Biografia

Claude Russell Bridges nasce a Lawton, Oklahoma, il 2 aprile 1942. Talento precocissimo, inizia a prendere lezioni di pianoforte all’età di quattro anni, e a quattordici comincia a esibirsi nei night club di Tulsa. A sedici fa già parte di una band professionista, gli Starlighters, che accompagna dal vivo Jerry Lee Lewis, e un anno dopo si trasferisce per lavoro a Los Angeles. Per suonare nei locali della città degli angeli è costretto a barare e a fingersi maggiorenne, facendosi prestare tessere sindacali e carte di identità da amici e conoscenti: a uno di questi, tale Leonal, si ispira per il suo nuovo nome d’arte, Leon Russell. Grazie alla cantante ed autrice Jackie DeShannon entra nel giro dei produttori Phil Spector e Jack Nitzsche, diventando un turnista ricercato (come membro della leggendaria Wrecking Crew) ai cui servigi ricorrono artisti del calibro di Frank Sinatra, Beach Boys, Byrds (“Mr. tambourine man”) e moltissimi altri. Costruito il primo studio di registrazione casalingo, nel 1968 debutta in proprio con una band, gli Asylum Choir, che lo vede a fianco del rocker texano Marc Benno (l’album che esce quello stesso anno si intitola LOOK INSIDE THE ASYLUM CHOIR). Ma sono le sue frequentazioni con Delaney, Bonnie & Friends e con Joe Cocker (di cui produce nel 1969 l’album omonimo, firmando l’hit “Delta lady”) ad attirargli la stima e le simpatie di George Harrison, Eric Clapton e di altri membri del jet set musicale internazionale.
Da quel momento la sua vita professionale subisce una svolta: fondata un’etichetta, Shelter, con il produttore Denny Cordell, la tiene a battesimo nel 1970 con l’album LEON RUSSELL, che oltre a “Delta lady” contiene altri classici portati al successo da Ray Charles (“A song for you”) e da B.B. King (“Hummingbird”); alle session partecipano Harrison e Ringo Starr, la sezione ritmica dei Rolling Stones (Bill Wyman e Charlie Watts), Clapton e Steve Winwood. Nella primavera del 1970, Leon è l’ideatore e direttore musicale del progetto “Mad dogs & Englishmen”, pittoresca congrega viaggiante di musicisti che ha in Joe Cocker il suo frontman e il cui leggendario tour viene immortalato da un doppio live e da un celebre “rockumentario” (la sua “Superstar”, uno dei pezzi forti in scaletta, diventerà un hit per i Carpenters). Sulla scia di quel successo, Russell pubblica LEON RUSSELL AND THE SHELTER PEOPLE e, nell’agosto del 1971, viene chiamato da Harrison a partecipare al celebre “Concert for Bangla Desh” al Madison Square Garden di New York: i suoi lunghissimi capelli lisci, le sue tube e i suoi costumi sgargianti entrano definitivamente nell’immaginario rock.
Tra il 1972 (anno di pubblicazione di CARNEY, numero due nelle classifiche americane) e il ’73 (quando licenzia il triplo LEON LIVE, mentre Billboard gli assegna la palma di maggiore attrazione dal vivo del mondo ) tocca l’apice della carriera: quello stesso anno, però, spiazza tutti inventandosi un nuovo alter ego, Hank Wilson, con cui pubblica un album country, HANK WILSON’S BACK. Russell sta evidentemente cambiando rotta: inizia a frequentare i picnic organizzati ogni 4 luglio da Willie Nelson, con cui collabora per l’album STOP ALL THAT JAZZ; e dopo la pubblicazione di un disco pop, WILL O’ THE WISP, lascia la Shelter a causa di contrasti insanabli con il socio Cordell (che poco dopo lancerà la carriera di Tom Petty & the Heartbreakers). Creata una nuova etichetta, Paradise, e sposata la cantante afroamericana Mary McCreary, a metà anni ’70 Russell incide con lei un paio di album che evidenziano il progressivo (e volontario) allontanamento dal mainstream e dalle luci della ribalta: l’ultimo scossone alle classifiche arriva nel 1979 con ONE FOR THE ROAD, inciso ancora con l’amico Nelson.
Nell’81 Leon si ferma, distrutto dal divorzio da Mary e depresso dallo scioglimento dell’ultima band, i New Grass Revival. Torna in azione tre anni dopo ma è un fuoco di paglia, perché tra la seconda metà degli anni ’80 e i primi ’90 abbandona le scene. Riprenderà sottovoce, con esibizioni in piccoli locali e una lunga collana di dischi destinati solo ai fan più irriducibili, i “Leon Lifers”. Il ritorno sotto i riflettori avviene per iniziativa del suo vecchio fan Elton John: a trentasette anni dal loro ultimo incontro, la superstar inglese lo rintraccia convincendolo a incidere con lui un album, THE UNION, che (complice la produzione di T Bone Burnett) lo riporta ai fasti dei tempi d’oro e all’attenzione dei media internazionali. Sull’onda di quell’album, Russell ne incide uno tutto suo, LIFE JOURNEY, con la produzione esecutiva di John: esce nel 2014 e contiene brani nuovi e soprattutto rivistazioni di classici di ogni tipo, da “Come on in my kitchen” di Robert Johnson a “New York state of mind” di Billy Joel.
(04 apr 2014)