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SYMPHONICITIES
Ricordate le ultime, smarcanti azioni di Sting? Da quando può fregiarsi del titolo di artista Deutsche Grammophon, l’inglese di Newcastle – reunion tour dei Police a parte – s’è intelligentemente inventato una carriera parallela nel crossover: prima con una raccolta di madrigali per voce e liuto recuperati dal canzoniere cinque-secentesco di John Dowland, poi con una collezione di inni, carole natalizie e brani folk che celebrano la stagione invernale . In altre parole: il signor Gordon Sumner non pubblica un disco “pop” di materiale inedito dai tempi dello scialbissimo “Sacred love”, datato 2003. Se è per questo, va detto che è in buona compagnia: Peter Gabriel, per dire, è ancora fermo ad “Up” (2002), Roger Waters ( se si eccettua la divagazione sinfonica di “Ça ira”) addirittura al 1992 di “Amused to death”. Esito prevedibile, quasi fisiologico: quando si ha la pancia piena, s’è già fatto di tutto e si hanno tante altre cose per la testa sopraggiunge inevitabile il crampo dello scrittore. Con l’amico Gabriel, Sting condivide a pochi mesi di distanza anche l’idea di un disco per voce e orchestra: votato, nel caso dell’ex Genesis, alla rivisitazione di canzoni altrui, mentre l’ex Police, più autoreferenziale, si dedica alla rielaborazione del proprio back catalog da solista e in trio. Al di là della scelta di campo, i due progetti non si assomigliano più di tanto. Decisamente più introspettivo, spartano e rigoroso l’approccio di Peter (che rinuncia a ogni forma di contaminazione rock: niente batteria, niente chitarre); più easy, flessibile e sbarazzino quello di Sting, come dimostra dalle primissime battute percussive una frenetica ed esilarante “Next to you”, con i violini in fuga a dettare il ritmo rompicollo e un cantato quasi blues: angolazione originale e divertente, che preserva lo spirito rock del pezzo e si ripropone verso la fine del programma quando a movimentare la scena irrompe il boogie incalzante di “She’s too good to me”. Insomma: “Symphonicities” (bel titolo, che strizza l’occhio al classico “Synchronicity” dei Police) è un disco decisamente più colorato e divertito, ma anche meno assorto e profondo di “Scratch my back”. Non si tratta, va detto a merito dell’autore, di un “greatest hits” per orchestra (l’effetto James Last è scongiurato), anche se alcuni classici finiscono inevitabilmente in scaletta. “Englishman in New York” è la più riuscita di tutte: il leggero vestito orchestrale confezionato per l’occasione calza su misura al suo agile ritmo in levare e al felpato incedere swing, violini pizzicati in contrappunto ritmico e un clarinetto al posto del sax soprano di Branford Marsalis. “Every little thing she does is magic”, scelta come primo singolo, è introdotta da un’arpa e da un flauto ma poi va sul sicuro: la melodia è talmente conosciuta da far scattare subito in chi ascolta una sensazione di confortevole familiarità. E l’immancabile “Roxanne” offre a Sting l’occasione di continuare una sfida con se stesso: oggetto di un costante “work in progress”, di un continuo lavoro di aggiornamento e reinvenzione, stavolta è riletta in una chiave intimista e dolente adeguata al testo della canzone. Fin qui i “crowd pleasers”. Dopo di che l’autore si toglie la soddisfazione di spulciare nei cassetti alla ricerca di pagine meno note o quasi dimenticate della sua produzione: l’intento è di compiacere se stesso e, forse, anche i fan più fedeli. Ecco “I burn for you”, recuperata dalla soundtrack di un film anni ’80 (“Brimston and treacle”), dalle setlist dei concerti del primo tour solista e dal doppio live “Bring on the night”: iterativa e percussiva, sul finale si apre a una suggestiva danza tribale e a tonalità afro che colorano anche la sincopata “I hung my head” (da “Mercury falling”, 1996). Ecco gli aromi country-celtici di “You will be my ain true love”, duetto con Alison Krauss per la colonna sonora del feulleiton “Cold mountain” qui riproposto a due voci con Jo Lawry e aperto da una introduzione in puro stile kolossal hollywoodiano. Ed ecco “End of the game”, ripescata dal lato b del singolo “Brand new day”, scandita da ritmi dispari e caratterizzata da accenti Irish di umore folk-pastorale. La musica tradizionale britannica, sempre più vicina al cuore di Sting, la fa da padrone anche nella cupa “We work the black seam”, unica e niente affatto scontata selezione dal celebrato debutto solista “The dream of the blue turtles” (a.d. 1985): ispirata al famoso braccio di ferro tra Margaret Thatcher e i minatori inglesi che segnò le cronache britanniche dei primi anni Ottanta (sapete com’è andata a finire…), si apre con le brune, inglesissime tonalità di una banda di ottoni, trascinando però troppo a lungo la brillante idea d’arrangiamento (oltre sette minuti). Meglio comunque di “When we dance” (singolo incluso nell’antologia “Fields of gold”), troppo stucchevole ed evanescente, o di una “The pirate’s bride” (altra facciata b dei tempi di “Mercury falling”) elegante ma un po’ tediosa. Viene un sospetto: il gioco funzionerà meglio dal vivo e questo disco è soprattutto un pretesto per promuovere il tour che lo vede accompagnato dalla Royal Philharmonic Concert Orchestra diretta da Steven Mercurio, atteso in Italia tra ottobre e novembre. Come divertissment e operazione di marketing “Symphonicities” ha un suo perché: restando il fatto che si tratta di una curiosa nota a piè di pagina in una storia che probabilmente ha già sviluppato i suoi capitoli principali.
(Alfredo Marziano)
TRACKLIST:
“Next to you”
“Englishman in New York”
“Every little thing she does is magic”
“I hung my head”
“You will be my ain true love”
“Roxanne”
“When we dance”
“End of the game”
“I burn for you”
“We work the black seam”
“She’s to good for me”
“The pirate’s bride”
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