Al quarto piano di un imponente palazzo, la luce slavata di una giornata qualsiasi di inizio primavera filtra tra le sbarre della ringhiera attorcigliata su se stessa, nervosa, fino a salire verso “Quello che non c’è”. Manuel Agnelli e Giorgio Prette si sono chiesti che forma e consistenza potrebbero avere certe convinzioni che ti nascono dentro, e poi muoiono pigre, lasciandoti smarrito, perso, disperato. Non hanno trovato una risposta, non hanno formulato un nome. Perché “Quello che non c’è” è l’unica definizione che si può usare per definire tutte quelle piccole cose. La necessità, il bisogno, l’insoddisfazione. La vita. Stati d’animo contrastanti dei quali, ad un certo punto, non si riesce più a definire i contorni, un tempo così limpidi da farti sentire al sicuro dai mali del mondo. La casa di Manuel è fatta di spazi vuoti e dilatati, e di piccole nicchie fitte di ricordi: proprio come il suo nuovo disco, “Quello che non c’è”. Una manciata di storie in cui la rabbia, un tempo urlata fino a perdere la voce, si fa invitante come il miele; ma solo per colpirti all’improvviso in modo più devastante, trascinandoti nella più grande delle tragedie, lasciandoti intontito e sommerso da domande che mai avranno risposte. “Quello che non c’è” è un disco maestoso. Un disco che fa male.
Davanti a noi, Manuel Agnelli e Giorgio Prette sorseggiano caffè illuminati dalla stessa luce che bacia chi ha cercato, trovato e perso tutto. Si ricomincia. La vita, qualcuno diceva, è fatta per cercare la verità. Anche se non c’è.
Ecco la prima parte della lunga conversazione con Manuel Agnelli e Giorgio Prette. La seconda puntata verrà pubblicata lunedì 8 su Rockol.
“Quello che non c’è” inizia con un brano che sembra parlare di un Gesù che risorge e maledice se stesso, l’umanità e il suo “modo di morire sano e salvo”. A tale proposito, qual’è il tuo rapporto con la fede?
Manuel Agnelli: In realtà tutte le parole di quel brano si riferiscono a me stesso. Che poi io pensi di essere Gesù è un altro paio di maniche… . Il testo è molto personale e tutto il disco è improntato su una visione molto egoistica delle cose che stanno succedendo attorno a me. Parlo sempre di cose che mi coinvolgono molto direttamente. Per quanto riguarda la mia religiosità ti posso dire che sono una persona molto religiosa, il che non vuol dire avere fede. Non sono né cattolico né tanto meno osservante. Non credo di essere una persona pratica o con dei valori materiali superiori a quelli spirituali. Ma non per questo ho fede in qualcosa di particolare.
Questo sentimento è stato amplificato dal tuo viaggio in India, che emerge in “Bye bye Bombay”?
M: Sì, però è il contrario di quello che tu possa pensare, in realtà in India ci si aspetta di trovare un luogo molto spirituale, cosa che io non ho trovato affatto. E’ un paese spietato che ti mette di fronte a delle realtà molto forti. In questo senso rielaborare un viaggio significa anche ritrovare un certo tipo di spiritualità, ma difficilmente lo trovi mentre sei in viaggio, a meno che non ci rimani un anno o di più. In un certo senso mi è servito per tantissime cose. E’ stato come uno spartiacque: dovevo decidere chi volevo essere e contemporaneamente capire i miei limiti.
Questo viaggio ti ha dato più risposte o dubbi?
M: Sicuramente mi ha aperto nuovi quesiti. Però è anche vero che la negazione di alcune cose è di per sé una risposta. Il fatto di rinunciare alla consistenza di certe cose, rendendole più drammatiche, può essere già una risposta.
Hai descritto “Quello che non c’è” come “la rabbia e la disperazione per la perdita dei valori”. Pensando ai vecchi Afterhours viene da pensare che forse allora avreste reagito con più aggressività a questi sentimenti.
M: Penso che questo disco sia molto, molto cattivo. Forse più cattivo che aggressivo. Ora la pensiamo diversamente ma ciò non dipende solo dalla barba bianca e dall’età. Credo che per noi l’urlo liberatorio sia ancora importante, ma non alla base del nostro attuale modo di esprimerci. Vogliamo cercare le sfumature e in questo riusciamo ad essere molto più cattivi e vicini alla realtà rispetto a quanto lo fossimo prima. Ci siamo stancati di suonare allo stesso modo e di dire le cose in una certa maniera anche se era molto efficace. Purtroppo era diventata una gabbia, stavamo diventando il cartonato di noi stessi; per questo i testi sfruttano meno il cut-up (metodo di scrittura usato da William Burroughs, che dopo aver scritto un testo lo tagliava per poi riassemblarlo in modo casuale) e le parti strumentali sono molto dilatate.
A proposito dei testi, in questo disco sono molto più lineari e narrativi rispetto al passato.
M: Sì, anche se non credo ancora di raccontare delle storie e non ho l’interesse a farlo. La canzone cantautorale non mi appartiene, ma avevo la necessità di dire le cose in un modo più dilatato rispetto al passato. Mi sono seduto meno sulle frasi ad effetto per scavare di più nelle sfumature. Poi potremmo parlare per ore dell’uso del cut-up che un tempo mi dava, e di questo se ne rendevano conto anche gli altri, una dimensione magica perché non conoscevo il risultato finché non lo rielaboravo. Non è solo scrittura o arte spontanea, è voler dare occasione alla magia di voler entrare nelle cose. Con questo disco invece avevo l’esigenza di dire delle cose molto precise lasciando meno spazio a questo tipo di esperienza.
E’ vero che in questo disco volevi dare più rilievo alla musica piuttosto che ai testi?
M: Le lavorazioni su questo disco sono partite dalla musica. Come al solito i testi li scrivo sempre come ultima cosa. Non volevo assolutamente che i testi salvassero le canzoni come, invece, a volte era successo in passato. “Sui giovani d’oggi ci scatarro su”, musicalmente non un gran pezzo, risulta divertente grazie al ritornello nato da una sua frase (indica Giorgio). Quando abbiamo iniziato questo disco volevamo concentrarci prima di tutto sulla musica. Volevamo che gli Afterhours avessero un senso nuovo pur rimanendo gli stessi.
Hai detto che questi testi sono nati dalla necessità di dire cose personali. A volte, però, sembra siano più influenzati da situazioni esterne.
M: I testi in questo disco parlano un po’ di tutto. Parlano del sociale, del politico e del personale. Parlano di amicizia e di certe presenze ossessive che ho dentro di me e delle quali non mi sono liberato. Tutti gli argomenti sono però filtrati dal mio modo di vedere e di pensare. Proprio per questo non ci sono slogan. E’ un disco sul disorientamento. Parla della mancanza di punti di riferimento.
La denuncia della società odierna sembra comunque più forte che in passato…
M: Ciò deriva dal fatto che abbiamo eliminato completamente l’ironia dallo spirito del disco. L’ironia è una bellissima cosa e l’abbiamo usata anche pesantemente, ma alla lunga diventa una maschera dietro la quale ci si nasconde. Gli italiani lo sanno bene, la usano per sdrammatizzare ogni tipo di situazione, ma in alcuni momenti è una scusa per non prendere posizione e in questo disco noi volevamo invece farlo. E’ il momento di essere qualcosa, o bianco, o nero, con tutto il grottesco che ne consegue.
Nei dischi passati sembra però che la volontà di reagire fosse maggiore, mentre in questo c’é più denuncia, ma più passiva. Come se diceste che non si può più fare nulla, che siamo arrivati alla fine…
M: Secondo me già la denuncia di qualcosa è una presa di posizione. E’ vero, questo è un disco sulle “non risposte”, ma purtroppo quelle che avevamo non sono più valide o si sono dimostrate completamente inefficaci. Non mi sembra sia comunque un disco passivo. Solitamente i dischi passivi sono quelli falsamente felici, con il sorriso forzato; quelli che fanno finta di niente. E’ vero, è un disco che non ti dà delle risposte, ma oggi non ne abbiamo.
E’ un disco nato da una forte sfiducia personale.
M: Perché, voi avete fiducia in questo mondo?
No, ma forse ci aspettavamo qualche indicazione in più…
M: Per noi era fondamentale trovare un certo tipo di sincerità, quasi integralista, estrema, che andasse d’accordo con quello che eravamo e che siamo ora. Non abbiamo mai pensato di progettare un disco per dargli una qualche funzione. Cerchiamo di fare le cose che ci piacciono ed evitare quelle che non ci piacciono e questa è l’unica risposta che abbiamo. Siamo un gruppo che si è messo in gioco tanto, rischiando anche il grottesco e dando un’immagine di sé non sempre chiarissima. Qualche volta siamo stati controcorrente anche in un modo politicamente scorretto, però è sempre stato il nostro modo di essere e continueremo così. Forse questo è un disco che non dà punti di riferimento, ma non ci credo perché a noi ne dà perché pone le basi per la comprensione di un certo tipo di malessere.
Certo non è un album consolatorio...
M: Infatti, non è consolatorio. Inoltre non è falso, cosa che sarebbe assai peggio. Non è “alziamoci e partite”, però prende coscienza delle cose in un modo spietatamente sincero. Non so se da qui si esce e si va da qualche parte, ma questo è quello che abbiamo.
Tornando all’India. In “Bye bye Bombay” ti riferisci a Mimì (Emidio Clementi, leader dei disciolti Massimo Volume) parlando di una cicatrice. Era un modo per parlare del rapporto che hai con lui o dei sentimenti che avete provato assieme in quel viaggio?
M: Sì, parlo del legame che ho con lui. Un rapporto di reciproca stima, reciproco amore e ammirazione, anche se a volte c’è stata un po’ di paura. Alla fine le persone con una personalità forte, contaminante, hanno sempre bisogno di essere contenute all’interno di argini. E se in un rapporto intenso questi argini non ci sono più alla fine si prova paura. E comunque quello è un messaggio piuttosto personale per cui chi vuole intendere…
Anche nel parlato di “Ritorno a casa” intendevi rendere omaggio ai Massimo Volume?
M: Diciamo che la vicinanza con i Massimo Volume e i reading che ho fatto con Mimì mi hanno sicuramente avvicinato a questo tipo di dimensione, al testo parlato. Loro lo hanno fatto prima di tutti e meglio di tutti, però sento che è una cosa che ormai mi appartiene. Ho scritto molti racconti e questo mi sembrava efficace così. Era un’occasione bellissima per non avere le gabbie della forma-canzone.
In questo disco canti molto. In “Non sono immaginario”, per esempio, usi molto la voce, mentre una volta avresti urlato di più. Una scelta?
M: Oddio, sono un fallito! In realtà quello che volevo fare era cambiare registro e cantare più in basso di quanto avessi fatto in passato. Non doveva essere un disco a cascata, ma molto intimista. Una volta certe cose le avrei gridate, ora non avevo la necessità di farlo anche se c’è ancora qualche pezzo in cui non sto proprio “sussurrando”…
Sì, ma più che un urlo è un cantato alto…
M: Diciamo che la dimensione urlo forse è troppo adolescenziale. Se urli e non ti liberi forse è tempo di cercare da qualche altra parte. Poi che io canti più del solito è una sconfitta, perché in realtà volevamo costruire dei pezzi con molti spazi strumentali e io volevo staccarmi dal microfono per avere una dimensione più dilatata. Ho ripreso a suonare molto la chitarra e Giorgio la batteria.
Infatti ci sono costruzioni di batteria che prima non c’erano…
Giorgio Prette: Infatti ha suonato un altro (risate)…
Comunque la domanda precedente voleva riferirsi più all’utilizzo del “bel canto” piuttosto che alla quantità delle parti cantate nei singoli brani…
M: (Fa un vocalizzo con conseguente risata generale). Non volevamo soffermarci sulle cose che sapevamo già fare. La nuova direzione è stata scelta in modo molto naturale, avevo bisogno di cantare così e sono contento di ciò. Finalmente mi libero da queste gabbiette…
C’è stato anche un periodo in cui cercavi la tua voce…
M: Dopo aver cantato per anni gli stessi pezzi non ne potevo più di sentirli. Ci sono brani che ancora mi piacciono, ma non ho più voglia di eseguirli. Ad esempio “Germi” e “Siete proprio dei pulcini”. Io non mi ci vedo a cantare brani che facevo a venticinque, ventisei anni. Non voglio essere imprigionato in quella dimensione lì e mi dispiace per chi non c’era. Il mio modo attuale di cantare mi piace molto di più perché ha più sfumature.
In “Non sono immaginario” ripeti più volte appunto di non essere immaginario, anche se non sembri molto convinto di questo. Credi che la vita di artista non ti permetta un contatto completo con la realtà?
M: Sì, una parte del grottesco e della perdita dei punti di riferimento dipende da quello. Quando abbiamo scoperto cosa voleva dire essere dei musicisti abbiamo anche scoperto che è una dimensione molto diversa da quella che ci immaginavamo, completamente diversa e con un sacco di merda nel mezzo. Ciò ha messo in dubbio, almeno per quanto mi riguarda, molte delle scelte che avevo fatto.
(Giuseppe Fabris/Valeria Rusconi)