida. Ciascuno col proprio viaggio vuol cercare il profumo stimolante della lunga ballata d'amore. Battiato non dà lezioni, non indica punti fissi, può solo far da stimolo con orchestra e voce. E' un pifferaio astuto e il suo «aggancio» minimalista funziona. Il pubblico si fa portare, chiede vecchie canzoni, vuole un sogno più lungo. Due ore di spettacolo e due schegge di parole. Quelle sulla magia sicula che legge Manlio Sgalambro e quelle de «La mer» che lo stesso Sgalambro recita insinuandosi tra le note. Tutto il resto è Battiato-Battiato da «La cura» a «Medievale» da «Invito al viaggio»ai bis, gli unici che lo costringono ad alzarsi in piedi per ballare idealmente con tutti. E' stato un successo pieno. Un piccolo trionfo. Il test ha funzionato. Il mercato però è altra cosa. Ma il «professore in nero» con le suole di gomma, è contento così. L'America è solo un posto. Voleva essere un concerto minimo. E' stato un concerto magico.» Il Corriere della Sera riporta in una breve alcune dichiarazioni di Battiato relative al concerto: «”E' stato come essere a casa - ha commentato l'artista alla fine del concerto -. Sono proprio contento, con il pubblico ci siamo sentiti e capiti”. “Sì, il pubblico partecipava, invitava, sembrava conoscere anche le canzoni più recenti”, ha aggiunto il filosofo coautore di Battiato, Manlio Sgalambro, che ha affascinato con la sua “Teoria della Sicilia”. Battiato tornerà probabilmente l'anno prossimo. “Lo ha chiesto il pubblico”, ha detto il console Giorgio Radicati».
Dall'archivio di Rockol - La storia di "Fetus" di Franco Battiato
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