Il marchio “Simply red” rimanda immediatamente agli anni ’80: il gruppo di Mick Hucknall, grazie a singoli come “Money’s too tight (to mention)” e “Holding back the years” ha venduto oltre 40 milioni di copie. Attivo con alterni successi (e con discutibili scelte musicali) anche negli anni ’90, il gruppo si è sempre identificato con il suo rosso leader. Ora i Simply Red tornano sulla scena e, contemporaneamente, alle proprie origini: esce “Home”, nuovo disco che si ispira dichiaratamente alla miscela di pop e R&B che ha fatto la fortuna del gruppo, e ne marca l’esordio indipendente, dopo la chiusura del rapporto con la major EastWest.Rockol ha incontrato Mick Hucknall a Londra, alla presentazione del nuovo album, avvenuta con un concerto al Ronnie Scott’s, storico locale jazz. Hucknall ci parla in italiano fluente, vista la sua lunga permanenza nel nostro paese; e, mentre chiacchera, usa indifferentemente l’ “io” e il “noi”, a sottolineare che la sua identificazione totale con i Simply Red.
Hucknall ci ha raccontato il ritorno a casa del nuovo album, l’entusiasmo di ritrovarsi “indipendenti” dopo e il suo legame (gastronomico) con il nostro paese.
Partiamo dal singolo che ha anticipato il disco, “Sunrise”… Contiene un campione di un brano di Hall & Oates, “I can’t go for that (no can do)”.
L’idea di utilizzare quel campione non è mia, ma del produttore Andy Wright. La canzone originale era più lenta, e la sua riutilizzazione ha convinto tutti. E’ stato un ottimo modo per cominciare il progetto e per farlo conoscere in giro: per questo l’ho scelta come singolo apripista. Non so se rappresenta bene tutto l’album, che è pieno di canzoni diverse. Ma non credo che nessun singolo possa mai rappresentare appieno un disco.
A proposito di canzoni diverse: nel disco c’è una cover di Dylan, “Positively 4th street”. Dylan è abbastanza lontano dal repertorio che ci si potrebbe aspettare dai Simply Red…
Ero in Islanda, ero appena tornato da una gita in cui ero andato a pescare salmoni. Arrivo in aeroporto e la sento alla radio: è stata un’illuminazione. Le parole di Dylan rappresentavano alla perfezione la mia vita degli ultimi anni. In quel momento ho deciso che avrei interpretato quella canzone. Mi rendo conto che originariamente era uno di uno stile diverso, ma “Home” è assai eterogeneo.
“Home”, però, sembra soprattutto un ritorno al suono più “nero” dei Simply Red.
E’ vero… L’ultimo giorno di prove che hanno preceduto il tour di “Love and the russian winter” ho capito definitivamente che quell’album non funzionava dal vivo, era un disastro sotto questo aspetto. Così, quando mi sono messo a lavorare a quello che sarebbe diventato “Home”, ho pensato che le canzoni sarebbero state arrangiate per poter essere suonate live, con dei musicisti veri. Anche per questo l’abbiamo registrato a casa mia: per mantenere questo feeling intimo.Per questo il disco si intitola “Home”, “casa”.
Il titolo non rimanda quindi ad un ritorno alle origini del gruppo?
In parte si, ma devo dire che “Home” è comunque molto più sofisticato di molte cose che abbiamo fatto in passato. Devo comunque ammettere che l’ultima volta che abbiamo registrato un disco in queste condizioni è stato nel 1987. Da “Stars” in poi abbiamo usato molta tecnologia, come le batterie elettroniche e cose di questo genere. Pensavo che questo fossero le mode del futuro, pensavo di dover sperimentare a tutti costi. Poi mi sono reso conto che in realtà bisogna andare controcorrente: oggi vorrei che la mia musica fosse un alternativa alle mode, una sorta di antidoto per chi ama la musica. In questo senso, sì, almeno nell’approccio, “Home” è un ritorno alle origini.
“Home“ è anche il primo disco da “indipendenti” dei Simply Red: avete fondato una vostra etichetta e date in licenza il disco con contratti in singoli paesi. Come mai avete deciso di rompere con le major?
Avevamo già deciso di intraprendere questa strada due anni prima dell’album precedente, ma avevamo un contratto da rispettare e portare a termine. La mia idea è quella di un’industria musicale a misura di agriturismo: tutto è più piccolo, si vendono direttamente prodotti buoni e genuini, sui quali chi li fa ha il controllo totale. Tradotto, meno enfasi sull’immagine, più attenzione alla musica.
Stai quindi dicendo che non ti interessa più ripetere il successo degli anni ’80?
Il successo è bello, assolutamente. Non posso negarlo. Ma non è questo il punto. Quando hai successo e lavori con le major, impazzisci perché sei sottoposto a pressioni continue, devi promuovere il tuo lavoro contemporaneamente in tutto il mondo. Lavorando da indipendente puoi gestire le cose con calma, scegliendo in ogni paese le persone giuste. Sono orgoglioso di portare avanti un progetto in questo modo, e questo è più importante del successo.
A proposito del passato, hai qualche rimorso o rimpianto rispetto alla tua carriera musicale?
(Hucknall si mette a cantare con voce baritonale) “Regrets, I’ve had a few, but then again, too few to mention”… Potrei risponderti con le parole di “My way”: chi non ne ha? Ma comunque nessuno degno di nota, nessun rimorso o rimpianto che mi tormenti la mattina quando mi sveglio o la sera prima di andare a dormire.
Hai scelto di presentare il disco in uno dei più noti locali jazz di Londra, il Ronnie Scott’s…
E’ vero, è un posto intimo, un piccolo locale da trecento persone, diversissimo dagli stadi o dai palazzetti in cui pure mi è capitato di suonare… La verità è che sono molto affiatato con gli attuali membri della band, soprattutto dopo queste registrazioni casalinghe, e volevo riprodurre queste condizioni: fare un concerto che suonasse come l’album.
Tu ora vivi in Inghilterra, dopo un lungo periodo di residenza nel nostro paese…
Ero scappato dall’Inghilterra per la troppa pressione dei media. Ora sono tornato da qualche tempo a questa parte, ma non vivo in città, sto in campagna. Comunque, la stessa pressione che subivo a Londra, c’era anche a Roma, che è piena di paparazzi. Milano, per fortuna un po’ meno… Accettare questa esposizione di ogni dettaglio della tua vita è una parte del mio lavoro, che ti devo dire…
Che legami hai con l’Italia, oggi?
Ho ancora una casa a Milano, ma ormai non ci vado molto spesso. Ho una villa in Sicilia, a Sant’Alfio, sull’Etna, che è in realtà una piccola azienda vinicola. Stiamo coltivando le uve, dovremo aspettare qualche anno per le prima bottiglie di vino: sarà un Nero D’Avola. In realtà torno in Italia soprattutto per questioni gastronomiche: la pancia ha la priorità!
(Gianni Sibilla)