Cosa può fare una rockstar per non annoiarsi quando il suo gruppo si
concede un lungo periodo di pausa? Un album solista, ovviamente. Martin
Gore, motore creativo dei Depeche Mode, non sfugge a questa tradizione
consolidata e pubblica "Counterfeit2" mentre gli altri membri della band
sono presi da altre faccende (Dave Gahan, il cantante, è anch'egli in procinto di pubblicare un disco solista - presto l'intervista di Rockol). Nessuno scioglimento in vista, come ci spiega
Martin, solo una naturale tendenza a prendersi le cose con calma. In attesa
di qualcosa di nuovo dai Depeche Mode, gli affezionati possono curiosare fra
le cover scelte da Gore per il suo lavoro da solista. Una selezione che
rivela gusti piuttosto eclettici, spaziando da "Lover man" di Nick Cave a
"Stardust" di David Essex passando per John Lennon, i Velvet Underground e
Blind Willie Johnson: il comune denominatore non è stilistico ma emotivo.
C'è un legame fra le canzoni che hai scelto per il tuo album e certi periodi della tua vita? Non è difficile immaginarti da ragazzino mentre ascolti John Lennon, ma altre canzoni sembrano legate a un gusto più adulto.
Alcuni pezzi vanno indietro ai miei anni formativi, al periodo in cui ho cominciato ad appassionarmi alla musica. Ad esempio, "Stardust" è uno di questi. Risale al '73 o giù di lì, quando ero molto giovane e mi interessava il glam. David Essex non era esattamente un cantante glam ma era attivo in quel periodo ed era una specie di idolo da teenager, anche se soprattutto per le ragazze. Ma aveva anche qualche buona canzone. Qualche anno dopo, nel '76 o '77 ho cominciato a interessarmi ad altri musicisti, come Iggy Pop e Lou Reed, i Velvet Underground… Ma ci sono anche canzoni che non conoscevo fino all'anno scorso: stavo facendo acquisti su internet e mi è capitato di leggere qualcosa a proposito di Julee Cruise. Tutti la conoscono per "Twin peaks" e per l'album che è uscito subito dopo ma poi sembra essere sparita. Ho visto che c'erano altri dischi disponibili e, dato che mi piace, ho pensato che valesse la pena di conoscere anche i suoi lavori meno famosi. Così ho trovato "In my other world" che mi ha colpito per l'emozione, gli accordi, le parole… Ero in "umore da cover", una condizione che ti fa ascoltare musica in modo diverso. Ho subito pensato che sarebbe stata un'ottima canzone da rifare, così ho imparato gli accordi, l'ho studiata e poi ho cominciato a lavorarci in studio.
Qual è la qualità più importante per una buona canzone?
Per quanto mi riguarda, aspetti come la strumentazione o la produzione non sono affatto importanti. Quello che conta è il feeling generale della canzone, l'emozione che riesce a catturare. E' tutto lì. Quando scrivo, il mio obiettivo è sempre stato quello di fissare un'emozione di qualche tipo. Lo stesso vale per le canzoni che ho scelto per il mio album. Quando fai una cover, ovviamente ti deve piacere la canzone. Ma a me piacciono migliaia e migliaia di canzoni e quindi per decidere di rifarne una, deve avere una qualità speciale, deve davvero smuoverti qualcosa nel profondo.
Quando registri da solo ti senti più libero rispetto a quando lavori coi Depeche Mode, dato che sono un gruppo popolare e quindi sottoposti a una certa pressione?
Mi piace l'idea di pubblicare album di cover perché da ragazzo apprezzavo i dischi che Bryan Ferry pubblicava da solista, parallelamente alla sua attività coi Roxy Music. Sceglieva molti pezzi di altri e in questo modo faceva conoscere ai fans gli artisti che lo avevano ispirato. Questo mi ha aiutato a scoprire molta musica nuova: non conoscevo molte delle versioni originali dei brani che Bryan Ferry riprendeva, così andavo a cercarle. Mi piace l'idea di fare a mia volta qualcosa di simile. Ovviamente, qualche ammiratore conoscerà gli originali dei brani che ho ripreso, ma penso che molti non ne sappiano niente. Non credo che sia una buona idea registrare canzoni mie al di fuori dei Depeche Mode perché non sono un autore prolifico. Già adesso ci mettiamo tre o quattro anni per completare un album, se poi usassi undici o dodici pezzi per il mio disco solista, passerebbero probabilmente sei anni fra un disco e l'altro della band e gli altri non ne sarebbero molto contenti.
Probabilmente nemmeno i discografici.
Già (risata. Nel frattempo squilla fortissimo un telefono da un tavolo vicino). Questa deve essere la casa discografica che mi chiama: "cosa intendevi dire con sei anni?"
L'elettronica è l'elemento principale del tuo stile e ha lasciato un'impronta decisiva sulla musica di questi anni. Molti però sostengono che la strada più interessante da seguire è la combinazione fra tecnologia e strumenti tradizionali. Cosa ne pensi?
Come dicevo, non ascolto musica in questi termini. Penso che non sia importante la strumentazione, conta l'aspetto emotivo. Detto ciò, devo aggiungere che ho comprato un sacco di musica elettronica pura. Negli ultimi anni la scena underground elettronica ha prodotto molte cose interessanti, molto astratte e minimali. Non saprei indicarti dei grandi nomi del genere, è più una questione di cercare su internet per scovare qualcosa di interessante. A volte non hai la possibilità di ascoltare e ti devi basare su descrizioni per decidere se un disco ti può piacere. Se poi mi capita di trovare qualcosa dove ci sono anche delle chitarre, mi può andare bene lo stesso.
Hai mai preso delle fregature con questo metodo di ricerca?
Continuamente, dato che la musica elettronica si può descrivere in termini molto vaghi. Probabilmente sono troppo gentile se dico che il 25 per cento di quello che compro è veramente buono.
Sostieni di non essere una persona religiosa però nel tuo album ci sono brani con riferimenti di questo tipo e anche coi Depeche Mode hai usato spesso parole tipiche dell'immaginario religioso. Sei attratto dalla spiritualità o si tratta solo di parole che adattano alle tue necessità di autore?
Penso di essere sempre alla ricerca di qualcosa. Non mi sono mai dedicato a una religione, non riesco proprio a farlo. Semplicemente, sono capace di sentire l'emozione di un pezzo come "In my time of dyin'". Mi piace molto l'idea di questa fede al momento di morire, credere che Gesù ti apra la strada verso quello che c'è dopo. Ma sull'album c'è anche "Lost in the stars" che vede il rapporto con Dio in modo del tutto opposto e sono ugualmente capace di capire anche quella sensazione. Posso andare dall'estrema devozione all'ateismo.
Torniamo a "Stardust". David Essex era anche il protagonista del film omonimo, che raccontava la classica storia della scalata al successo di una rockstar e di tutti gli eccessi tipici del mondo del rock. Trovi una similitudine con quello che ti è capitato con i Depeche Mode?
C'è un evidente parallelismo ed è anche per questo che amo quella canzone. Mi piaceva comunque quando ero un ragazzino, ma il fatto che il testo sia perfetto per me la rende ancora più interessante.
Perché è così difficile essere una rockstar?
Quando diventi una star, finisci col non crescere mai. Resti fondamentalmente un ragazzino che ha qualsiasi possibilità aperta, per 24 ore al giorno. E' molto difficile tenere sotto controllo un potere di questo tipo.
Ma ormai il rock ha una storia piuttosto lunga, e anche l'età media del pubblico si è alzata.
Sì, ma credo che non ci siano artisti in circolazione che siano davvero cresciuti, neanche quelli che sono in giro da cinquant'anni. Jerry Lee Lewis è ancora vivo? Mi sembra di sì. Scommetto che la stessa età di quando ha cominciato (risata).
E tu pensi di essere cresciuto?
Mi sono sempre sentito un bambino nel cuore e per certi aspetti è positivo. Penso che sia bello restare in contatto con questa parte di sé. Ma non è qualcosa di cui sono pienamente cosciente.
Cosa c'è nel futuro dei Depeche Mode? Adesso siete in un evidente momento di pausa, visto che tu pubblichi un disco da solo e Dave Gahan si prepara a fare altrettanto.
Non è una coincidenza che io e Dave usciamo più o meno nello stesso momento. Io ho parlato per anni della mia intenzione di registrare un nuovo "Counterfeit". Quando ho saputo che Dave stava preparando un album da solo, ho subito pensato che avrei avuto il tempo libero necessario per mettere in pratica il mio proposito. Dopo che avremo finito gli impegni promozionali, io farò qualche concerto e Dave si imbarcherà in un tour più lungo. Verso la fine dell'anno torneremo a discutere di quello che faremo in futuro. Immagino che rientreremo in studio a metà del 2004.
Insomma, ve la prendete con calma.
Ce la prendiamo sempre con calma. Spesso ci chiedono come mai siamo durati tanto a lungo e forse è proprio perché facciamo tutto lentamente, aiuta a mantenere un migliore livello qualitativo. Inoltre, se pubblichi un album all'anno, probabilmente la gente si stuferà presto di te. Se lasci passare tre o quattro anni, il pubblico ha il tempo necessario per dimenticarti per un po' e poi avere voglia di sentire qualcosa di nuovo. Se avessimo pubblicato un album ogni anno, forse saremmo finiti intorno al 1990.
In una vecchia intervista avete dichiarato che i fans dei Depeche Mode sono particolarmente ossessivi. Come mai, secondo te?
Mi piace pensare che sia perché la musica li ispira. E' difficile pensare a un altro gruppo che susciti una tale devozione. A ogni nuova uscita, ci sono feste in tutto il mondo, per molta gente sembra essere uno stile di vita più che una semplice ammirazione. Non so perché accade, non riesco proprio a spiegarlo.
Ti sei mai comportato così con qualche idolo giovanile?
Ovviamente c'erano popstar che mi piacevano ma non mi è mai venuto in mente di cercare di mettermi in contatto con qualcuno di loro, o di aspettarli all'hotel dove alloggiavano. Non mi è piaciuto, nemmeno da giovane.
Che impressione ti fa conoscerli adesso che sei una star anche tu?
Mi innervosisco. Sono andato a un concerto di David Bowie - credo che fosse agosto dello scorso anno - e il mio addetto stampa aveva organizzato un breve incontro nel backstage. E' stata una cosa molto veloce, una conversazione brevissima perché lui era molto occupato. E' strano conoscere i tuoi idoli in questo modo. Molti anni fa mi è capitato di incontrare Iggy Pop. Stavo in un albergo a New York, sono salito sull'ascensore e c'era Iggy. Stavamo lì in piedi e mi chiedevo se dovessi dirgli qualcosa. Mentre decidevo cosa fare, l'ascensore si è fermato e lui è sceso (risata).
Un album che ti ha cambiato la vita?
Ce ne sono molti. Quelli che mi vengono subito in mente se devo pensarci velocemente sono l'album bianco dei Beatles e le Sun sessions di Elvis Presley.
E' difficile ritrovare l'Elvis del periodo Sun nella tua musica. Da dove arriva questa passione?
Il primo disco che mi ha colpito è il primo "Elvis golden records". Era di mia madre e da ragazzino lo ascoltavo in continuazione. C'è qualcosa in Elvis che esercita una fortissima attrazione, probabilmente è la voce. E' strano che tu non abbia citato niente di elettronico.
I Kraftwerk sono quelli che mi hanno spinto a comprare il mio primo sintetizzatore.
(Paolo Giovanazzi)