Esce finalmente 'Up' . Una lunga chiaccherata per parlare di dieci anni di silenzio discografico, ma anche di tecnologia, del futuro...

Dieci anni per fare un disco nuovo (se si escludono colonne sonore e progetti collaterali). Avveniristici esperimenti musicali con le scimmie. Progetti venati di utopia (opere multimediali, il parco tematico di Barcellona) a lungo coltivati, poi scartati, poi ancora ripresi e trasformati. L’impegno rinnovato nel promuovere le musiche del mondo, con la collana discografica Real World e i festival Womad.
Con Peter Gabriel, le scadenze adrenaliniche del business musicale e la banalità della routine promozionale restano sempre fuori dalla porta. Anche in una semplice conferenza stampa, che trasforma in un mini show estemporaneo facendola introdurre dalla voce e dalla tammorra di Marcello Colasurdo, frontman degli Spaccanapoli: voce e ritmo, i cardini della poetica musicale del musicista di Bath. Il suo modo d’essere, di parlare, di riflettere, di lavorare, è un elogio implicito ed esplicito alla lentezza. Cura maniacale del dettaglio, ripensamenti dell’ultima ora che lo portano a cambiare la scaletta del disco a poche settimane dalla pubblicazione, coltivazione ostinata della curiosità, istinto innato a gettare lo sguardo oltre la siepe. E, col passare degli anni, desiderio legittimo di riappropriarsi degli spazi vitali: di godersi un po’ la vita, insomma.
Dove la trovate una (ex?) rock star che ha il coraggio di pubblicare un disco denso e ostico come “Up” dopo un periodo così lungo di assenza dal mercato? E che in conferenza stampa si ritrova a citare Noam Chomsky e lo psicologo Laing, a parlare di economia indiana, di fobie recondite e di simboli sovrannaturali prendendo spunto anche dalle domande più innocue? Non è solo rock and roll, una volta tanto. E anche se Peter Gabriel non è il guru che qualcuno ci vorrebbe far credere, vale la pena di aprire le orecchie e di starlo ad ascoltare.



Sarà la lunga attesa che ha circondato l’uscita di questo disco, ma si ha quasi l’impressione che da Peter Gabriel ci si aspetti delle indicazioni per capire meglio il presente, quasi fosse una specie di guru laico. Come ci si ritrova, in questo ruolo?
Mi sono fatto crescere la barba, è vero. Ma il resto della divisa da guru me lo devo ancora procurare. Quanto alla lunga attesa, c’è da dire che sono molto lento nel fare le cose, e che mi piace guardarmi intorno: come si dice nel linguaggio dei computer, tanta spazzatura che entra, tanta spazzatura che esce. Ritengo che sia importante, di tanto in tanto, prendersi del tempo per fare le cose che ci interessano: passare ininterrottamente da un disco a una tournée, per me, ha perso ogni senso. A mia discolpa devo aggiungere che non sono rimasto con le mani in mano in tutti questi anni: è uscito “Ovo”, è uscita la colonna sonora di “Rabbit-proof fence” e sta per uscire “Up”. E ho già in mano materiale sufficiente per pubblicare un altro album.

Perché fare uscire un disco in coincidenza con il plenilunio?
A volte, mentre si guida un’automobile, l’unica visuale che si ha è quella che viene delimitata dal parabrezza. Eppure c’è un mondo sopra e sotto di noi: la luna e l’acqua, gli elementi fondanti del disco, servono a rappresentare simbolicamente questi fenomeni. La luna, per esempio, regola le maree e il ciclo mestruale delle donne. Esercita una forte influenza sulle nostre vite, eppure la maggioranza di noi ne è del tutto inconsapevole: è il simbolo di un mondo invisibile.

Che ne sarà di tutto il materiale, abbondante, che non ha trovato posto in “Up”?
Alcune delle idee che avevo sviluppato sono finite sugli altri dischi, altre non erano semplicemente all’altezza e sono state scartate.

Quanto c’è del suo amore per la Sardegna in questo nuovo disco, e quanto potrebbe influenzare i suoi prossimi lavori?
Molto poco, per il momento, a parte il fatto che lì mi trovo molto bene. Alcune musiche del luogo mi piacciono molto e non è detto che non decida di farne uso in futuro.

Il disco inizia con “Darkness”, una canzone che tratta il tema della paura…
Già. La paura, a mio avviso, è un aspetto molto interessante della dimensione umana. All’epoca in cui progettavo di costruire un parco tematico a Barcellona entrai in contatto con lo psicologo R.D. Laing, che mi propose di creare delle rappresentazioni artificiali che mettessero a confronto i visitatori con le paure più comuni, allo scopo di verificarne le reazioni. Un modo per interpretare la paura è di considerarla come un serbatoio di benzina infiammabile, ogni volta che la affronti e la superi liberi una grande quantità di energie. Io, per esempio, ho sempre avuto la fobia dei serpenti: tempo fa un amico veterinario che possedeva un grande pitone mi ha incoraggiato a trascorrere del tempo con l’animale avvinghiato intorno al corpo. Ed è stata un’emozione forte, che ha generato energia in grande quantità. Alcuni dei miei migliori amici, del resto, sono serpenti…Molte delle decisioni che prendiamo sono condizionate dalle nostre paure. Superarle è sempre un’esperienza eccitante e rinvigorente.

Che ne pensa del fatto che Springsteen abbia inserito un estratto di canto qawwali nel suo ultimo disco, a vent’anni di distanza o più da quando lei ha fatto conoscere al mondo Nusrat Fateh Ali Khan?
Mi fa molto piacere. Lui sta al cuore della cultura americana e il fatto che si apra ad altre forme di espressione è solo positivo. Mi piacerebbe anzi vedere molti altri artisti fare lo stesso. Dopo l’11 settembre dell’anno scorso mi sembra ancora più importante che elementi della cultura islamica entrino a far parte dei nostri processi creativi.

Che progetti ha per la Real World?
Ogni volta che mi fate questa domanda, tendo improvvisamente a dimenticarli tutti…Stiamo lavorando con Hukwa Zawosa, un musicista della Tanzania. E abbiamo appena pubblicato un disco molto bello dei Blind Boys of Alabama.

In cantiere ci sono anche i progetti “Up the river”… A che punto sono?
L’idea è di far avere il mio disco a musicisti di diversi paesi del mondo in modo che ne elaborino una propria versione. Ma al momento stiamo ancora cercando dei finanziatori per il progetto: forse riusciremo a trovare qualcuno interessato a farne un programma televisivo.

Come sceglie il cast dei musicisti che partecipano al festival Womad? E quanti ne vengono organizzati, ogni anno?
Più o meno una quindicina: in alcune nazioni, come l’Australia, Singapore e l’Italia, a Palermo, abbiamo delle relazioni ormai consolidate. In Spagna, grazie al sostegno delle amministrazioni locali, gran parte degli eventi sono ad ingresso gratuito e il festival ha assunto enorme risonanza. A volte il Womad ha sofferto del collegamento che si fa con il mio nome, e qualcuno ne ha frainteso il significato pensando che si tratti di un prodotto del rock business. Ma ha una sua vita autonoma e nasce da un intendimento differente, quello di portare musiche e culture diverse in giro per il mondo: ogni volta che ci ritorno scopro qualcosa, qualche gruppo o qualche artista che mi affascina e mi sorprende. Oggi le scelte le fanno per la maggior parte Thomas Brooman e la sua equipe. All’inizio era molto difficile fare il casting e scovare i gruppi da proporre, ma una volta che hai creato una rete di centinaia di musicisti a livello internazionale i contatti si moltiplicano in modo esponenziale.

Vedendola in concerto, viene da chiedersi perché preferisca rintanarsi dietro le tastiere invece di fare il front man come d’abitudine: le poche volte che è uscito allo scoperto lo show ha preso tutta un’altra piega…
Siamo solo agli inizi. Devo riabituarmi a non avere timore delle luci della ribalta. Mi sento un po’ come un animale selvatico: se mi si piazza del cibo davanti, pian piano mi farò coraggio e mi avventurerò fuori dalla mia tana per mangiarlo.

Ci racconta qualcosa a proposito degli esperimenti musicali con le scimmie che sta conducendo?
E’ da tanto tempo che seguo con interesse i tentativi di insegnar loro un linguaggio. E’ successo che mi sono messo in contatto con il dipartimento linguistico della Georgia State University, negli Stati Uniti, chiedendogli se fossero interessati a condurre degli esperimenti in ambito musicale. Mi hanno detto di sì e ho cominciato a frequentare l’istituto, lavorando in particolare a contatto con due esemplari. Le scimmie avevano a disposizione una piccola tastiera; io, dall’altra parte della parete di plastica che ci divideva, un altro strumento su cui improvvisare. Qualche volta ero da solo, altre volte erano presenti anche Tony Levin e Richard Evans. Le scimmie, mi sono reso conto, hanno una sensibilità musicale molto spiccata. In un’occasione, per esempio, mi sono trovato a dialogare musicalmente con la scimmia madre, scegliendo la tonalità del la minore per consentirle di usare molti tasti bianchi. Era lei a suonare le melodie ed è stato interessante notare come fosse in grado di concepire il suono per ottave senza che nessuno glielo avesse insegnato. Spendiamo un sacco di soldi alla ricerca di altre forme di intelligenza nell’universo e siamo ciechi di fronte a quelle che già esistono sul nostro pianeta. Noam Chomsky ritiene che il cervello umano disponga di un’area molto sviluppata per l’elaborazione del linguaggio e della sintassi, ma quando trascorri del tempo con queste scimmie ti rendi conto che sono tutte stronzate. Questa stanza, in fin dei conti, è piena di grandi scimmie evolute ed è molto arrogante da parte nostra pensare di essere così superiori. Non avevo intenzione di farmi coinvolgere negli argomenti dell’animalismo, ma dopo la mia esperienza l’ho trovato inevitabile.

Con tutte le esperienze che ha fatto nella vita, la musica è ancora un interesse primario per lei?
Me ne rendo conto quando vado in vacanza. Dopo dieci giorni comincio ad aggirarmi come un tossicodipendente in cerca di un pianoforte. Non posso vivere senza musica, ce l’ho nell’anima.

Ci sono delle nuove frontiere tecnologiche con cui, oggi, le piacerebbe sperimentare? O altre che, magari, la spaventano?
Mio padre, che è ancora in vita, era un ingegnere elettronico e un inventore. In collaborazione con una società italiana ha progettato quella che credo sia stata la prima rete a fibre ottiche nel mondo, con l’obiettivo di fornire servizi educativi e di intrattenimento, di shopping e di “democrazia elettronica” via cavo, on-demand. Per darvi un’idea dei tempi di cui stiamo parlando, l’interfaccia era un telefono con tanto di ghiera rotatoria. Sono cresciuto osservandolo al lavoro e per questo sono sempre stato affascinato dalle possibilità che il futuro e la tecnologia ci mettono a disposizione: credo che una delle evoluzioni più interessanti consisterebbe nella creazione di grandi database ad accesso gratuito per fornire istruzione, informazione ma anche contenuti di intrattenimento. Più vado avanti con l’età e più mi convinco che l’istruzione è uno degli strumenti più efficaci per affrontare e risolvere i problemi del mondo. La tecnologia mi fa paura? Dal punto di vista musicale direi di no. Con i computer puoi analizzare le cose nel minimo dettaglio, il che esige uno stato mentale completamente diverso da quello richiesto da una performance che si basa sulla spontaneità e sulla totale improvvisazione: si tratta di trovare un buon equilibrio tra questi due estremi. Però ho un amico, Bill Joy, che è un grosso esperto di computer e che a volte mi confessa di sentirsi un po’ come Oppenheimer dopo l’invenzione della bomba atomica, quando pensa che portando avanti l’evoluzione del computer si potrà arrivare ad un punto in cui le macchine prenderanno il sopravvento e non avranno più bisogno di noi. Dopo aver parlato con lui ho cominciato a riflettere sul come sfuggire all’eccesso di informazione che i computer ci mettono a disposizione. Magari è un po’ come rinchiudersi in un monastero di clausura, ma bisogna trovare un luogo dove mettersi al riparo, di tanto in tanto.

Come crede che ascolteremo la musica in futuro, dato che dischi e CD sembrano destinati a scomparire?
Potrei dare delle risposte molto noiose al riguardo…Mi aspetto che una parte dell’esperienza di ascolto avverrà attraverso Internet, ma in modo molto più facile di quanto non accada oggi: inserendo una monetina o la carta di credito per scaricare la musica che si desidera da qualunque punto di accesso, un bar, una stazione ferroviaria, un negozio digitale. Quello che ancora non esiste o non è abbastanza sviluppato è un sistema di filtri che ci indirizzi automaticamente verso i contenuti che ci possono interessare, nella miriade di offerte musicali, televisive, cinematografiche ed editoriali che abbiamo a disposizione. Un po’ come faceva il commesso del negozio di dischi che frequentavo prima di diventare un musicista famoso. Sono troppo pigro e ho troppo poco tempo per farlo da solo. Mi ha scioccato apprendere, l’anno scorso, che in America ogni disco acquistato viene ascoltato in media 1,3 volte. Ognuno possiede dei dischi che ascolta non più di una o due volte, mentre ad altri si ritorna continuamente nel corso degli anni. Dunque immagino che vorremo ancora possedere in casa degli oggetti fisici in cui custodire la musica che ci sta più a cuore. Ma non è detto che debba trattarsi per forza di dischi, potrebbero essere anche delle sculture o delle bambole che rappresentano i nostri artisti preferiti, magari equipaggiate con un chip che permette di collegarsi a un negozio digitale. E per il momento mi fermo qui…

Non pensa che la tecnologia possa rappresentare un’ulteriore, definitiva forma di razzismo tra noi bianchi e il mondo asiatico, africano, latino-americano ?
Il rischio di una barriera tecnologica che aumenti il divario tra popolazioni ricche e popolazioni povere c’è. Ma guardiamo all’India: oggi dispone di una base tecnologica che si alimenta da sole esportando servizi anche verso i paesi occidentali. Io sono coinvolto in un progetto che ha per obiettivo di raccogliere e distribuire i computer che noi scartiamo quando aggiorniamo i nostri sistemi alle popolazioni che altrimenti non potrebbero permetterseli. Continuo a pensare che se si portano una dozzina di computer e un insegnante in qualunque villaggio del mondo, nel giro di un anno o due si riesce a creare una generazione di programmatori e di creativi capaci di sfruttarne al meglio le risorse. Sempre in India ci sono dei call center che offrono servizi all’Inghilterra e che sono localizzati in zone dove un tempo il fallimento del raccolto significava fame e miseria: oggi hanno una risorsa in più. Ma non è la tecnologia che può offrire da sola le risposte, sono le persone e i governi che debbono fare proprie queste idee per trasformarle in risorse utili. Non voglio dire che il computer sia la panacea di tutti i mali: ma fino ad oggi è lo strumento migliore che abbiamo a disposizione per fornire istruzione a tutti, e gratuitamente.

(Alfredo Marziano)

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