Il rock e la metamorfosi di una dance band...

Noko, Trevor Gray e Mary Mary sono mollemente adagiati su uno dei divani che compongono la hall del Palace Hotel di Milano. Tenuta casual sportiva e parecchia voglia di raccontare il nuovo album e lo ‘stacco’ che li ha portati a concepire un disco come avrebbe fatto una vera rockband. La prima cosa, quindi, è stata quella di munirsi in pianta stabile di un cantante, cosa fatta coinvolgendo l’esplosivo Mary Mary nella line up del gruppo. Che in “Gettin’ high on your own supply” mette a fuoco con ancora più potenza i contorni della propria musica…

A giudicare dal suono di questo album, vi avviate a diventare sempre di più una rock band…
E’ un’evoluzione naturale per la nostra musica. E’ iniziata con il nostro secondo album, visto che quando lo abbiamo registrato eravamo ancora un trio. Al momento di portarlo in tour, però, ci siamo resi conto che l’apporto di una serie di musicisti sarebbe stato fondamentale per la riuscita dei concerti, così ci siamo preoccupati di trovare due batteristi – uno elettronico e uno acustico -, un bassista, un DJ…Così alla fine l’aver suonato molto dal vivo ci ha messo nella giusta lunghezza d’onda per lavorare a questo nuovo album, che ha finito per essere influenzato da quel tipo di approccio. E’ un disco di cui siamo molto orgogliosi… E’ un’esperienza molto diversa dal solito, per noi. Ci piace l’idea di avere degli ospiti, come fanno molti gruppi dance, ma questa volta abbiamo preferito lavorare come il nucleo di una vera rock band. Anche per questo abbiamo privilegiato, tra le cose che avevamo già pronte, quei brani che potevano svilupparsi meglio in una dinamica live…

Immagino che aver cambiato approccio dal punto di vista musicale abbia condizionato in qualche modo anche il vostro modo di scrivere…
No, in realtà non più di tanto, a parte il fatto che adesso coinvolge più persone. Per il resto la prima cosa da dire è che abbiamo un nostro studio di registrazione, e che possiamo lavorare contemporaneamente su più tracce in diverse sale. Così uno di noi può essere impegnato a cantare su un brano mentre un altro starà registrando le parti di chitarra o di tastiera. E’ un modo di lavorare molto libero, grazie al fatto di avere a disposizione un’intera struttura con una sala grande e due piccole. C’è sempre qualcuno che lavora ad un pezzo, nella nostra palazzina! Le canzoni tendono a nascere dal lavoro iniziale di una o due persone, ma poi crescono e finiscono con il coinvolgere altri musicisti, e ognuno porta nel brano le sue esperienze.

La vostra carriera è fortemente determinata dalla vostra capacità di scrivere canzoni di successo o di remixare successi di altri. Ha ancora senso per voi ragionare in termini di album, e con quale approccio lavorate ad una raccolta di canzoni?
Sì… buona domanda…quando iniziamo a lavorare a un album, non ci poniamo certo il problema di individuare dei singoli, o di scriverne. Pensiamo piuttosto a quale potrà essere il suono complessivo del disco: ciò non toglie che in occasione di questo lavoro ci siano state delle discussioni relativamente a quello che sarebbe stato più opportuno pubblicare come singolo. Anche relativamente alla scena dance, il discorso si riduce ad avere delle buone idee. In ogni caso ci interessava un suono live, anzitutto.

Credete che il pubblico e la stampa riusciranno a considerarvi come una moderna rock band o resteranno piuttosto ancorati al vecchio stereotipo della dance band con dei riff di chitarra?
Non lo sappiamo, per quanto ci riguarda crediamo di essere una rock band moderna da 21esimo secolo. Credo che chi coglierà l’opportunità di ascoltare il nuovo album riuscirà a capire cosa facciamo. All’inizio degli anni ’90 non era facile, per i giornalisti musicali inglesi e per la scena dance, capire quello che facevamo. Abbiamo suonato al primo Tribal Gathering, 5 anni fa, salendo sul palco con quattro strumenti – basso, chitarra, tastiere e batteria – ed eravamo l’unico gruppo che utilizzava strumenti; all’ultimo Tribal Gathering invece c’erano una dozzina di gruppo che mescolavano elettronica e strumentazione tradizionale. Così speriamo che la gente lo capirà…Tu cosa ne pensi?

Credo che chi ascolterà il disco se ne renderà conto… d’altra parte è anche vero che in Italia siete molto conosciuti come gruppo legato alla scena dance, e per il vostro lavoro di remixers, qualifica che di per sé fa pensare alla musica dance…
E infatti credo che non faremo più remix per un po’, perché è arrivato il momento di concentrarci sulla nostra musica. Forse ogni tanto faremo qualcosa per artisti o pezzi che ci piacciono molto, perché dopotutto è una sfida intellettiva molto forte quella di fare un remix. Si tratta di dare diverse interpretazioni all’idea di qualcun altro, ma adesso, come recita il titolo del nostro album, abbiamo bisogno di “getting high on our own supply”…

Come remixers avete lavorato sulle tracce di uno dei più importanti chitarristi rock della storia, Jimmy Page, visto che avete remixato “Come with me” di Puff Daddy. E’ stato emozionante?
Sì, questo è stato il vero motivo per cui abbiamo fatto quel remix. Siamo sempre stati dei grandi fans dei Led Zeppelin, e così nel momento in cui ci hanno chiesto di remixare quel pezzo è bastata l’idea di poter mettere le mani sul desk e sentire la chitarra di Page che ci ha fatto dire di sì!

In che modo solitamente scegliete i remix da fare? Agite da professionisti o da fans?
Dipende…diciamo che solitamente quello che ci appassiona è l’idea di base, e la possibilità di poterla leggere secondo la nostra sensibilità e renderla qualcosa di diverso e di unico. Potremo arrivare a questo scopo esagerando le dinamiche, aggiungendo suoni oppure, al contrario, destrutturando tutto il brano. Sul brano di Puff Daddy l’idea era proprio quella di mettere le mani su quel riff. La cosa curiosa di quel brano è che gran parte delle tracce di chitarra sono state registrate da Tom Morello dei Rage Against The Machine! Jimmy Page suona delle svisate su quel brano, ma il riff è suonato quasi interamente da Morello. Comunque lui è uno dei pochi chitarristi interessanti venuti fuori di recente…non sapremmo indicarne molti altri capaci di suscitare entusiasmo come lui. John McGear, forse, poi c’è stato Vernon Reid, ma non suonava niente di innovativo…

Il fatto di esservi evoluti verso una direzione maggiormente ‘suonata’, è dipeso anche dall’aver percepito in qualche momento l’uso dell’elettronica come un limite per la vostra musica?
La tecnologia non è mai un limite, anzi aiuta. Tecnologia è poter avere la chitarra di Eddie Van Halen sul tuo disco tutte le volte che vuoi! E poi, tutto dipende da cosa intendi per tecnologia: la chitarra a suo modo è tecnologia, il violino – quando è stato inventato – era tecnologia, battere le mani davanti alla tua bocca mentre canti per dare un suono diverso alla tua voce è tecnologia! La storia della musica è segnata dalla tecnologia, dalle invenzioni; se Mr. Sax non avesse inventato il sassofono il jazz non sarebbe esistito! L’importante è non abusare della tecnologia…però se pensi a quanti passi avanti sono stati fatti anche soltanto usando lo stretching con i campionamenti vocali, oppure i filtri come ha fatto Cher nel suo ultimo singolo… la tecnologia offre tantissime possibilità.

C’è qualche band che giudicate similare a voi dal punto di vista dell’approccio artistico?
I Propellerheads, visto che anche loro hanno un forte impatto dal vivo e salgono sul palco con dei musicisti. Per il resto siamo concentrati molto su di noi, sulla nostra musica. L’anno scorso, ad esempio, siamo andati in tour con Prodigy e Rage Against The Machine, e alla fine abbiamo trovato diverse affinità con entrambi i gruppi. Poi ci piacciono molto i Leftfield. Crediamo anche che gruppi come i Chemical Brothers e altri di quel genere corrano il rischio di entrare in crisi tra qualche anno, visto che iniziano già a ripetersi.

Il vostro approccio ricorda quello dei Portishead, anche se il genere musicale è completamente diverso. Siete d’accordo?
Assolutamente sì. Siamo molto contenti di un paragone del genere, perché ci piacciono moltissimo e, nonostante il nostro suono sia molto diverso dal loro, è vero che l’approccio è invece alquanto simile. Hanno fatto un ottimo lavoro con l’orchestra. Per quanto riguarda il nostro approccio è quanto di più instabile possa capitare: pensa che il prossimo singolo dopo “Stop the rock” ha una parte vocale registrata in un microfono da due sterline!

E cosa potete dirmi dell’esperienza fatta con Jean Michael Jarre in occasione del brano scritto per i Mondiali di Calcio del 1998?
L’avevamo sentito per la prima volta quando ci aveva contattato per remixare un brano per la nuova versione di “Oxygene”. Abbiamo fatto un buon lavoro e così è tornato a chiamarci per collaborare su quella che sarebbe stata la sigla dei Mondiali di Calcio. E’ venuto nel nostro studio ed è stata una bella esperienza, visto che in un certo senso lui è uno dei padri della musica elettronica. Il suo entusiasmo per la musica è coinvolgente, perché traspare chiaramente dal suo modo di comportarsi che è pazzo per i suoni! E poi, ha dei gusti musicali strepitosi, che non ti aspetteresti… tipo che ama gli Shadows e Hank Marvin!

E cosa mi dite della vostra partecipazione a “Lost in space”?
Be’, non è di sicuro il film più bello che abbiamo visto, ma lavorare alla musica è stato interessante. Molto eccitante, prendere il tema che era molto famoso, e lavorarci alla nostra maniera.

So che avete scritto anche della musica per la playstation: c’è qualcosa che non avete fatto ancora?
Sì, suonare sulla luna…

Avrete sicuramente scritto anche musica per spot pubblicitari…
Non esattamente, però hanno usato molto la nostra musica come sottofondo per i programmi televisivi che si occupano di calcio. E' successo sia in Germania che negli Stati Uniti e, sebbene non paghino somme da diventare ricchi, riescono a far diventare tuoi brani abbastanza conosciuti.

Avete già messo la vostra musica su internet?
Il nostro sito è già operativo da qualche settimana, e lì puoi trovare molte cose…

Altre interviste

Beth Hart - La rocker di Los Angeles e il suo secondo album: l'importante è to be fucked up! (10/09/1999)

Missy Elliott - La nuova regina dell'hip hop, maleducata, sincera e 'futurista'... (07/09/1999)

Offspring - Ma quale fenomeno da (M)TV, il gruppo rivendica la propria purezza... (04/09/1999)

Breakbeat Era - Il progetto 'alternativo' di Roni Size, o meglio, uno dei suoi tanti... (01/09/1999)

24 Grana - Metaversus e altre storie nell'intervista al gruppo napoletano. (29/08/1999)

© 2026 Riproduzione riservata. Rockol.com S.r.l.
Policy uso immagini

Rockol

  • Utilizza solo immagini e fotografie rese disponibili a fini promozionali (“for press use”) da case discografiche, agenti di artisti e uffici stampa.
  • Usa le immagini per finalità di critica ed esercizio del diritto di cronaca, in modalità degradata conforme alle prescrizioni della legge sul diritto d'autore, utilizzate ad esclusivo corredo dei propri contenuti informativi.
  • Accetta solo fotografie non esclusive, destinate a utilizzo su testate e, in generale, quelle libere da diritti.
  • Pubblica immagini fotografiche dal vivo concesse in utilizzo da fotografi dei quali viene riportato il copyright.
  • È disponibile a corrispondere all'avente diritto un equo compenso in caso di pubblicazione di fotografie il cui autore sia, all'atto della pubblicazione, ignoto.

Segnalazioni

Vogliate segnalarci immediatamente la eventuali presenza di immagini non rientranti nelle fattispecie di cui sopra, per una nostra rapida valutazione e, ove confermato l’improprio utilizzo, per una immediata rimozione.