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di Gianni Sibilla

(Premessa: questa recensione inizia con un preambolo sui Pearl Jam e…



di Gianni Sibilla

(Premessa: questa recensione inizia con un preambolo sui Pearl Jam e sulla strana attesa di questo disco sui social. Se non ve ne frega una mazza - più che legittimo - e volete sapere com’è il disco, fate il salto alla prossima parentesi. Se volete, addirittura, andate alla fine, dove ne parliamo canzone per canzone.)

Ci sono poche band “universali” come i Pearl Jam. Credibilità enorme, difficilmente ne sentirete parlare male apertamente. Una cosa rara, in un periodo in cui la musica è sempre più fatta di tribù e tifoserie schierate una contro l’altra: oggi non basta dire che non ti piace, ma è necessario esprimere a voce alta lo schifo.
“Lighting bolt” arriva a 4 anni da “Backspacer”. Dire che è uno degli album rock più attesi dell’autunno è poco. Basta vedere quanto se n’è parlato in quel luogo del racconto della musica che è la conversazione sui social network. E lì si manifestano solitamente cinque figure, ad ogni uscita importante:
1)Il fan: quello a cui piace tutto, basta che sia riconoscibile
2)L’appassionato fiducioso
3)L’appassionato ma scettico/deluso (quello che ascolta il primo singolo e ha da ridire, con diverse gradazioni)
4)L’hater (“haters gonna hate”...)
5)Il convertito (quello che prima facevano schifo, ora...)

La mia cerchia di amici è fatta di addetti ai lavori, appassionati e fan dei Pearl Jam (disclaimer: io faccio parte di tutte e tre le categorie, senza soluzione di continuità). E, per la prima volta, ho notato un forte scetticismo nei confronti della band. Nessun hater - i PJ ne hanni ben pochi, mi pare. Tanti fan, molti entusiasti come sempre. Ma altrettanti che, da appassionati, hanno detto non senza amarezza che “Mind your manners” e “Sirens” facevano cagare (senza giri di parole).
Sono andato ad ascoltare questo disco con quelle conversazioni nelle orecchie e pensando che di “Backspacer”, alla fine, mi era rimasto addosso ben poco, quattro anni dopo. Ci sono ancora, i nostri? Hanno stufato? O sono una band in quella fase da “grande esperienza, grande mestiere, pochi guizzi?”
La mia idea era che quelle due canzoni erano buone cose “alla Pearl Jam”, nulla di più, nulla di meno: un bel punkettone (ma già sentito: “Spin the black circle” etc) la prima e una classica ballata/mid tempo la seconda. Entrambe sostenute dall’interpretazione di Vedder (buona nella prima, magnifica nella seconda). Ma un disco tutto così avrebbe dato ragione ai delusi.




(Qua inizia la parte dove si parla del disco. Benvenuti se avete saltato la parte precedente. Grazie per la pazienza, se avete retto il preambolo)

“Lightning bolt” non è il disco che ci si può aspettare dai Pearl Jam: “Mind your manners” e “Sirens” non sono così rappresentative della varietà dell’album. Che, per certi versi, è sorprendente.
Bisogna dar atto ai Pearl Jam, che dopo un paio di dischi tutto sommato “nella norma” hanno provato a spostare le carte in tavola, uscendo un po’ dai loro canoni. Un bel po’.
Certo, quel “canone” è ben rappresentato: la title track è un esempio di rock “alla Pearl Jam”, scritto, cantato, suonato benissimo. L’attacco di “Getaway” è un altro rock dritto, con gran tiro e grandi suoni, ma molto, molto già sentito. Ma già da “Father’s son” le cose cambiano. E cambiano in buona parte del disco - con il quasi funk-rock di “Infallible”, il bluesaccio (post)moderno di “Let the records play”, i suoni rarefatti di “Pendulum”. E’ un disco dall’andamento poco lineare, per certi versi - sicuramente meno dei precedenti. Ora, in tutto questo è chiaro un dato: i Pearl Jam, hanno superato (da un bel po’ di tempo) l’apice della loro produzione in studio. La cosa migliore che è uscita dalle loro parti, nell’ultimo decennio, peraltro, l’ha fatta Eddie Vedder: quel capolavoro della colonna sonora di “Into the wild”; echi se ne sentono anche qua, in diverse canzoni: “Sleeping by myself” - incisa in “Ukulele songs”, che anche con la band sembra una canzone solista del cantante. Così come le due ballate finali”, “Yellow moon” e “Future Days”.
Insomma, “Lightning Bolt” non è il disco che farà gridare al miracolo e non è paragonabile con gli album “classici” della band. Ma è comunque un signor disco.
A me ha ricordato “No line on the horizon” degli U2. Non perché i Pearl Jam provino a suonare come Bono & co (Dio ce ne scampi) - ma perché lì la band arrivava da uno dei dischi più dritti (e banali) della sua carriera, e aveva provato a cambiare suoni e struttura di una parte delle canzoni, pur rimanendo riconoscibile. “Lightning bolt” fa una cosa simile. Non è ai livelli di quel capolavoro spiazzante che fu “No code”, ma fa il suo lavoro con buonissimi risultati. Il tempo dirà se è un disco che rimane.

(Ecco, qua si va veramente nel dettaglio: una piccola descrizione canzone per canzone, di quelle che hanno senso solo per la curiosità, visto che questa recensione esce con due settimane buone di anticipo sull’album. Se avete retto fino a qua leggendo tutto fate parte davvero dei fan o degli appassionati “borderline”. Grazie.)

“Lightining bolt” - canzone per canzone.

“Getaway”: rock dritto dall’andamento tradizionale, scritto tutto da Vedder. Gran suono di chitarre - ricorda molte cose “classiche” della band - pure troppo - senza l’atteggiamento punk del singolo. Vedder parla di trovare un rifugio: “It’s ok/Sometimes you find yourself/Having to put all your faith/In no faith”.
“Mind your manners” : Questa già la conoscete. Un punkettone bello ma anche questo tutto sommato di maniera, un genere già frequentato spesso in passato dalla band, che non ha mai fatto mistero dell’amore per band com X, Dead Kennedys, Bad Religion.
“My father's son” : Uno strano rock, dall’andamento quasi altalenante, o dominato dal giro di basso di Ament - che infatti ha scritto la musica. Non sembrerebbero i PJ - ed è un gran bene - se non per la voce di Vedder. Che racconta una storia di rapporti complicati con i genitori, dalla cui eredità bisogna liberarsi (“From the moment I fail/I call on DNA/Why such betrayal? /I gotta set sail”).
“Sirens” : anche questa la conoscete. Ho letto di gente che la ama alla follia e gente che la trova noiosa, paragonandola ai Nickelback (non scherziamo, dai). Un pezzo basato sulla 12 corde acustica e soprattutto sull’interpretazione da urlo di Vedder. Senza di lui...
“Lightning Bolt” Scritto tutto da Vedder - parte come un mid tempo, che ricorda molte cose già storiche della band: il giro di chitarra iniziale sembra un po’ “Wish list”, ma più veloce; poi la canzone accelera, e parecchio, nel ritornello, che è rock puro; gran brano, anche se questo forse un po’ di maniera - la prima “title track” della storia del gruppo.
“Infallible” : Altro pezzo dall’andamento strano, quasi sincopato, scritto a tre mani da Vedder con Gossard e Ament, con una bella apertura nel ritornello. C’è addirittura il Tenori-on usato come sequencer da Brendan O’ Brien - ma quasi non si sente. Vedder canta della presunzione umana: “By thinking we’re infallible/We are tempting fate instead”
”Pendulum” Altra canzone scritta a tre mani da Vedder/Gossard/Ament: una ballata dal suono, rarefatto, stratificato, con strumenti quasi lontani. Anche la voce di Vedder, si allontana nell’acuto: canta della condizione umana, questa volta delle sue continue oscillazioni, come un pendolo, appunto: “Easy come and easy go/ Easy left me a long time ago”
“Swallowed whole” : rock elettro-acustico, ricorda un po’ alcuni momenti del disco precedente, un power-pop quasi remmiano, con la 12 corde elettrica che si inserisce sull’acustica, mentre Vedder canta del sentirsi parte di qualcosa di più grande, la natura.
“Let the records play” rock blues con chitarre distorte tra Neil Young e i Black Keys. Anche qua, andamento e suoni che non ti aspetti dai PJ. Dio fa il DJ? “When the Kingdom comes/He puts his records on/And with his blistered thumb hits play”.
“Sleeping by myself”: trasformata in un folk rock, con chitarre acustiche - suona più piena (e migliore) di quella su “Ukulele” songs” del solo Vedder. L’ukulele rispunta alla fine, però.
“Yellow moon” Una ballata abbastanza tradizionale, basata su una chitarra acustica su cui arriva l’elettrica - la band gioca sul sicuro.
“Future Days” Altra ballata, che parte con il piano - poi entra una chitarra arpeggiata, dopo addirittura un violino. Una canzone d’amore, il rapporto a due come redenzione, in un brano che sembra arrivare dritto dalla produzione solista di Eddie Vedder, potrebbe stare su un suo disco.

TRACKLIST:

Getaway
Mind Your Manners
My Fathers Son
Sirens
Lightning Bolt
Infallible
Pendulum
Swallowed Whole
Let The Records Play
Sleeping By Myself
Yellow Moon
Future Days

 

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