Basta con i guru a buon mercato!
Date retta agli Alma....

Gli Almamegretta presentano il loro album, e il discorso tocca inevitabilmente temi importanti, come il razzismo, l’intolleranza. Merito di una filosofia che non è mai stata soltanto musicale, o meglio, che anche fuori dalla sua connotazione musicale ha saputo affrontare tematiche importanti. E’ successo sin da subito, con quella rivoluzionaria canzone che qualche anno fa, agli inizi della loro carriera, si intitolava “Figli di Annibale”, e succede ancora oggi in occasione dell’uscita di “4/4”, il loro nuovo lavoro. Un album sul quale il gruppo ha scomposto e ricomposto la propria musica seguendo tematiche musicali e suoni ancora una volta nuovi, non sempre finalizzandoli in canzoni efficaci, ma privilegiando l’estetica del groove. Ecco come lo raccontano i protagonisti…

Il titolo “4/4” sta a significare una nuova partenza dai quattro quarti o un ritorno a quel ritmo?
Veramente sta a significare una stasi ai quattro quarti…! (risate) Credo che noi abbiamo fatto un solo pezzo che non fosse in quattro quarti nella nostra carriera, e si intitolava “Sanacore”. E’ una siglatura ritmica che abbiamo sempre usato molto. A parte questo tutta la musica che si può ballare e che ci piace è in quattro quarti. Poi sentivamo anche il discorso di diverse coincidenze: questo è il nostro quarto disco, noi siamo in quattro, e il risultato è quattro su quattro, che poi fa uno e fa pensare all’unità degli Almamegretta. E poi è un titolo secco… la cosa in comune a tutti i brani è che sono in quattro quarti, è un disco con tempi molto diversi accomunati dalla stessa tensione verso il groove.

Come è nata la partecipazione di Sahinko Namchylak (una celebre cantante di Tuva, Mongolia, ndr) al vostro album?
E’ un’artista molto conosciuta a livello mondiale, per quanto riguarda la scena world. Ha delle capacità vocali incredibili nel nostro disco ne da solo un piccolo esempio, ma ascoltando i suoi album potreste veramente rimanere stupiti. Per quanto riguarda la collaborazione c’è da dire che noi avevamo bisogno di una voce che fosse molto diversa da quelle che circolano nel panorama musicale occidentale, e abbiamo pensato che lei potesse essere la persona giusta. A farci decidere per il suo nome è stato anche l’aver assistito ad un paio di suoi concerti, molto diversi tra loro: a volte si esibisce in musiche tradizionali, altre volte si è presentata accompagnata da dei DJ. Il suo modo di usare la voce proviene da lontano, ma lei riesce benissimo a mescolarla con la tecnologia. Normalmente a questi personaggi viene associata un’immagine di altri tempi, più legata alla musica e meno alle tecnologie, mentre nel suo caso c’è da dire che appena entrata in sala Sahinko ha iniziato a parlarci delle macchine che usavamo, facendoci capire immediatamente che aveva già le idee molto chiare riguardo ciò che potevamo fare insieme e come farlo. Questa è una cosa che ci ha colpito molto.

Dove siete andati con questo disco rispetto a “Lingo”?
Siamo andati un po’ avanti…”Lingo” per esempio è stato un disco di forte cambio, quasi di rottura. Dopo “Sanacore”, che per essere un album underground ha rappresentato per noi un buon successo con tanto di disco d’oro, avremmo potuto continuare su quella strada. Non è una cosa che ci interessa, però, ripercorrere strade già percorse e in questo senso “Lingo” è stato proprio una sterzata. Ci siamo detti “vediamo se quello che facciamo riesce ad adattarsi anche a sonorità di questo tipo”. Noi ascoltiamo un sacco di musica e in quel momento ci andava di fare un disco di quel tipo e l’abbiamo fatto. Per “4/4”, invece, è stato un po’ come riprendere delle cose di “Lingo” e affiancarle al mondo musicale di “Sanacore”, quasi come fare un bilancio degli ultimi due dischi. Questo disco è molto più immediato rispetto a “Lingo”, ha avuto dei tempi molto più brevi, ed è nato registrando le cose seguendo un flusso e poi tenendo anche le cose che maggiormente ci rappresentavano. Inoltre questo album è stato prodotto interamente da noi.

E poi c’è il discorso dell’italiano come lingua…
Sì, in precedenza solo “Sole” e “Figli di Annibale” erano cantati in italiano. Comunque questo disco è importante perché contiene varie sfide, che abbiamo raccolto. Una di queste era proprio l’idea di cantare in italiano, visto che il napoletano l’abbiamo sempre usato in un modo molto apolide: non ha mai rappresentato una rivendicazione di appartenenza ad un luogo, quanto piuttosto lo sfruttare un suono molto duttile e molto adattabile a tutto quello che facevamo noi.. Il napoletano era molto duttile, un po’ come l’inglese, ma questo ci porta a fare un altro discorso. L’inglese è duttile perché lo è diventato, nel senso che si tratta di una lingua che è diventata patrimonio di molte popolazioni, che ci hanno fatto un po’ quello che volevano! Lo slang che si ascolta nell’hip hop e nel reggae è molto lontano dall’inglese accademico, mentre il nostro italiano è ancora molto legato alla tradizione colta: noi siamo sfuggiti da questa caratterizzazione utilizzando il napoletano, che era un po’ il nostro asso nella manica, però sarebbe ora di fare sull’italiano quello stesso lavoro che è stato fatto sull’inglese. Anche l’italiano deve essere manipolato, e diventare ‘preda’ della cultura multietnica. Per quanto ci riguarda noi abbiamo fatto questo lavoro anche con il napoletano, che nel nostro modo è stato un po’ distorto e infatti chi conosce la lingua sa che quello che utilizziamo non è certo il linguaggio della canzone classica napoletana! E’ un’altra cosa, un napoletano parlato oggi per strada e adattato alla metrica e al sound giamaicano.

Che rapporto avete con internet e la musica diffusa con quel mezzo?
L’abbiamo fatto anche noi, visto che abbiamo presentato proprio il nostro primo singolo estratto dall’album – “Oreminutisecondi” – sul nostro sito e in parallelo su quello della nostra casa discografica. Riteniamo che internet sia un mezzo molto importante di comunicazione, di diffusione e anche di distribuzione della musica, ha tutte le potenzialità per affermarsi come mezzo principale, fatti salvi i problemi relativi ai diritti d’autore e di riproduzione. Il download dei file significherà presto un cambiamento totale del mercato e delle sue modalità: è una cosa che succederà sicuramente, anche se non sappiamo prevedere quando.

All’album ha partecipato anche Dre Love, già presente su “Lingo”: cosa ha fatto in questa occasione?
Un po’ di rap su “Figli di Dio” e sul brano che chiude l’album, “Cammisa doce”. Sono le cose che gli riescono meglio. Poi fa anche altre cose, ma non musicali…

Il video di “Oreminutisecondi” è molto particolare, con il suo modo di essere filmato da tre differenti angolazioni: è stato difficile girarlo?
Sì, molto. E’ una sorta di proiezione ortogonale, che ci ha provocato soltanto la difficoltà di doverci trovare in posti ben precisi mentre lo giravamo per tre volte di fila, altrimenti i piani non si sarebbero annullati come volevamo. E’ stato un lavoraccio, ma ne è valsa la pena, visto il risultato, è c’è da dire che i ragazzi che l’hanno girato – oltre ad avere le idee chiare – sono stati molto competenti.

Il disco si apre con “Cheap guru”, che sembra un brano di scherno nei confronti delle recenti mode new age: cosa vi aspettate dal millennio che arriva?
Non ci aspettiamo niente… o meglio, assistiamo all’incontro di due modi di vedere le cose. C’è la variante nazionalista, che prevede scontri tra paesi e popoli diversi, al fine di una divisione sempre maggiore, e una variante invece maggiormente aperta all’integrazione e allo scambio, all’arricchimento reciproco. Noi crediamo in un incontro paritario delle culture, cosa che non si può verificare fino a quando l’Occidente e l’Europa consumeranno i 5/6 delle risorse mondiali. Ci sono problemi enormi, adesso, come la cancellazione del debito pubblico per i paesi del terzo mondo, e tante altre cose, per cui non ha molto senso chiudersi dietro il solito concetto del “ma qui non c’è lavoro, cosa vengono a fare gli altri…”, anche perché se si continua così si arriverà al punto in cui il flusso immigratorio diventerà una vera e propria invasione. Quando io ho fame, esco di casa e vado alla ricerca del cibo: e se non lo trovo, sono disposto anche a rubare. Se poi mi sento derubato, figurati cosa sono capace di fare. Questo passaggio e questo incontro devono avvenire per forza, e speriamo che avvengano nel modo più pacifico possibile. E’ chiaro che l’immigrazione porta problemi, non si può dire di no, però è anche un’esperienza in grado di arricchire le persone che la fanno, molto dipende dalle reazioni di chi la vive. Gli italiani sono emigrati ovunque, e immagino che agli inizi abbiano avuto gli stessi problemi, al punto di creare strutture di criminalità organizzata che sono diventate famose. Questo succede quando una comunità si trasferisce in un posto in cui non ha nessuna difesa, è oggetto di razzismo e inizia a difendersi: a quel punto si entra in una spirale perversa per cui arrivano i soldi e la difesa si trasforma in crimine. Qui sta succedendo la stessa cosa: arrivano gli albanesi, iniziano vendendo il fumo e poi diventano ingranaggi di una macchina molto più grande di loro. Sono grossi problemi, ma non basta chiudere gli occhi e le frontiere per risolverli.

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