Sentendo “A salty dog” si poteva avere l’impressione che quella voce appartenesse a un uomo con la barba e i capelli bianchi, uno che ne ha viste tante. Viceversa, nel momento in cui la incideva Gary Brooker era un 24enne con ciuffone (come Peter Gabriel, suo epigono vocale) e non aveva nemmeno i baffi. Oggi, prossimo alla sessantina, il leader dei Procol Harum ha un aspetto eccellente, ma è effettivamente un uomo con la barba e i capelli candidi.
Hai la barba e i capelli bianchi, e ne hai viste tante. Quindi, cominciamo con un parere: cosa pensi della musica pop attuale?
Che fa schifo.
Opinione diffusa, ma puoi spiegare anche il perché? Dopo tutto, credo che tu abbia visto schifezze anche negli anni ’60 e ’70….cos’ha di “peculiarmente” schifoso la musica pop del 2000?
Buona domanda… nei primi anni ‘60 molta musica era copiata, suonata male…poche idee. Poi in Inghilterra abbiamo cominciato ad ascoltare meglio la musica americana, Ray Charles eccetera. E ci ha fatto bene. Oggi il principale difetto della musica pop è che è una schifezza tutta uguale. In passato c’era una certa versatilità nelle schifezze. Inoltre, in un periodo in cui c’è molta roba buona ti dimentichi delle porcherie. E’ successo anche in anni recenti: ci si ricorda di tanti artisti degli anni ’80 ma non dei Bros. Ora però la musica, quello che arriva alle orecchie, conta così poco, e questo cambia le carte in tavola. I cantanti pop hanno sempre badato agli aspetti non strettamente musicali, come la moda. Ma ora mi sembra che gli strumenti musicali siano degli accessori, e non i più rilevanti.
Inutile nascondere che quando si parla di Procol Harum non si può non parlare di una canzone andata al n.1 oltre 35 anni fa. Tu sai chi c’è al n.1 oggi?
Hmmm… ti potrei citare solo un n.1 degli ultimi anni, quello della cantante canadese, come si chiama…
Celine Dion... Penso che tu stia parlando di “My heart will go on”, da “Titanic”. O è Alanis Morissette?
No, no, è Celine Dion. Se c’è una canzone della quale sono sicuro che ci si ricorderà tra 35 anni è questa. Le altre di questi anni, non so proprio. Ma quello di “A whiter shade of pale” è un caso diverso. Ha avuto un impatto enorme perché non somigliava a niente di quanto la gente aveva sentito fino a quel momento. L’organo, le parole, il tema ispirato da Bach, la qualità del suono - non c’era la tecnologia di oggi, ma abbiamo ottenuto un’incisione straordinaria, limpida ma misteriosa.
Se posso permettermi, quanto ti frutta ancor oggi il successo di quella canzone?
In termini finanziari? Non abbastanza!… Ricevo una proporzione molto molto ridotta della fortuna che quella canzone ha generato e che probabilmente continua a generare.
Sai che ci sono due gruppi italiani che tuttora continuano a sopravvivere soprattutto grazie a due pezzi dei Procol Harum del 1967?
Ancor oggi? So che c’è stata, come si chiama, “Senza lucci”?
Ehm, “Senza luce”.
Sì, ecco…i Dik Dik, giusto?… hehe…
Nonché i Camaleonti, con “L’ora dell’amore”, cioè “Homburg”.
E sono state i loro maggiori hit?
Sì, e tuttora fanno concerti e vengono invitati in tv a ricantarle. Non di rado, devo dire. Li hai mai incontrati?
Ah…no. Ma sono contento per loro. E gli auguro buona fortuna! Ora che mi ci fai pensare, ogni tanto mi arriva qualche soldo dall’Italia, che è un po’ sottoproporzionato rispetto a quanto mi arriva espressamente come proventi riferiti alle canzoni dei Procol Harum… Quindi sono loro! Ehi, grazie mille, ragazzi.
In realtà pensavo che con un evergreen come “A whiter shade of pale” e con il tuo curriculum di musicista, nel corso degli anni – insomma, sei stato ospite di molti colleghi famosi, e hai suonato nei Rhythm Kings di Bill Wyman…
Sì, un’esperienza molto divertente. E abbiamo avuto un certo successo, devo dire, persino più di quel che pensassimo.
Intendo dire che di solito di fronte a un disco di un gruppo della vostra generazione, che non pubblicava dischi da parecchi anni il commento è: hanno bisogno di soldi.
Capisco. Allora, diciamo che non è una reunion: sono 10 anni che il gruppo ha questa conformazione, abbiamo fatto diversi tour, anche se non particolarmente pressanti e molto localizzati - magari dopo un giro in Scozia ne fai uno in Austria o in Polonia, ma senza i tempi e le dimensioni monumentali legate alla promozione di un disco, quando devi coprire i posti più importanti a ridosso della pubblicazione. Siamo un gruppo di musicisti: suoniamo perché ci piace, e cerchiamo di guadagnarci da vivere in questo modo. Per tanti anni non abbiamo avuto occasione di fare dischi, e per vari motivi: non trovavamo il tempo di andare in studio, di comporre e arrangiare, forse non trovavamo tante cose da dire, chi lo sa... Ma non essendo una band al centro del business, possiamo lasciar maturare un disco: quando è il momento, lo si coglie. Ed è innegabile inoltre che un disco è sempre un buon modo di mantenere un certo interesse attorno al nome della band. Nel nostro caso non abbiamo avuto particolari condizionamenti. Non posso dire che non spero di farci dei soldi, ma un gruppo nella nostra situazione non fa dischi perché costretto, capisci?
Molti vi hanno descritti come un gruppo progressive-rock. Pensando al periodo in cui siete venuti fuori e alle vostre origini blues è strano, anche se non del tutto inappropriato. Cosa ne pensi?
E’ sempre stato una sorta di problema. I dischi dei Procol Harum avrebbero potuto comparire nelle collezioni degli amanti del progressive-rock come di quelli del pop, dell’heavy metal e del blues. Quanto al progressive-rock, non ho mai capito bene cosa sia… Ma sono convinto di una cosa. Non siamo mai stati messi a fianco di Yes, Genesis, Emerson Lake & Palmer e King Crimson, ma penso che loro non ci sarebbero mai stati senza di noi. Abbiamo preparato le orecchie della gente a quello che poi avrebbero fatto loro.
Quindi in parte rivendichi la primogenitura del genere…
No, non dico questo. E non lo penso. E’ vero che la prima suite lunga una facciata è roba nostra, abbiamo preceduto anche i Beatles. Però alcune cose che abbiamo fatto sono troppo diverse, pescavano in altre aree del rock. In ogni caso molti dei musicisti che hai citato sono sempre stati molto consapevoli delle porte che avevamo aperto loro. Phil Collins, Peter Gabriel, persino Brian May, Rick Wakeman, sia pubblicamente che con me personalmente hanno sempre riconosciuto che i Procol Harum hanno acceso la luce e hanno mostrato territori nuovi. Anche dal punto di vista tecnico, poi – parlando con Jim Keltner o tanti anni fa con John Bonham, è venuto fuori che erano dei grandi estimatori di BJ Wilson, il nostro batterista, scomparso tempo fa. Tutto questo è rimasto un po’ sottotraccia nella storia della musica, credo.
I critici ve le davano sode. Forse proprio perché non sapevano dove incasellarvi.
Cosa posso dire… Noi volevamo semplicemente fare dischi interessanti.
Ti sei mai trovato a pensare di meritare più rispetto?
Sai, pochi giorni fa ho incontrato un critico che nel 1977 ci massacrò sul Melody Maker…
Beh, in quegli anni eravate il tipo di gruppo da demolire.
Sì, lo so, in quegli anni era così. Ma in questi anni, i Procol Harum sono ancora in giro. Il Melody Maker, no. Heh heh…
Parliamo del disco del vostro ritorno, “The well’s on fire”. Perché “il pozzo è in fiamme?”. In molti pezzi c’è un’aria molto “post 11 settembre”, molto critica nei confronti del mondo occidentale. Non è che è un concept album?
Hai ragione, ma non è un concept album. Ci è mancato poco, forse - ma non lo è. E’ un disco che contiene diverse riflessioni sul mondo di oggi, da un punto di vista maturo e piuttosto disincantato. Ogni tanto si fa aggressivo, e la cosa dipende dal fatto che Keith Reid, che ancor oggi scrive i nostri testi, vive a New York, e quando si guarda intorno ha una sensazione di crescente follia…Penso comunque che forse sì, inconsciamente è un concept album mancato sulla nostra società.
A proposito dei testi di Keith Reid, sono considerati tra i più ostici del pop inglese, che pure ha prodotto di tutto… Rimane emblematica la scena di “The Commitments” in cui i protagonisti si chiedono esterrefatti cosa significhi la faccenda delle sedici vergini vestali…
Penso che i testi di Keith abbiano una componente pittorica. “A whiter shade of pale” è costruita su una serie di immagini che si susseguono, su una musica che dà un mood molto particolare.
Comunque “The well’s on fire” non è un disco prog-rock.
No, è un disco dei Procol Harum. Come sempre, c’è di tutto. Ci sono musicisti che vanno a fondo di un genere. Io invece cerco di esprimere degli stati d’animo, ma evidentemente sono molto diversi tra loro. E poi, quando mi ritrovo a disco quasi finito, immancabilmente ho la sensazione che un certo tipo di canzone non ci sia, un blues o un rock o un pezzo con echi classici… E immancabilmente mi viene voglia di scriverla.
Parlando di echi classici…. Mi ero ripromesso di non insistere troppo su “A whiter shade of pale” - ma ho una forte curiosità: ti è mai capitato in tanti anni di detestarla? Di non sopportare più l’idea di suonarla dal vivo?
I tuoi colleghi mi hanno fatto molte più domande su AWSOP, e questo mi fa capire che è tanto che manco dall’Italia… Ma no, io la considero un regalo dal cielo, aver fatto qualcosa di così stupefacente e fortunato. Sì, ci sono stati dei momenti in cui mi sarebbe piaciuto che per un po’ la gente se ne dimenticasse, e non pensasse a noi come a “il gruppo di…”. Però, realisticamente, senza di lei non saremmo qui. Quando uscì, la gente ci impazzì: tutti volevano avere il disco in casa per sentirla e risentirla. E in un certo senso la cosa vale anche per me: ogni volta che la risento – e la ricanto – ci trovo sempre un che di indecifrabile. Se risolvessi il mistero, forse sarebbe diverso, ma non ci sono ancora riuscito.
Molti sostengono che abbia condizionato la vostra carriera, e non solo perché risultava difficile ripetere un successo del genere. Insomma, “Homburg” sembrava la sorella minore.
Su “Homburg” si può discutere, ma per il resto della nostra carriera, penso che i più condizionati fossero i giornalisti musicali. Nei nostri dischi abbiamo sempre messo di tutto. Ogni tanto leggevo “hanno tradito le origini blues”. Io pensavo ai miei pezzi, agli assoli di Robin Trower, e non capivo. E poi, cosa significa “tradire”? Che avremmo dovuto fare solo blues? Ah, i critici.
Quale tua canzone secondo te meritava più attenzione di quella che ha avuto?
Tutte!
Hai lavorato con alcuni dei più famosi musicisti del mondo. Ma chi erano i tuoi idoli? Li hai mai incontrati?
Non avevo veri e propri idoli, quando ho cominciato a suonare. E anche dopo, ho sempre avuto un rapporto molto facile, anche umanamente, coi miei colleghi più famosi. Forse perché alcuni hanno avuto successo dopo di noi, non so… Sul piano musicale, posso dire che ancor oggi, Eric Clapton rimane il miglior chitarrista di sempre. Sul piano personale, ogni tanto faccio considerazioni diverse… Credo che pochi della mia generazione avessero in mente un’immagine della rockstar cui tenere fede. Non c’era nessuno cui ispirarsi. E in parte si è visto: molti si sono persi, ma tanti hanno trovato la forza di risollevarsi. Joe Cocker è riuscito a sopravvivere, e molto bene – ed è riuscito a fondare una carriera su 6 note, haha – ma le canta veramente bene.
Prima parlavi del fatto che chi “apre le porte”, poi non sempre prende possesso della casa… Negli anni ’60 voi vendevate più dischi, mentre le popstar attuali ne vendono pochi, ma grazie all’industria del pop che voi avete contribuito a fondare, guadagnano molto di più. Sei invidioso?
Non è esattamente la cosa che più mi lascia perplesso. Peraltro, tutto l’ambiente della musica pop ha un po’ perso le proporzioni, e gli effetti si vedono. Ho letto un’intervista in cui una delle Bananarama rivendicava di aver fatto parte del gruppo femminile più importante di sempre. Se puoi credere a questo, puoi credere a tutto… Ci sono giornalisti che conosco da tempo che mi dicono: “Non ti immagini con che gente abbiamo a che fare adesso. Quando si vedono su MTV ti guardano come fossero Mick Jagger”. Qualcuno li convince di avere un talento straordinario, di essere destinati alla grandezza. Pochi della mia generazione avevano questa convinzione. Forse proprio questo ha fatto di loro delle persone migliori, e degli artisti migliori. Ma una cosa un po’ mi dispiace: non abbiamo mai suonato negli stadi. Se andassimo al n.1 oggi, ci ritroveremmo headliners nei festival davanti a centomila persone. Peccato.
(Paolo Madeddu)