Mentre su tutte le radio debutta il nuovo singolo 'The everlasting', Nicky Wire ci racconta idee e obiettivi del gruppo del momento.

Nicky Wire è la "mente" dei Manic Street Preachers. Il bassista è infatti il responsabile dei testi del gruppo - che contribuiscono in modo robusto alla stima di cui gode la band gallese presso critica e pubblico. Wire, alto, sorridente e molto gentile, non sembra lo stesso Folle Predicatore da Strada dei primi album del gruppo. E non sembra nemmeno "triste" come ritengono le radio americane. Cerchiamo di farci spiegare come stanno le cose...

Non credi che sia un po' sorprendente vedere come molte riviste specializzate vi hanno presentati come "il gruppo che parla di politica"... Una volta era naturale che il rock parlasse di certe cose. Cosa è successo?
«Non so, credo che a partire da Stones e Who fino a Clash, Pistols e Jam la gente abbia sempre scritto della realtà in cui viveva. Da dieci anni a questa parte, il massimo che le rockstar riescono a fare per sentirsi in contatto con i ragazzi è scrivere di droga, il che è facilitato dal fatto che le droghe riempiono le esistenze dei musicisti. I giovani dell'Europa occidentale sono più interessati al calcio che non alla politica. Intendiamoci, anch'io sono un grande appassionato di calcio. Non capisco però perché i ragazzi fatichino ad interessarsi anche di una cosa che li riguarda maggiormente».

Evidentemente non vogliono pensarci.
«Probabilmente sono stati convinti che non possono fare nulla per mutare la situazione. Così vogliono dimenticare tutto bevendo o drogandosi. In Francia, una nazione di grande tradizione culturale, un fascista come Le Pen prende il 20 per cento dei voti e nessuno dice niente».

Pensi che sia una fase transitoria oppure questo è già il futuro?
«A meno di qualche svolta drastica, penso che questo sia il futuro che ci attende. Sotto certi aspetti, però, ci potrebbero essere miglioramenti. Ad esempio, gli anni '90 non sono stati male dal punto di vista creativo, eppure sono venuti dopo gli anni '80, durante i quali la gente aveva in testa solo i soldi. Penso che la gente oggi sia felice con altre cose, mentre negli anni '80 la felicità sembrava poter provenire solo dall'atto di consumare. Non che la gente oggi non consumi, ma penso che lo faccia con meno fervore. Per quanto mi riguarda, appena finiamo l'intervista faccio un salto al negozio di Prada. Voglio dire, una volta che capito qui a Milano... »

Beh, se non altro ammetti le tue debolezze... Cosa è successo davvero con l'America?
«Abbiamo avuto dei problemi con la Sony americana; non ci è molto piaciuto come hanno promosso e distribuito il nostro album precedente, così abbiamo risolto il contratto con loro. Alla fine, problemi legali e di altra natura faranno sì che "This is my truth" verrà pubblicato solo a marzo».

Parlando dei problemi di "altra natura", è buffo che la band in testa alle classifiche inglesi si senta dire che il suo disco è "troppo triste per l'America".
«E' un giudizio legato al dominio assoluto che le radio hanno sulla discografia - e non sto parlando di mercato, perché le radio non riescono ancora a controllare il mercato, in caso contrario la Dave Matthews Band non potrebbe andare in testa alle charts».

Ma le radio Usa hanno lanciato R.E.M. e Pearl Jam, e non è stato molto tempo fa.
«Sì, ma... sai, con questo disco siamo stati primi in Scandinavia, Regno Unito, Spagna; ma in America... Boh, alla fine non mi interessa poi tanto. E' strano e basta».

Decisamente in questo periodo la musica americana e quella europea sono molto lontane.

«Esatto, loro sono inflazionati da questo r'n'b molto commerciale. In Europa invece anche la musica dance è influenzata da gente come Massive Attack o Chemical Brothers che fanno cose molto eccitanti. In America il rhythm'n'blues sta raggiungendo livelli qualitativi bassissimi. Canzoni che parlano d'amore e soldi. Le canzoni rock invece parlano di droga. I giorni dei Public Enemy sono lontani. Ogni tanto penso al fatto che i Clash sono il motivo per cui abbiamo fondato questo gruppo. Quando li abbiamo visti in televisione ci siamo detti: "Questo è quello che vogliamo fare nella vita". Oggi non c'è in giro nulla di simile. La gente è spinta alla musica solo per appagare il proprio narcisismo... o diventare ricchi, naturalmente».

In "This is my truth tell me yours" avete fatto ampio uso di tastiere ed archi.
«In questo disco volevamo esprimere un senso di pace e serenità, non volevamo il tipico sound da Manic Street Preachers. Il prossimo disco non sarà così. Ma in questo abbiamo cercato di trasmettere una certa atmosfera, e gli archi ci sono serviti a questo scopo».

Cosa stai ascoltando in questo periodo?
«Per questo tour promozionale ho portato con me un paio di dischi dei R.E.M. e il White Album dei Beatles, mentre James si è portato dietro un disco di Billy Bragg».

Siete stati collegati al brit-pop, che ora è...
«Morto».

Voi invece siete vivi e siete la band più apprezzata in Gran Bretagna. Cosa ti pare che stia nascendo dopo il brit-pop e il trip-hop?
«Alcune band sopravviveranno alla fine del brit-pop: ad esempio Oasis, Blur, Radiohead. I migliori sopravvivono».

In una scena che sembrerebbe dominata dalle Spice Girls e dalle boy-bands, voi e i Radiohead state vendendo moltissimo. Non ne sei un po' sorpreso?
«E' la prova che non bisogna mai sottovalutare il pubblico. La gente non vuole ascoltare solo stupide canzoni pop. Penso che sia incoraggiante».

Dicevi che il prossimo disco sarà diverso da questo. In che modo?
«Sarà più... piccolo, meno kolossal. Più rock».

E perché?
«Penso che sia il White Album, che mi sta ispirando. Mi piacerebbe fare 25 canzoni che riflettano velocemente tutto quello che ci passa per la testa».

Farete una canzone allegra per le radio americane?
«Ah, è una buona idea. Ma non è detto che a marzo, quando il disco uscirà da loro, qualcuno non ci dica che uno dei nostri pezzi è un potenziale hit».

Come descriveresti il tuo sodalizio artistico con James?
«Sicuramente è anomalo. Da quando avevamo 15 anni io ho scritto i testi e lui le musiche. Non è mai andata in modo diverso e ci conosciamo talmente bene... Credo che la conoscenza e la fiducia reciproca siano basilari, se no non funzionerebbe. Non so se c'è un paragone possibile, non mi pare succeda spesso che in una band il bassista scriva i testi e il cantante le musiche».

So che siete stanchi di rispondere a domande sull'argomento, ma una domanda su Richey James è inevitabile. Mi interessava sapere se vi dà più fastidio quando se ne parla come puro gossip oppure quando si enfatizza il lato romantico e maledetto, alla Nirvana, della sparizione di Richey?
«Naturalmente dipende dal tipo di stampa. Forse ho un po' più di comprensione per quelli che ci trovano un alone di leggenda. Dopo tutto, sono cresciuto leggendo di Brian Jones e di tanti altri rocker dalle vite affascinanti... Non posso negare che sia una storia molto interessante, anche se purtroppo parla di un mio amico. Voglio dire, nella storia del rock non è mai capitato che qualcuno sparisse da un giorno all'altro senza lasciare traccia».

In un'intervista di tanti anni fa, dicevi che le cose che ti interessavano di più erano la depressione e il suicidio. Da quando ci siamo incontrati mi hai parlato delle scarpe di Prada, della Lazio, del Milan e della Sampdoria ... Il tempo ti ha aiutato a vedere il lato "leggero" della vita?
«Sai, in quel periodo leggevo Kerouac e vedevo "Betty Blue"; e dicevo, "Wow"! Gente con qualche problema, nella quale un tipico giovane depresso del Galles non poteva non identificarsi. Comunque, anche Orwell e Camus amavano il calcio. E non erano gente frivola».

In ogni caso è più che evidente che hai molte passioni. Una di queste è la pittura, mi sembra.
«Ho studiato Storia dell'Arte, e amo molto Pollock. Poi è capitato che durante il nostro primo tour ci siamo trovati in Norvegia e abbiamo visto le opere di Munch. Sei mesi dopo, in Olanda, quelle di Van Gogh. Sono cose che ti ispirano, anche se non sei stato all'Università. A me hanno ispirato delle canzoni».

Cerchi di trasmettere qualcosa della tua passione per le arti visuali nei video?
«Ci proviamo, anche se è un campo molto complicato. Negli ultimi tre anni siamo più soddisfatti e ci divertiamo di più a farli. All'inizio, per nulla. "Design for life" è venuto come volevamo. Ritrae bene la classe lavoratrice da cui proveniamo».

Chi fa dei bei video, secondo te?
«Madonna. E i R.E.M. hanno fatto grandi cose. E anche i Prodigy».

In Italia e in altri paesi molta gente comincia a conoscervi adesso. C'è una generazione che non conosce la prima veste dei Manic Street Preachers. E' una cosa di cui tenete conto?
«Come band noi cambiamo spesso. Credo che ogni band debba cambiare, così come le persone cambiano. Certo, c'è chi riesce ad essere sempre uguale e di fatto ha sempre lo stesso pubblico. Ma i Clash sono passati da "White riot" a "Rock the casbah", una sorta di disco-music. Comunque non ci chiediamo mai chi sia il nostro pubblico: facciamo musica per noi stessi, alla gente piace e a noi fa molto piacere. Ma davvero lo facciamo per noi».

Ok. Grazie mille.
«Grazie a te. Ah, aspetta: chi pensi che vincerà il campionato italiano? »

La Juventus, temo.
«Oh, no. Il potere, sempre il potere... E Signori, dove gioca adesso?»

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