La nuova regina dell'hip hop, maleducata, sincera e 'futurista'...

Due anni fa ha ridefinito i contorni della musica black contemporanea con una formula sonora che spazzava via la linearità dei 4/4 in break dell’hip hop e con rime ironiche ma allo stesso tempo taglienti. Oggi Missy Elliott torna sulla scena con “Da real world”. Al suo fianco c’è ancora il fedele Timbaland, inventore delle ritmiche digitali ultrasincopate di “Supa dupa fly” (il primo disco), colui che ha ripensato, per il mercato black americano, le regole del drum’n’bass (i ritmi architettati da Timbaland non sono altro che d’n’b al rallentatore). Non solo. Questo disco ha fatto da catalizzatore delle energie di alcuni tra i rapper più “caldi” (Eminem, Redman, Big Boi di Outkast). Il risultato è post soul, r&b plastificato, o molto più semplicemente, come dice Missy Elliott nell’intervista qui di seguito, musica futuristica.

Che significato attribuisci al titolo di questo nuovo album?
“Un sacco di volte noi tendiamo a camuffare, a mimetizzare la realtà. Non siamo capaci di guardare dritto in faccia a ciò che sta succedendo, al fatto che i ragazzi, là fuori, si drogano, fanno sesso con chi gli capita. Ci comportiamo come se là fuori ci fosse il sole e invece piove dalla mattina alla sera. Questo non è il “mondo reale”. Il mondo reale è quello di cui cerco di parlare in “Da real world”. L’ho fatto stando attenta a non cadere negli stessi meccanismi che ci fanno vedere il sole al posto della pioggia. L’ho fatto dando la priorità a ciò che sentivo, senza freni inibitori. All’inizio è stato duro seguire i miei sentimenti. Avevo paura che la realtà potesse offendere qualcuno. Avevo paura di essere male interpretata. Ma poi mi sono detta; okay, io sono un essere umano, con tutto il mio bagaglio di sentimenti. Non posso negare ciò che sento, non fare ciò che sento giusto per me per non ledere la libertà o i sentimenti di qualcun altro.

Come definiresti il tuo stile in questo “mondo reale”?
“Futuristico. E’ quello che cerchiamo di fare io e Timbaland. Guardare avanti, cercare di fare nuove mosse, senza fermarci a ciò che è già stato fatto in precedenza. E’ questo modo di vedere le cose, di creare qualcosa di futuristico che ci ha permesso di entrare in studio a registrare “Da real world” senza incappare nell’errore di fare una copia di “Supa dupa fly”. E sarebbe stato molto semplice fare “Supa dupa fly” parte seconda. Nei mesi passati, quando me ne andavo in giro, c’era un sacco di gente che mi faceva i compimenti, che mi diceva quanto gli era piaciuto “Supa dupa fly”. Erano tutte conferme, rassicuranti conferme che mi dicevano; questa formula funziona, non cambiarla. Ma non cambiare non fa parte del mio stile. E quindi eccoci qui, con “Da real world”.

Rispetto a “Supa dupa fly” allora cosa è cambiato?
“I ritmi per esempio. Timbaland se n’è andato in Giappone per qualche settimana. Ha fatto incetta di dischi rari, cercando battute che “suonassero ruvide”. Quindi il risultato finale che ha ottenuto è un suono più “da strada”, più “underground”, anche se questo non vuol dire che le canzoni non siano accessibili, anzi, quando le senti penso sia impossibile non muovere il tuo corpo. Sono “da strada” ma allo stesso tempo molto commerciali”.

Non hai avuto paura che Timbaland, con il successo che avete avuto con il primo album, se ne potesse andare per la sua strada?
“No. A lui non interessa fare carriera come solista. A lui piace stare in studio di registrazione a produrre o remixare i dischi degli altri, facendo fluire le sue meravigliose idee all’interno dei miei dischi. E poi a lui non piace fare interviste. Anche quando abbiamo finito questo album la prima cosa che mi ha detto è stata; “okay Missy, le interviste te le fai tutte tu. Io sono un rude. Non sono capace di parlare con i giornalisti”. Capisci che con questa avversione per i media sarebbe un po’ duro portare avanti una carriera solista…”

In questo “mondo reale” ci sono un sacco di ospiti che ti hanno aiutato a portare a termine l’album…..
“Oh, si. In questo disco ho dovuto avere a che fare con un sacco di gente. Eminem, Busta Rhymes, Redman, Lil’Mo, Da Brat, Big Boi (degli Outkast, n.d.r.) e, naturalmente, Timbaland. Con lui è stato facile. Sai, lui ha prodotto anche il mio primo disco. Allora andai da lui e gli dissi; “hey, hai voglia di lavorare al mio album?” Lui disse subito di sì. Questa volta è stato lo stesso. E’ un rapporto collaudato e non ci sono stati problemi. Tutto è andato liscio. Lo stesso è successo con Eminem. Lui mi piaceva già ancora prima di conoscerlo. Mi piace il suo modo di fare. E’ forse il primo rapper bianco a non voler scimmiottare a tutti i costi lo stile dei rapper neri. Non lo sentirai mai dire stronzate del tipo; yo!. Non ha bisogno di farlo. E poi mi è piaciuto molto come si è rapportato a me. Era molto rispettoso del mio lavoro e per “Beat biters”, quando aveva un’idea, me ne parlava, sentiva cosa ne pensavo. Insomma, è stato molto gentile”.

Chi è la puttana di cui parli nel tuo primo singolo, “She’s a bitch”?
“Oh, nessuno in particolare. Nel “mondo reale” ognuno può essere una puttana. Che sia una donna che lavora al Mc Donald dietro casa piuttosto che in un giornale o a capo di una casa discografica non fa testo. Ciò che conta è come una donna si comporta. In un mondo dominato dagli uomini, se una donna si atteggia come gli uomini, con i suoi tipici atteggiamenti aggressivi, di prevaricazione nei confronti di altri esseri umani, beh, allora quella è una puttana. Ma essere una puttana può anche avere connotazioni positive. Una “puttana” è una donna che sa ciò che vuole, che sa farsi rispettare, che porta avanti le sue idee, sempre nel rispetto degli altri. Io sicuramente cerco sempre di seguire quest’attitudine da “puttana” positiva, ma spesso capita anche che tu sia costretta ad essere aggressiva per tenere a bada i maschi. Purtroppo la realtà è anche questa. Molti, ancora una volta, confonderanno il significato di questa parola, attribuendogli solo quello più comune a tutti. Ma a me non interessa. Non posso costringere nessuno a guardare in faccia alla realtà. Se gli sta bene di pensare che là fuori c’è il sole quando invece piove, beh, problemi loro”.

A parte il singolo, qual è la canzone che ti piace di più in “Da real world”?
Una delle canzoni a cui sono più affezionata è senz’altro “Beat biters” (scritta con Eminem, n.d.r.). E’ speciale perché in questo pezzo parlo di come la gente dovrebbe avere ognuno il proprio stile, credere in ciò che è e in ciò che fa, non essere soggetta a nessun tipo di influenza. Dovrebbe insomma cercare di essere originale, di seguire la propria strada. E questo chiaramente vale anche per la musica. Se guardiamo in faccia alla realtà, alla realtà della musica black, ci rendiamo conto che dobbiamo sempre sorbirci gli stessi ritmi, le stesse melodie. Io e Timbaland abbiamo cercato di non cadere nei luoghi comuni della musica black di questi anni. Questo non vuol dire essere strani a tutti i costi. Vuol dire soltanto cercare di essere originali, di dire qualcosa di nuovo.

Che effetto ti fa avere avuto tutto questo successo?
“Sono cosciente di questo successo ma so che un domani arriverà qualcun altro e prenderà il tuo posto. E’ per questo che cerco il più possibile di essere a contatto con la realtà e di controllare ciò che faccio, mantenendomi sempre fedele a ciò che penso. E’ per questo che mi piace muovermi, guardare sempre a quello che ci può essere dietro l’angolo, cercando di non rimanere impigliata in ciò che è stato, andando alla ricerca, ogni volta, di qualcosa di nuovo”.

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