Ancora prima della pubblicazione "Elephant" è uno degli album più
chiacchierati del 2003. Il successo del precedente "White blood cells" ha
fatto crescere intorno ai White Stripes un interesse perfino esagerato: Jack
White è ormai un nome importante della scena rock, regolarmente interpellato
su qualsiasi argomento e anche la naturale timidezza di Meg - che sorride
volentieri ma parla pochissimo - non ha mancato di ispirare profonde analisi
psico-culturali. Battage mediatico a parte, i White Stripes appaiono sicuri
di quello che stanno facendo ma senza arroganza. Forse non hanno ancora
deciso se da grandi vogliono fare davvero le superstar del rock. Meglio
così. Perché avete scelto il titolo "Elephant"?
Jack: Per molti motivi. L'elefante è un simbolo di molte caratteristiche: potenza, maestà, innocenza, goffaggine, rabbia... In America c'è una storia che ha come protagonisti due uomini ciechi che cercano di descrivere un elefante. Uno si trova di fronte all'animale, tiene la proboscide e dice che è come un idrante. L'altro è dietro, tiene la coda e sostiene che è un mucchio di peli. E' una storiella interessante, mostra come la stessa cosa possa essere vista in modo completamente diverso. Inoltre, ci colpisce l'emotività degli elefanti. Quando si imbattono nei resti di un loro simile morto, sono turbati e cercano di sotterrarli con le proboscidi. E' una cosa incomprensibile, un comportamento che non si vede in nessun'altra specie. Agli altri animali non importa nulla dei resti dei loro simili morti, alcuni addirittura li mangiano. Perché gli elefanti invece si comportano così? Nessuno riesce a spiegarlo. Potrei continuare per ore a parlare dell'argomento...
A proposito di emotività, avete dedicato l'album alla morte della tenerezza e anche su "White blood cells" c'era qualcosa sul tema, in "I'm finding it harder to be a gentleman".
Jack: E' completamente fuori moda nella cultura americana essere dolci. C'è questo bisogno di mostrarsi duri, le teenager devono farsi tatuaggi, piercing e dormire con gente diversa. L'idea prevalente è che va bene qualsiasi cosa tu senta giusta per te. Il che ha un lato positivo perché ha portato a un maggiore grado di uguaglianza fra i sessi e al rifiuto della censura.
Meg: Quello negativo è che nei media passa l'idea che devi fare qualsiasi esperienza, devi vedere e provare tutto. E l'innocenza non ha più nessun valore.
Jack: Ci sono un sacco di ragazzi bianchi dei sobborghi che vengono da famiglie agiate ma sono spinti a comportarsi da duri, come si suppone debbano fare i neri del ghetto. Alla fine, sembra intelligente comportarsi da stupidi, ostentare ignoranza. Prevale l'idea che non ci sia nessuna regola etica, sociale o religiosa, ma non credo che questa sia una condizione di libertà naturale. E' giusto che chiunque possa trovare un modo diverso di vivere e di pensare, se ha voglia di farlo. Ma l'assenza di regole non credo che funzioni e così pure l'idea di cancellare tutte le differenze. Le diversità fra uomini e donne vengono in qualche modo negate e lo stesso succede alle diverse culture locali.
Meg: Tutti guardano le stesse trasmissioni televisive dappertutto. Tutti vengono spinti a pensare allo stesso modo.
Jack: Il punto principale comunque è che essere sensibili non è più di moda, mentre io penso che abbia valore. Dà un carattere forte a quello che stai facendo. Ma nell'ambiente del rock 'n' roll accade l'opposto. Vedi i tuoi amici che si ritrovano nel giro del rock e si invischiano con le droghe, si mettono a fare regolarmente sesso con sconosciuti. E pensi che li hai conosciuti come persone molto dolci e sensibili che si comportavano in modo completamente diverso quando avevano un altro lavoro. Quindi finisci col chiederti se sia possibile continuare a essere gentiluomini anche nell'ambiente del rock 'n' roll.
Perché avete scelto di registrare agli studi Toe Rag di Londra?
Jack: Sono un luogo completamente estraneo alla tecnologia malefica, i computer, Pro-Tools e tutti questi aggeggi che odio. Penso che siano la cosa peggiore della musica pop di oggi. Vogliamo rendere popolare l'idea di allontanarsi da tutto questo. Quello che succede adesso è che canti una parte, scopri che hai stonato completamente e il tecnico ti dice: "Nessun problema, la sistemo subito" (Jack mima il tipico armeggiare col mouse di un computer). Lo stesso succede con la batteria se vai fuori tempo. Non è musica, è un modo per distruggere la creatività. Al Toe Rag invece non c'è niente del genere, solo un registratore a bobine a otto piste e ci piaceva l'idea di metterci dentro a quel limite. In generale, ci piace stabilire dei confini dentro cui muoverci, limitarci al suono di chitarra, batteria e voce, a tre elementi nella scrittura delle canzoni (melodia, storia e ritmo). Per "White blood cells" abbiamo lavorato con un ingegnere del suono che non conoscevamo e aveva la stessa attrezzatura dei Toe Rag ma aveva anche computer e grandi rack di effetti. Quando è stato necessario fare dei tagli, avrei voluto farli sul nastro e mi hanno subito detto: "Certo, possiamo farlo ma ci vuole un sacco di tempo. Col computer sistemiamo tutto in due secondi". Quindi ho dovuto mettermi a discutere, a spiegare che non volevo usare quel tipo di tecnologia. Mi hanno risposto che si poteva fare, ma lo studio costava 65 dollari all'ora e ci voleva tempo. Alla fine mi sono rassegnato e ho lasciato che usassero il computer. Ai Toe Rag il problema non si presenta nemmeno: i computer non ci sono e gli unici effetti disponibili sono compressore e riverbero, come si usava negli studi degli anni '60.
Di recente hai intervistato Arthur Lee dei Love per il New Musical Express (Jack e Meg si mettono subito a ridere). Lo hai incontrato personalmente?
Jack: No, ho mandato un foglio con le domande.
Buon per te, visto che non sembrava molto ben disposto.
Jack: Già, a suo dire ha inventato qualsiasi cosa: il punk, il rock 'n' roll e tutto il resto (risata).
Inoltre, avete suonato dal vivo con Jeff Beck. Che effetto vi fa venire in contatto con personaggi leggendari del rock degli anni '60? Immagino che siano più o meno degli idoli per voi.
Jack: Oh, sì. Idolatro gli Yardbirds e molti altri musicisti inglesi di quel periodo. Succedevano un sacco di cose interessanti che poi hanno portato a gruppi come i Cream e la Jimi Hendrix Experience. Con Jeff Beck abbiamo provato un paio d'ore e lui era gentilissimo. Ci ha detto di suonare quello che volevamo e mi sono trovato a decidere, ho dovuto dire a Jeff Beck cosa suonare. Abbiamo fatto "Psycho daisies", che è una delle mie canzoni preferite degli Yardbirds. Non riuscivo a crederci, volevo mettermi a piangere. Ho ascoltato un'infinità di volte quel pezzo ed ecco che io e Meg lo suoniamo insieme a Jeff Beck. E' stato un momento molto bello. La cosa più bella di Jeff è che gli interessa solo suonare, non bada molto al modo in cui viene presentato quello che fa. Che si tratti di un grande concerto o di un piccolo club, per lui va bene.
L'ultima volta che ci siamo incontrati mi hai detto che ti vergogni dei musicisti bianchi che hanno preso il blues dei neri e ne hanno fatto una colonna sonora per le bevute di birra al bar. Non pensi che Jeff Beck abbia qualche responsabilità in questo senso?
Jack: Sia lui che Eric Clapton hanno prodotto cose che non mi piacciono ma anche musica meravigliosa legata al blues. Certo erano più vicini all'idea del virtuoso che all'introspezione di Charlie Patton o Blind Willie Johnson. Ma non mi riferivo Non mi piacciono le produzioni troppo pulite e presentabili, diventano qualcosa di più vicino al pop che al blues, come Stevie Ray Vaughan.
Chi canta nell'ultima canzone dell'album?
Jack: E' Holly Golightly, che era negli Headcoatees di Billy Childish. Dato che siamo andati a Londra a registrare, volevamo rendere tributo ai musicisti inglesi. Non ci piaceva l'idea di arrivare lì, rubare suoni e idee ai musicisti locali e andarcene. Ci sembrava la canzone perfetta per chiudere l'album, l'abbiamo registrata e mixata in una giornata. Nel testo usiamo i nostri veri nomi ma come personaggi di una situazione immaginaria in cui io e Holly siamo innamorati e litighiamo, mentre Meg interviene a interrompere il litigio. Ne è uscita una piccola graziosa canzone folk.
L'introduzione parlata di "Little acorns" da dove arriva?
Meg: E' la voce dello speaker della trasmissione radiofonica "Morality tales". E' finita lì per caso.
Jack: Mi avevano dato delle bobine da usare per le mie registrazioni casalinghe. Ho registrato una parte di piano su una pista e, riascoltandola, ho scoperto che c'era questa voce sull'altra pista. Mi piaceva la storia che raccontava e ho scritto il testo della canzone su quella base. Quando ho completato il brano, mi sono messo in contatto con lo speaker e ho chiesto il suo permesso per l'uso della sua voce, spiegandogli che mi piaceva il racconto e la casualità fortunata da cui è nato tutto. Anche a lui piaceva e ha approvato.
La stampa specializzata, soprattutto quella inglese, ha parlato molto di Detroit e dei suoi gruppi, ci sono stati paragoni con la vecchia scena di Seattle. Che ne pensate?
Jack: Quando c'è una scena o un collettivo di gruppi che emerge, la stampa tende a trovare un modo per metterli in uno stesso blocco. E' buffo perché quando noi abbiamo cominciato a guadagnare popolarità non c'era una definizione precisa per descriverci. Hanno cominciato con "blunk rock", intendendo un incrocio fra blues e punk. Quando abbiamo detto che noi suoniamo garage-rock, improvvisamente tutto è stato etichettato come garage-rock: noi, gli Strokes, i Vines, gli Hives, i Black Rebel Motorcycle Club. Quando siamo tornati a Detroit, tutti i nostri amici musicisti ridevano di questa esplosione di gruppi garage. Un nostro amico ha addirittura visto dei jeans "garage-rock" in vendita in un grande magazzino di Detroit (risata).
Ma vi piacciono questi gruppi che sono stati avvicinati a voi? Avete suonato con gli Strokes ed è girata la notizia che avresti scritto una canzone con loro, credo che abbiate conosciuto anche gli Hives...
Jack: La storia della canzone con gli Strokes non è vera. Devo avere detto in qualche intervista che sarebbe interessante fare un singolo insieme ma stavo solo parlando a ruota libera, non c'è nessun piano serio. Ho conosciuto gli Hives e penso che siano molto divertenti. Mi piace il loro senso dell'umorismo, il fatto che si presentino dicendo quanto sono grandi. Penso che in America molti siano disorientati di fronte a questo atteggiamento, lo prendono sul serio: "Siete il gruppo migliore del mondo? Cosa intendete dire?".
Si è detto anche per parecchio tempo che la voce sul singolo degli Electric Six "Danger! High voltage" sia la tua...
Jack: No, non è vero. Conosco uno del gruppo ma non sono io a cantare. E a dire la verità mi sono stancato di rispondere sull'argomento perché me lo chiedono in continuazione (risata). Comunque è divertente: c'è una voce che assomiglia alla mia e il singolo è finito al numero due nella classifica inglese. Ma non sono io.
A proposito di Inghilterra, la stampa specializzzata continua a sostenervi molto. Sei anche finito in cima alla "cool list" del New Musical Express. Cosa ne pensi?
Jack: Non so proprio. Non è informazione reale. E' difficile rispondere… E' la stessa cosa delle classifiche del tipo "i 100 migliori album di tutti i tempi". La leggi e pensi che quelli non sono i cento dischi migliori, soprattutto quando vedi al numero sei un album uscito solo l'anno prima. Sono classifiche fatte soprattutto per spingere la gente a parlare di musica, il che va bene. Solo che io non penso affatto di essere cool (risata). Ma è lo stesso meccanismo dei Grammy o di altri premi: chi li vince non necessariamente li merita, ma sono un modo per creare attenzione sull'industria musicale.
Torniamo agli idoli. Parlami della tua nota ammirazione per Bob Dylan.
Jack: E' un musicista che torno sempre a riascoltare. I miei album preferiti sono "Blood on the tracks" e "Nashville skyline", ma ce ne sono molti altri. Anche i suoi primi lavori sono incredibili, "Freewheelin'", "The times they are a-changin'". Immagino che musicisti come Peter, Paul & Mary e altri che stavano seguendo la stessa direzione siano rimasti sconvolti dal suo arrivo e forse anche gelosi nell'ascoltare qualcuno che diceva così bene quello che anche loro stavano cercando di esprimere. Praticamente ha preso possesso di quella scena e di quel periodo.
Be', sta succedendo lo stesso con voi e tutti quelli che hanno recuperato il blues in modo simile al vostro. Molti gruppi hanno seguito questa linea, ma voi adesso dettate legge.
Jack: Davvero? Be', se fossi Arthur Lee ti risponderei che siamo i migliori di tutti (risata).
(Paolo Giovanazzi)