Poteva essere giusto una noticina a pie’ di pagina dell’enciclopedia rock, un disco di reunion degli Yardbirds 35 anni dopo l’ultima sortita di studio (il controverso “Little games”). Soprattutto perché della leggendaria formazione degli anni ruggenti non sopravvivono oggi che Jim McCarty e Chris Dreja, motore ritmico della vecchia line-up, rafforzati da transfughi di Dr. Feelgood e Nine Below Zero come Gypie Mayo (chitarra solista), Alan Glen (armonica) e John Idan (basso e voce solista). Come sta scritto sui libri di storia, Eric Clapton e Jimmy Page da lì spiccarono il volo, Jeff Beck cominciò a litigare con il suo enorme talento imbizzarrito, e Paul Samwell-Smith si inventò una carriera di produttore di successo: nessuno è mai tornato indietro. Quanto a Keith Relf, il biondo frontman di allora, lui non c’è più da molto tempo: stroncato nel maggio del 1976 da un beffardo incidente domestico (un elettroshock provocato dalle corde della sua chitarra elettrica). Poteva andare così: invece, dell’album di ritorno si parlerà e si sta già parlando, tra i fan, sui siti Internet e nelle riviste musicali. Non fosse altro che per rendere omaggio ai pionieri del beat-r&b-psichedelico della Swingin’ London si è radunato un dream team di assi della sei corde cresciuti, chi più chi meno, con quella dieta musicale: Brian May, Slash, Joe Satriani, Jeff “Skunk” Baxter, Steve Lukather e anche il vecchio Jeff (Beck). Più Steve Vai, che ha fatto di più, ingaggiando il gruppo nella sua etichetta discografica. McCarty, batterista e songwriter dei nuovi Yardbirds, ha buoni motivi per essere su di giri, come ci racconta al telefono dalla sua residenza britannica…Fa una certa impressione, rivedere il marchio Yardbirds stampato su un disco nuovo di zecca. Non succedeva dalla seconda metà degli anni ‘60…
E’ stata una sorpresa, vero? Il fatto è che la band, nella sua nuova incarnazione, esiste ormai da sei o sette anni e ci stavamo stufando di riproporre dal vivo sempre e soltanto i vecchi classici. Non ci teniamo a passare per una band rètro, soprattutto dal momento che avevamo un po’ di canzoni nuove a disposizione. Quando un amico comune ci ha messo in contatto con Steve Vai tutto si è messo improvvisamente in moto. Oltre ad essere un nostro grande fan, lui è proprietario di una casa discografica, la Favored Nations, e così ci siamo ritrovati di colpo con un nuovo contratto in mano: non potevamo chiedere davvero di meglio.
In studio vi ha raggiunto un vero e proprio battaglione di “axemen”, di virtuosi della chitarra. Come da migliori tradizioni della band.
Quando si è sparsa in giro la voce che volevamo ospitare qualcuno in studio per rifare le vecchie canzoni, hanno cominciato a fioccare le offerte. Brian May, per esempio, è un vecchio amico: è un po’ più giovane di me ma abbiamo frequentato la stessa scuola a Richmond, la Hampton Grammar School. Il brano che avevamo pensato per lui, “Mr. you’re a better man than I”, è risultato essere uno dei suoi preferiti. Qualcuno, come Johnny Rzeznik dei Goo Goo Dolls, è perfino riuscito a farci cambiare idea, rispetto alle nostre convinzioni iniziali. E’ lui che ha insistito per rifare “For your love”, mentre a noi sembrava di non poter aggiungere nulla alla versione originale. Ma con il suo entusiasmo e la forza della sua interpretazione ci ha dimostrato che aveva ragione lui.
Che cosa dicono di nuovo, queste rivisitazioni, rispetto agli originali degli anni ’60?
Il produttore Ken Allardyce, che ha lavorato proprio con i Goo Goo Dolls ma anche con i Weezer e i Green Day, ha fatto un ottimo lavoro. Abbiamo raggiunto un buon compromesso, credo, tra il nostro suono live e le possibilità offerte dalla tecnologia di oggi, mischiando vintage e moderno. Negli anni ’60 gli studi di registrazione, soprattutto in Inghilterra, offrivano davvero poco.
Avete provato a coinvolgere anche Eric Clapton e Jimmy Page nel progetto?
Sì, ad un certo punto ne abbiamo discusso, ma poi non se ne è più fatto niente: loro avevano già suonato sui pezzi originali, e la nostra idea era che gli ospiti intervenissero solo sul vecchio repertorio, lasciando alla nuova formazione le canzoni nuove. Jeff Beck è stato l’unico a fare eccezione: un paio di anni fa avevamo inciso qualche demo nel suo home studio, e il pezzo in cui suona lui, “My blind life”, arriva da quelle session.
Le altre canzoni inedite sono più recenti?
Qualcun’altra, come “Crying out for love”, risale più o meno allo stesso periodo. “Dream within a dream” è l’adattamento di un poema di Edgar Allan Poe: ho sempre pensato che i suoi scritti fossero in sintonia con l’atmosfera misteriosa e un po’ dark di certe nostre cose.
C’è anche una canzone dedicata alla memoria di Keith Relf. L’hai intitolata “un uomo originale”…
…Così era Keith: un uomo in anticipo sui tempi, di larghe vedute. Peccato non abbia mai potuto esprimere tutte le sue capacità, anche per problemi fisici: aveva un solo polmone, soffriva d’asma e nonostante questo cantava e suonava l’armonica. E’ morto così all’improvviso, per una scossa elettrica provocata dalla sua chitarra….Gli ho dedicato una canzone perché sono sicuro che sarebbe stato entusiasta di un progetto come questo.
L’idea delle potenzialità inespresse, delle occasioni mancate, sembra contraddistinguere un po’ tutta la carriera degli Yardbirds. Avevate le carte in regola per diventare famosi come Stones, Kinks e Who. E invece…
Beh, gli Stones avevano Mick Jagger, e questo fa la differenza. Per il resto, temo che sia stato un problema di scelta di tempo. Forse siamo arrivati troppo presto: negli anni ’60 il mercato discografico ruotava tutto intorno ai singoli di successo e non era facile muoversi per gruppi che, come noi, amavano sperimentare con le sonorità. Alla fine del decennio il successo dei Led Zeppelin ha ribaltato questa situazione aprendo improvvisamente un mercato per gli album. Fossimo arrivati nei ’70 avremmo trovato un pubblico più ampio disposto ad ascoltarci.
Cosa sopravvive degli Yardbirds di allora in quelli di oggi?
La stessa spontaneità e lo stesso entusiasmo per la musica suonata dal vivo. Molto si deve a Gypie Mayo, il nostro attuale chitarrista, che ha uno stile molto spontaneo e intuitivo: ricorda molto quello di Jeff Beck.
Qualcuno sostiene che la vostra eredità, oggi, sopravviva in gruppi come i White Stripes.
Sono d’accordo. Li ho visti suonare dal vivo l’anno scorso alla Royal Festival Hall di Londra insieme a Jeff Beck, e ho ritrovato in loro la stessa eccitazione dei nostri spettacoli dal vivo. E’ un buon momento, mi sembra, per tornare in pista, oggi che il rock and roll è di nuovo al centro della scena.
In passato il vostro vecchio catalogo è stato sfruttato senza ritegno. Siete riusciti a riprendere in mano la situazione?
Ci stiamo provando, ma non è facile. I diritti sulle nostre prime incisioni erano in mano al nostro primo manager, Giorgio Gomelsky, che poi li cedette alla Charly. Su quel materiale non abbiamo potere di decisione …
Intanto è appena uscita la ristampa di “Little games”, un album che ai tempi fu molto contestato dai fan e anche dalla critica. Che giudizio ne dai, in retrospettiva?
Io lo ritengo un buon disco, anche se considero gli Yardbirds di Jimmy Page inferiori a quelli con Beck alla solista. Il problema, ancora una volta, non era la consistenza dell’album in sé, ma i singoli che ne vennero estratti. Ci rivolgemmo a Mickie Most, che ai tempi era uno degli hit maker più considerati nell’ambiente, proprio per risolvere il problema. Ma purtroppo, dopo “Happenings ten years time ago” le sue scelte sui singoli da pubblicare – “Little games”, “Ha ha said the clown” - si rivelarono tutte sbagliate.
Chiudiamo con qualche ricordo delle vostre vecchie frequentazioni italiane: “Blow up” di Antonioni, il festival di Sanremo del ’66…
Con Antonioni lavorammo a Londra e fu un’esperienza piuttosto dura. Aveva voluto ricostruire in studio l’ambiente di uno dei club in cui suonavamo di regola, il Rikki Tik, e per girare una singola scena andammo avanti cinque giorni di fila, da mattina a sera. Noi avevamo preparato delle canzoni nuove per l’occasione, ma non gli piacevano. A lui sembrava interessare solo “Train kept a rollin’….Sanremo? Beh, quella sì che fu un’esperienza surreale! Ma anche divertente…Sul palco eravamo l’unico gruppo rock e nessuno, allora, portava capelli lunghi e indossava abiti come i nostri. Ci rendemmo subito conto che non c’entravamo nulla, con il resto. Cantammo, dal vivo, con Lucio Dalla e con Bobby Solo, che allora era molto famoso e aveva già vinto il festival più di una volta: credo che siamo stati noi a farglielo perdere, quell’anno...
(Alfredo Marziano)